Corea del Nord, davvero Kim Jong-un è pronto alla guerra?

Lorenzo Lamperti
30/01/2024

Dopo la visita del dittatore nell'Estremo Oriente russo le tensioni con Seul e gli alleati Tokyo e Washington sono andate via via crescendo. Provocazioni e schermaglie a cui è seguito il passo indietro sulla riunificazione. Per questo una soluzione militare non è un'ipotesi da scartare. Molto dipenderà dalle elezioni parlamentari del Sud e dalle Presidenziali Usa. Lo scenario.

Corea del Nord, davvero Kim Jong-un è pronto alla guerra?

Dove vuole arrivare Kim Jong-un? La domanda si fa sempre più insistente, nonché legittima, di fronte all’aumento delle tensioni nella penisola coreana. Un processo cominciato già anni fa, quando il leader supremo della Corea del Nord fece saltare in aria il centro di collegamento intercoreano di Kaesong, a pochi chilometri dalla zona demilitarizzata che divide le due Coree, retaggio della guerra degli Anni 50 conclusasi con un armistizio e non con una vera pace. La guerra in Ucraina ha accelerato e peggiorato il tutto, con un record di lanci di missili e le esigenze a dir poco contrapposte di Pyongyang, tesa a rafforzare l’asse con la Russia, e Seul, dove l’arrivo alla presidenza del conservatore Yoon Suk-yeol ha portato a un rafforzamento dell’alleanza militare con gli Stati Uniti e al disgelo nei rapporti col Giappone.

L’avvicinamento di Kim a Putin e le tensioni crescenti con Seul

Un’ulteriore accelerazione a una contrapposizione sempre meno accomodante è stata data dal viaggio di Kim nell’Estremo Oriente russo, dove lo scorso settembre ha incontrato Vladimir Putin. Un incontro nel quale secondo molti osservatori sarebbe stato suggellato un accordo di fornitura militare di Pyongyang a Mosca, in cambio di assistenza tecnologica in settori strategici. Secondo l’intelligence sudcoreana, proprio l’aiuto russo sarebbe servito alla Corea del Nord per riuscire a lanciare in orbita il suo primo satellite spia lo scorso novembre. Mossa alla quale è seguita la cancellazione dell’accordo militare intercoreano del 2018, che riduceva le attività dei rispettivi eserciti nei pressi della frontiera. A inizio 2024 ci sono stati alcuni round di colpi di artiglieria nei pressi della frontiera marittima, che per la prima volta dopo diversi anni hanno portato all’evacuazione delle due isole sudcoreane di Baengnyeong e Yeonpyeong, già colpita da degli spari (in quel caso con quattro vittime) nel 2010. Lo stesso anno, un siluro colpì una nave militare sudcoreana causando diversi morti. Ancora in quelle acque, nel 1999, si consumò una battaglia lungo la linea del confine marittimo. Nelle scorse settimane è stato poi testato un sistema d’arma nucleare sottomarino, chiamato Haeil-5-23 e in grado secondo Pyongyang di effettuare attacchi nucleari occulti contro forze navali e porti attraverso dei droni subacquei in grado di creare una sorta di “tsunami radioattivo“. Pyongyang giustifica la mossa come una risposta alle esercitazioni militari marittime congiunte di Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti che si erano svolte precedentemente. Le manovre trilaterali hanno coinvolto nove navi da guerra, tra cui la portaerei a propulsione nucleare della Marina statunitense, la USS Carl Vinson. Il botta e risposta sembra destinato a proseguire, con Seul che ha promesso già da tempo di replicare «colpo su colpo» alle mosse nordcoreane.

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Vladimir Putin con Kim Jong Un durante la visita del dittatore nordcoreano al cosmodromo di Vostochny nel settembre 2023 (Getty Images).

Il passo indietro sulla riunificazione in concomitanza con l’annuncio della prossima visita di Putin a Pyongyang

