Paolo Madron

Perché continuo a credere che Verhofstadt abbia sbagliato

Perché continuo a credere che Verhofstadt abbia sbagliato

14 Febbraio 2019 10.29
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Cresce il partito di quelli che stanno senza se e senza ma con Guy Verhofstadt, e non la trovo una buona cosa. Ricapitoliamo: il parlamentare belga, leader dei liberali a Strasburgo, ha fatto un discorso in cui parlando dell’Italia sostanzialmente separa governati e governati. Siamo un grande Paese, purtroppo abbiamo un governo che non ci merita (primo errore, credere di essere migliori di chi ci rappresenta), e soprattutto un premier che è un burattino nelle mani dei suoi due vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

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La polemica è subito montata, e da noi le reazioni sono state di due tipi. La prima. C’è tutta una letteratura sugli epiteti rivolti da esponenti gialloverdi a politici di altri Paesi, o a chi ha governato prima di loro, dove reiteratamente si dava del burattino all’avversario. Dunque di che ci stupiamo? Chi di burattino ferisce di burattino perisce, ognuno prima o poi viene ripagato con la stessa moneta. La seconda. Verhofstadt ha semplicemente detto la verità. Che Giuseppe Conte fosse un pupazzo nelle mani dei leader dei due partner della maggioranza non lo ha scoperto il belga. Lo abbiamo sempre scritto e detto sin dal momento in cui questo avvocato-professore venuto dal nulla è stato tolto all’insegnamento e catapultato a Palazzo Chigi.

IL DECADINENTO DEL DIBATTITO PUBBLICO

Andiamo con ordine perché le due tesi sono confutabili. Partiamo dallo scambio di insulti, dalla licenza di darsi reciprocamente del burattino. Ma che argomentazione è? Il fatto che io abbia usato un termine ingiurioso autorizza tutti a farlo? Questa è una resa, non una motivazione. Lo scadimento del dibattito pubblico e il ricorso a epiteti che sviliscono l’interlocutore è un fenomeno da combattere, non un alibi che li giustifica. Dibattere in modo acceso ma senza mai delegittimare l’avversario è un principio di democrazia da difendere, guai a mettersi sullo stesso piano di chi lo svilisce. Punto due. Conte non mi rappresenta, perciò sto con Verhofstadt quando gli dà del burattino. Il belga incarna una sorta di resistenza ai barbari che si sono impossessati del potere, gente che vuole fare a pezzi il sistema, Europa compresa, e a cui il moderato e presentabile Conte (veste bene e fa il baciamano, ha detto di lui Silvio Berlusconi) fa da schermo.

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PIACCIA O NO, QUESTO GOVERNO HA IL 60% DEI CONSENSI

Ora, Conte non rappresenterà me ma è l’espressione di una maggioranza degli elettori che in tutti i sondaggi continua a veleggiare intorno al 60% dei consensi. Se lui è un burattino, ci sono milioni di italiani altrettanto burattini che si fanno manipolare dal diabolico duo dei vicepremier? Spenderei piuttosto il mio tempo a interrogarmi perché ciò è avvenuto, e il dibattito sulle élite avviato a suo tempo da Alessandro Baricco mi sembra un filone promettente. Un'ultima annotazione per chi sostiene (lo ha fatto ancora Sebastiano Messina su Repubblica del 14 febbraio) la teoria giustificazionista che sdogana l’insulto in quanto utilizzato da entrambi le parti in causa. Mi viene in mente la storiella del maiale e dell’uomo che lottano nel pantano inzaccherandosi dalla testa ai piedi. Alla fine avvolti nel fango non si distingue più chi sia il maiale e chi l’uomo.

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