Dal coronavirus non usciremo migliori, ma diversi

Massimo Del Papa
13/04/2020

Questa tragedia ci ha cambiati radicalmente. A partire dal rapporto con il tempo, la casa, l'informazione. Come monaci postmoderni rinchiusi ad aspettare il nulla, saremo costretti a fare i conti con noi stessi. Fino a che da sgomento il silenzio non si farà rassegnata calma.

Dal coronavirus non usciremo migliori, ma diversi

Quante volte ci ripetiamo che «dal coronavirus usciremo migliori»? L’utopismo ottimistico in perenne attesa di conferma, l’«andrà tutto bene» è puntualmente smentito dai fatti laddove il pessimismo della ragione suggerisce se mai il contrario.

Non va bene per niente e quando ne usciremo, se ne usciremo, saremo più esasperati, più arrabbiati e pronti a riprendere la nostra transumanza di pecore matte da un capo all’altro del giorno; mentre una propaganda forsennata, travestita da informazione, ci convincerà che occorre recuperare la globalizzazione perduta, tuffarci ancor più in essa, con il suo rumore di parole vane, coi suoi schermi sempre accesi a riflettere il vuoto.

Migliori probabilmente no, diversi senz’altro: siamo già diversi, alle prese con una cattività che dura da oltre mese, notte ancora senz’alba. Virali cambiamenti, che ci penetrano, ci plasmano dentro, malgrado noi.

NONOSTANTE I BUONI PROPOSITI CI SIAMO ARRESI ALLA ROUTINE

Diverso è il nostro rapporto col tempo. Quel tempo che prima scorreva troppo svelto, inafferrabile e adesso è una nube sospesa, piena di dilatazioni, elastico tempo che più lo stipi e meno lo riempi. Lotti per non lasciarti andare, ti vesti per lavorare a uno schermo, ti ripeti che la dignità prima di tutto, poi ti arrendi, chi più chi meno ma cedi: perfino le influencer stanno rinunciando a effigiarsi in quegli scatti idioti, lingerie e pose lascive, la routine ammazza anche le fanatiche.

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Leggere “buoni libri“, ascoltare “buona” musica: come se prima non lo avessimo fatto, come se fino a ieri fossimo stati prede del peggio su questa terra. Ma chi stabilisce cosa è buono? Il fatto è che leggere, ascoltare, dovrebbe essere un piacere; una scelta. Se diventa una via di fuga contro la disperazione, non ha più senso e sono sempre più quelli che dicono: non so come, ma non riesco a sfogliare una pagina, non mi piace più niente, non riesco a concentrarmi posso solo intossicarmi di notizie virali a getto continuo. Squisito sintomo della depressione.

NEL BAILAMME DI INFORMAZIONI OGNI CERTEZZA CADE

Diverso è il rapporto con la stessa informazione. Stiamo abituandoci a diffidarne in un modo diverso, più calcolato. Dopo esserci ritrovati sballottati su un tagadà di certezze, smentite, profezie, anatemi anzitutto dal mondo scientifico, dai virologi passepartout, non sappiamo ancora come diavolo abbia fatto questo coronavirus a scatenarsi nel salto di specie. Non di meglio siamo edotti circa l’uso delle mascherine, dei tamponi, delle procedure mentre i decreti si affastellano con relative interpretazioni per lo più esoteriche. Stiamo imparando a sospettare che di certezze assolute, definitive non ne esistono e l’informazione – che odiamo nelle voci dissidenti quanto veneriamo nelle voci che sposano la nostra opinione – questa informazione affannata, serva di mille padroni, stritolata da mille tentacoli, non può offrire sicurezze. Solo indicazioni. E in questa sana diffidenza verso le notizie rientra, di rimbalzo, la cautela verso la stessa scienza, della quale così poco sappiamo.

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Ci stiamo rendendo conto che la nostra illuministica, cieca credenza non era nella scienza ma negli scienziati: guru, santoni che prima ci hanno parlato di semplice raffreddore, adesso ci considerano criminali anche se respiriamo; che ci davano degli scemi se restavamo chiusi in casa e poi ci hanno dato degli scemi se osavamo uscire sul balcone. Nessuno ha pagato, nessuno si è scusato: eccoli tutti lì, più sicuri e tronfi di prima. Più influencer che mai.

