Come la Cop28 è minacciata dal conflitto Israele-Hamas e da altre crisi mondiali

Tommaso Meo
07/11/2023

La conferenza Onu sul clima si tiene negli Emirati, Paese arabo: oltre ai dubbi sulla presenza di Netanyahu e Biden, c'è il rischio che i negoziati siano distratti dalla guerra a Gaza. Che sta avendo ripercussioni energetiche su petrolio e gas. Come già avvenuto con l'invasione russa in Ucraina. Ma il precedente di Parigi 2015 fa ben sperare.

Come la Cop28 è minacciata dal conflitto Israele-Hamas e da altre crisi mondiali

Un mondo sempre più diviso dalle ormai note “policrisi” saprà mettersi d’accordo su questioni climatiche di importanza capitale? È una domanda che si fa più insistente man mano che l’escalation di Israele contro Gaza continua e il conflitto minaccia di allargarsi a tutta la regione del Medio Oriente. La Cop28, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima che quest’anno si tiene a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dal 30 novembre al 12 dicembre, è quasi alle porte, ma gli auspici per una buona riuscita dei negoziati non sono dei migliori, visto il momento eccezionale in cui capita.

Frizioni tra Unione europea e Cina sull’elettrico

Lo ha detto chiaramente il commissario europeo per l’azione per il clima, Wopke Hoekstra, parlando con Reuters a margine del vertice pre-Cop che si è svolto ad Abu Dhabi il 30 e 31 ottobre. Il contesto geopolitico complica la cooperazione internazionale, ha affermato Hoekstra, e il pensiero va subito al bombardamento di Gaza, ma sono diverse le crisi che rischiano di influire sui risultati della conferenza emiratina. Certamente potrebbe avere un ruolo la guerra tra Russia e Ucraina, e la minaccia latente alla fornitura di gas, così come le continue tensioni commerciali e politiche tra Stati Uniti e Cina e tra la stessa Pechino e l’Unione europea sull’elettrico. L’Europa a 27, che porterà a Dubai uno dei progetti più ambiziosi, ma comunque frutto di un compromesso al ribasso, chiedendo l’eliminazione graduale dei combustibili fossili non abbattuti, sta considerando infatti di imporre dazi sulle importazioni cinesi di veicoli elettrici perché considera il settore sovvenzionato dallo Stato. Una scelta inaccettabile per Pechino, come ha detto Fu Cong, l’ambasciatore della Cina presso l’Ue, lanciando oscuri presagi su tutta la Cop: «La governance globale del clima non avviene nel vuoto. Non si dovrebbe cercare il confronto politico da un lato e aspettarsi una cooperazione incondizionata dall’altro».

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Auto elettriche prodotte dalla Cina (Getty).

Il conflitto Israele-Hamas mette in pericolo riserve petrolifere e gasdotti

La novità del 2023 è però il conflitto che sta coinvolgendo Israele e il gruppo radicale palestinese Hamas. Una guerra che potrebbe allargarsi ad altri Paesi della zona, come Libano e Yemen, e che riguarda indirettamente anche l’Iran, da sempre sponsor dei miliziani islamisti di Gaza. Negli scenari che gli analisti hanno in esame, la crisi regionale potrebbe quindi mettere in pericolo riserve petrolifere, causare chiusure di gasdotti o di oleodotti, provocando un’impennata dei prezzi, con ripercussioni possibili anche sui negoziati per il clima.

L’incertezza può fare male ai progetti sull’energia rinnovabile

«Siamo in una situazione che ancora non possiamo predire, ma che è del tutto particolare», commenta a Lettera43 Silvia Francescon, senior associate per clima e politica estera del think tank Ecco. Secondo l’analista, nell’immediato, il timore è proprio che l’incertezza generata dalla nuova crisi possa dissuadere molti Paesi dall’impegnarsi a triplicare la produzione di energia rinnovabile e ad abbandonare le fonti fossili, in una dinamica già vista a seguito all’invasione russa dell’Ucraina, quando i governi occidentali sono corsi ad accaparrarsi altre forniture di gas soprattutto in Africa, invece di accelerare con la transizione verde.

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Il conflitto Israele-Gaza sta avendo ripercussioni sugli equilibri energetici del Golfo (Getty).

«Alla fine, i governi faranno ciò che devono fare per garantire l’approvvigionamento energetico per le loro imprese, per la loro gente», ha detto a questo proposito a E&E anche Gerald Feierstein, membro senior della diplomazia statunitense presso il Middle East Institute. «Se c’è qualche tipo di minaccia a lungo termine alla sicurezza delle forniture di petrolio provenienti dalla regione del Golfo, ciò avrà un enorme impatto a livello globale».

