Consultazioni per il governo, il ruolo di Napolitano

Francesco Pacifico
04/04/2018

Nessun mandato esplorativo al buio. Ma l'indicazione di un premier che abbia un sostegno parlamentare certo. Perché il presidente emerito nel primo giorno di consultazioni invita Mattarella a non emularlo.  

Consultazioni per il governo, il ruolo di Napolitano

Niente mandati esplorativi al buio. E neppure, come lui stesso definì quello affidato a Pier Luigi Bersani, «l'incarico di verificare l'esistenza di un sostegno parlamentare certo». Chi lo conosce scommette che Giorgio Napolitano avrà consigliato a Sergio Mattarella di muoversi in maniera differente rispetto a quanto lui fece nel 2013. Il che, fanno sempre notare ambienti vicini al presidente emerito della Repubblica, non vuol dire non rispettare la sacralità del risultato uscito dalla urne o la volontà popolare.

NON È UNA SEMPLICE FORMALITÀ. Non un semplice passaggio formale dettato dalla Costituzione quello al Quirinale, nel giorno dell'apertura delle consultazioni per il futuro governo. Dopo i nuovi presidenti di Senato e Camera (Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico) Sergio Mattarella ha visto il suo predecessore. E per qualcuno siamo di fronte quasi a uno specchio deformante.

Proprio il 93enne presidente emerito si trovò, all'inizio della scorsa legislatura, in una situazione non dissimile: Bersani, forte di una maggioranza alla Camera ma con una ventina di senatori in meno a Palazzo Madama, ottenne prima un mandato esplorativo per formare un governo, poi si vide sbarrare le porte di Palazzo Chigi perché non aveva trovato un accordo con i 5 stelle o il centrodestra sufficiente ad arrivare blindato al voto di fiducia.

VERSO UNA INTESA STABILE. Lo scorso 30 marzo, dopo l'elezione di Fico e Alberti Casellati e a chi gli chiedeva se la triangolazione Cinquestelle-Lega-Forza Italia potesse essere alla base di un futuro governo gialloverde, Napolitano rispose secco: «No, quella maggioranza è servita per le Camere, punto e basta». Chi è vicino a lui sostiene che, forte di quest'assunto, l'ex presidente della Repubblica reputa necessaria un'intesa più omogenea e più stabile tra i partiti, prima di indicare un possibile presidente del Consiglio.

IL RISCHIO DEI GIOCHETTI PARLAMENTARI. A dispetto del discorso molto muscolare con il quale ha aperto la legislatura al Senato, tornando al Quirinale Napolitano avrà misurato i toni. Anche perché ha sempre tenuto a non calpestare le prerogative del suo successore. Detto questo, il consiglio è di indicare il premier soltanto – per parafrasare le parole usate nel 2013 – dopo aver verificato l'esistenza di un sostegno parlamentare certo. Evitando di cadere nei giochetti e nel tira e molla portato avanti in queste ore da Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Napolitano non crederebbe a ipotesi straordinarie, come quelle seguite nel 2011 (governo Monti) dopo la fine del berlusconismo e nel 2013, con le larghe intese che portarono al governo Enrico Letta. Anche perché, come ha ricordato da presidente protempore del Senato a inizio della legislatura a Palazzo Madama, nei nuovi equilibri del Paese «sono insieme essenziali il rispetto della volontà popolare e il rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica».

IL RICHIAMO AI PARTITI. Sempre nel suo ultimo discorso ha richiamato i partiti, ricordando sia che il voto ha «rispecchiato un forte mutamento nel rapporto tra gli italiani e la politica» sia che «ha contato molto il fatto che i cittadini abbiano sentito i partiti tradizionali lontani e chiusi rispetto alle sofferte vicende personali di tanti e a diffusi sentimenti di insicurezza e di allarme». Muoversi in direzione opposta potrebbe soltanto acuire la disaffezione verso le istituzioni.

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