L’ECONOMIA CINESE E I NOSTRI VICINI

Diverso è il rapporto coi cinesi. Che, fino a prova contraria, hanno esportato la pandemia, mentendo prima, occultando, poi venendo a darci incredibili lezioni di democrazia e di profilassi. Ma che, misteriosamente, erano spariti tutti insieme dai loro negozi, dalle loro botteghe 72 ore prima del coprifuoco istituzionale. Prima abbracciati, poi (assurdamente) incolpati di tutto, il rapporto con questi compagni di strada, sempre un po’ misteriosi, sempre percepiti come ambigui, non sarà più lo stesso, neppure dopo la inevitabile operazione simpatia che seguirà alla pandemia.

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Perché è umano: noi siamo le nostre paure, più o meno fondate, più o meno irrazionali. E già adesso crescono in proporzione pandemica quelli che dicono: «Ah, io per me, a tagliarmi i capelli da loro non ci andrò più, le loro cose a un euro non le prenderò più». L‘economia cinese è esplosa sulla miseria globale, sul poraccismo che ha indotto quasi tutti a risparmiare oltre logica, a preferire spesso prodotti raffazzonati, non garantiti, inclini a usura precoce, ma dall’apparente vantaggio economico: anche di questo si avrà consapevolezza, da domani.

CIBO, DA ESIBIZIONE A NUOVO RINASCIMENTO CULINARIO

Diverso è il rapporto col cibo. Trangugiato, consumato, esibito feticisticamente prima: simbolo di un consumismo anche demenziale; oggi recuperato quasi come retaggio, come tradizione. Nella condanna del tempo che non scorre, sono sempre di più quelli, non solo donne, che riscoprono antiche ricette, si cimentano, perfino in diretta social, mostrano il frutto del loro impegno non più come ieri, ma come una sorta di nuovo rinascimento culinario. E, se è vero che il cibo è identità, anche molto italiano. D’altra parte, si tentano, si scoprono alternative, dal vegetariano al vegano, un diverso rispetto per le bestie, la civiltà può racchiudersi anche in un lockdown.

IL RISCATTO DELLE CASALINGHE

Diverso è il rapporto con la casa. Non più tana, rifugio incasinato ma cornice del nostro vivere. Con un sorprendente riscatto per le bistrattate, sottovalutate casalinghe: «Ho pulito tutto, riordinato tutto come non facevo da 20 anni, sono distrutta (o distrutto), non pensavo fosse così faticoso: è peggio di qualsiasi lavoro». E sono parole che, insieme alla fatica, trasudano atavico orgoglio.

TORNA IL PIACERE DI SENTIRSI, BASTA ALLE CHAT

Diverso è il rapporto con gli altri. Abbiamo riscoperto quella prodigiosa invenzione che fu il telefono: siccome di cose da non dirci ne abbiamo tante, perché i giorni di tutti sono tutti uguali nel vortice dell’attesa del nulla, stiamo realizzando che a questa stregua è meglio sentirci nella voce; che tutto quel solfeggiare di messaggini e di chat è stressante e stupido; che, se un telefono ce l’abbiamo tutti, e per di più ormai non si paga la durata, conviene usarlo. Conversare. Raccontarsi. Cadere in una meditazione condivisa. In una pausa che annuncia una domanda. Che bella avventura, sembra di rinascere. Perché si riscopre anche l’ascolto. Perché si recupera la pazienza. Perché chiacchierare per davvero non è ricevere parole che non si leggono o che si liquidano con altre parole sgangherate: bisogna sentire. Capire. Replicare. Bisogna esserci.

SIAMO MONACI POSTMODERNI COSTRETTI AD ASCOLTARSI

Diverso è il rapporto con noi stessi. Il dialogo con noi stessi, che, ci piaccia o meno, queste ore tiramolla comportano: non si può sempre fuggire. Nei nostri vortici di silenzio familiarizziamo col silenzio. Dimensione perduta, che tuttavia è vitale. Che ci serve a pensare. Ad ascoltare la “buona” musica. A leggere il “buon” libro. A fare i conti con noi stessi. Quei conti che rimandiamo da una vita, per un’intera vita, fino a che un’assurda clausura non ci stringe all’angolo, monaci postmoderni nelle loro celle di monasteri di pietra e di vento. Qui rinchiusi aspettiamo, aspettiamo, fino a che non sapremo che aspettare è niente, che il silenzio da sgomento si fa pace, rassegnata calma. Che il Dio che abbiamo ucciso in noi torna a chiamarci, e di cose da dire ne ha.