I migliori funzionari e negoziatori sono concentrati su altro

C’è poi un discorso di risorse in campo. Con un’altra guerra in corso è facile che i migliori funzionari e negoziatori dei governi mondiali abbiano meno tempo e concentrazione per dedicarsi alle strategie in vista della conferenza. Probabilmente, poi, la copertura mediatica della Cop sarà più scarna, a causa della situazione a Gaza. Secondo Francescon, una limitata attenzione dell’opinione pubblica su Dubai potrebbe significare anche «meno pressioni sui negoziatori, domande diverse da parte dei giornalisti, e minore accountability per i governi». E tutto questo finirebbe per fare gli interessi delle nazioni più riluttanti a trovare accordi in quella sede.

Netanyahu andrà davvero a trattare in un Paese arabo?

A livello politico c’è ancora un punto di domanda soprattutto sulla presenza del premier israeliano Benjamin Netanyahu e su quella del presidente americano Joe Biden alla Cop28. «Israele a un certo punto si era proposto come alternativa alla Russia con un ruolo predominante nell’ambito delle conversazioni su clima energia», nota Francescon, «ora però la presenza di Netanyahu in un Paese arabo potrebbe risultare difficilmente digeribile per l’opinione pubblica israeliana». Così come potrebbe essere complesso per Biden andare a trattare di persona «in un contesto di Stati arabi che sostengono tradizionalmente la causa palestinese», spiega l’esperta. Biden infatti non ha ancora confermato la sua presenza a Dubai e non ha viaggi in programma, secondo la Casa Bianca. I negoziati rischiano quindi di essere monchi di importanti leader.

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Joe Biden e Benjamin Netanyahu (Getty).

Gli Emirati hanno buoni rapporti con Israele

In ogni caso, gli Emirati Arabi, “padroni di casa” di questa Cop e criticati per la scelta del presidente della conferenza, quel Sultan Al-Jaber ministro dell’Industria già a capo del colosso locale dell’oil&gas Adnoc, hanno qualche carta da giocarsi come mediatori, e tutto l’interesse che la conferenza consegni dei risultati. Gli Eau, anche se molto vicini agli altri Paesi arabi e del Golfo, che in diversi modi hanno espresso sostegno verso i palestinesi, sono una delle poche nazioni arabe ad avere rapporti diplomatici ed economici fruttuosi con Israele e si sono mantenuti abbastanza equidistanti tra le due parti dopo l’attacco del 7 ottobre.

Le crepe politiche vanno lasciate fuori dai negoziati

Per raggiungere un esito positivo, qualsiasi decisione alla Cop richiederà il sostegno unanime e gli Emirati Arabi dovranno dimostrare di poter essere un ospite imparziale. Il tentativo emiratino sarà quindi quello di lasciare le crepe politiche, e le agende nazionali fuori dai negoziati, in nome di una maggiore responsabilità collettiva verso il clima, come si è peraltro quasi sempre riusciti a fare in passato, per esempio tra Stati Uniti e Cina, ricorda Francescon. Intanto, durante la pre-Cop, in risposta a una domanda sul fatto se il conflitto tra Israele e Hamas possa far deragliare la diplomazia climatica, il direttore generale e rappresentante speciale dell’evento Majid al-Suwaidi ha gettato acqua sul fuoco. «Abbiamo dimostrato che il mondo è davvero concentrato sulla Cop e che rappresenta un punto di svolta».

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Sultan Al-Jaber (Getty).

Un precedente benaugurante: l’Accordo di Parigi del 2015

Oltre all’ostentato ottimismo emiratino e alla speranza di una situazione più ricomposta tra Israele e Hamas nelle prossime settimane, c’è almeno un precedente, con le dovute differenze, che può contribuire a far aumentare l’ottimismo. Nel 2015, infatti, gli attentati jihadisti di Parigi non fecero fallire la Cop21 ospitata nella capitale francese appena due settimane dopo. Anzi, quella conferenza fu una delle più ambiziose degli ultimi anni, con l’Accordo di Parigi raggiunto in quell’occasione, che guida ancora oggi le negoziazioni sul clima puntando a limitare al di sotto di 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, seppure i quei colloqui si tennero in un’Europa impaurita dal terrorismo. La speranza è che crisi, incertezze e paure, invece di frenare la transizione verde, possano dare anche questa volta slancio verso impegni non più rimandabili.