Oltre alle schermaglie militari, da Pyongyang sono arrivate però anche importanti novità politiche. Nel suo discorso durante l’incontro di fine anno del Partito del Lavoro, Kim ha definito un «errore» l’obiettivo storico della «riunificazione», che fin qui era sempre stato il fine ultimo della Corea del Nord. Poche settimane dopo, il leader supremo ha chiesto di emendare la costituzione del Paese per individuare la Corea del Sud come «nemico principale e immutabile». I sudcoreani non saranno più chiamati «compatrioti» ma «nemici». Verrà inclusa una definizione concreta del territorio del Nord come separato in modo definitivo da quello del Sud. Kim ha anche dichiarato che in caso di conflitto il territorio della Corea del Sud andrebbe «occupato completamente», con la «sottomissione» totale di Seul. La mossa normativa ha portato immediatamente all’abolizione di tutte le agenzie dedicate alla cooperazione intercoreana. Non solo. Secondo immagini satellitari osservate da NK News, il monumento alla Riunificazione è stato demolito. Come nel 2020 era stato demolito l’ufficio di collegamento di Kaesong. Una rimozione anche fisica di un concetto politico che potrebbe non essere solo una tattica propagandistica, ma qualcosa di più. Anche perché avviene in concomitanza dell’annuncio della prossima visita a Pyongyang di Vladimir Putin, che sarà la prima di un presidente russo (in quel caso era sempre lui) dopo 24 anni.

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Il presidente nordcoreano Kim Jong-un (Getty Images).

Il rischio di una escalation e i dubbi su una possibile nuova guerra

Che cosa significa tutto questo? Ad agitare osservatori e cancellerie, solitamente portati a considerare le mosse di Kim come delle provocazioni per assumere una migliore posizione negoziale con Seul e soprattutto con Washington, è arrivata un’analisi di due esperti di Corea del Nord solitamente molto cauti. Robert Carlin, ex analista dell’intelligence statunitense, e Siegfried Hecker, scienziato nucleare, hanno messo in guardia da un possibile “disastro” se Washington, Seul e Tokyo non dessero ascolto ai segnali di allarme. «L’opinione del Nord che le maree globali stessero correndo a suo favore ha probabilmente influenzato le decisioni di Pyongyang sulla necessità e sull’opportunità – e forse anche sui tempi – di una soluzione militare alla questione coreana», Shanno scritto in un articolo per il progetto 38 North del think tank Stimson Center di Washington. La Corea del Nord ha cambiato radicalmente il suo pensiero strategico, abbandonando l’obiettivo di migliorare i legami con Washington dopo il fallimento dei vertici Kim-Trump, prendendo la «decisione strategica» di prepararsi alla «guerra». Secondo diversi altri analisti e secondo dei funzionari statunitensi citati dal New York Times, il rischio di una guerra non sarebbe immediato. Un funzionario ha affermato sempre allo stesso quotidiano che la decisione della Corea del Nord di inviare un gran numero di proiettili d’artiglieria più vecchi e un numero minore di missili balistici più moderni alla Russia per la guerra in Ucraina dimostra che Kim non si sta preparando a un conflitto prolungato con il Sud. «Un leader che sta pianificando una grande operazione militare accumulerebbe le sue scorte». Ma in ogni caso viene considerato possibile (o addirittura probabile) che Kim possa «intraprendere una qualche forma di azione militare letale contro la Corea del Sud nei prossimi mesi, dopo essere passato a una politica di aperta ostilità». Il rischio, più che di un attacco su larga scala, sarebbe quello di azioni circoscritte ma comunque in grado di aumentare le possibilità di incidenti o persino di una parziale escalation.

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Kim Jong Un e Donald Trump nel 2019 (Getty Images).

All’orizzonte ci sono le parlamentari in Corea del Sud e le Presidenziali Usa

Kim percepisce il rilancio dell’alleanza trilaterale tra Usa, Corea del Sud e Giappone come una «minaccia esistenziale» e sostiene che seppure la Corea del Nord non voglia una guerra, non farà nemmeno «nulla per evitarla». Insomma, la sensazione è che se un conflitto non sia ancora inevitabile sarà molto difficile sedersi intorno a un tavolo per favorire un allentamento delle tensioni. Anche perché Kim sente più forte che in passato il sostegno della Russia e sa che nei prossimi mesi ci sono due appuntamenti politici in grado di cambiare almeno in parte la postura dei rivali. Ad aprile si tengono infatti le elezioni parlamentari in Corea del Sud, che potrebbero azzoppare ulteriormente la presidenza del conservatore Yoon, dando maggiore spazio all’opposizione democratica ben più dialogante con Pyongyang. E poi, ovviamente, le elezioni statunitensi di novembre. Se Joe Biden non è mai riuscito fin qui ad aprire un canale di dialogo con Kim, in passato Donald Trump ci era riuscito, prima del naufragio dei negoziati dopo gli incontri a Singapore e in Vietnam nel 2019. Kim potrebbe pensare di avere la possibilità di riaprire quel tavolo, qualora il tycoon tornasse alla Casa Bianca. E non vuole arrivare impreparato. Anzi, cerca in ogni caso di conquistarsi una poltrona più comoda. Rischiando però nel frattempo di aumentare i timori dell’apertura di un fronte orientale.