Coronavirus, perché la crisi per la Cina non è finita

Michele Penna
28/03/2020

Il Dragone sembra in ripresa. Ma la diffusione del Covid-19 nel resto del mondo crea seri problemi alla Repubblica Popolare. Riducendo gli export, frammentando la catena di produzione e creando un’enorme incertezza.

Coronavirus, perché la crisi per la Cina non è finita

L’economia cinese rimbalza dopo il crollo indotto dal coronavirus. O forse no. Questa è una delle urgenti questioni che il Covid-19 presenta all’Asia e al mondo, ormai in pieno testacoda a causa dell’epidemia. Per il Dragone le notizie sono ambigue. Da un lato il Paese soffre la peggiore crisi da quando si è «convertito» al capitalismo alla fine degli Anni 70. L’inizio del 2020 è stato infatti deleterio per il settore produttivo, già normalmente rallentato dalle festività legate al capodanno lunare, che cade fra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio. La produzione industriale nei primi due mesi dell’anno è scesa del 13,3% rispetto allo stesso periodo del 2019, mentre le vendite al dettaglio sono calate del 20,5% e gli investimenti fissi crollati di addirittura il 24,5%.

IL PAESE RICOMINCIA A VIVERE

«Abbiamo visto la cancellazione di tutti gli ordini e di tutti gli eventi sia fra aziende che fra aziende e clienti. Il costo dei salari e del mantenimento della merce avrà un impatto enorme sulla nostra impresa», lamenta Adrien Niclot, presidente di Wine Export e Wine Brothers, compagnie specializzate nella distribuzione di vini francesi in Cina. Come molte altre piccole e medie realtà, il lavoro si è fatto estremamente difficile, con costi fissi da soddisfare senza introiti. «Il nuovo anno cinese è una data importante, i vini sono appena arrivati in magazzino e senza vendite abbiamo avuto zero liquidità in entrata», racconta. Eppure da qualche settimana la Cina sembra essere sulla strada della ripresa. Quantomeno il Dragone è più in salute della concorrenza, in tutti i sensi. Le infezioni sono al lumicino e le città stanno finalmente ricominciando a vivere. Persino alberghi e ristoranti di Pechino riaprono: ci si può sedere solo in due per tavolo e ad almeno un metro di distanza, ma è un grande passo avanti rispetto alla desolazione di febbraio.

I TIMORI DIETRO LE RASSICURAZIONI DEL GOVERNO

I dati del ministero del Commercio indicano che almeno il 70% delle aziende chiave nel settore delle importazioni ed esportazioni hanno riaperto e perfino a Wuhan le autorità sperano di eliminare le misure di sicurezza entro l’8 aprile. «Gli indicatori economici probabilmente mostreranno un miglioramento significativo nel secondo trimestre e l’economia cinese tornerà ai suoi livelli di produzione potenziali piuttosto velocemente», ha affermato con invidiabile ottimismo Chen Yulu, vice governatore della Banca Popolare Cinese. È un messaggio che il governo sta ripetendo con forza: ce la stiamo facendo e il mondo può imparare dalla nostra esperienza. La diffusione del Covid-19 nel resto del mondo crea però seri problemi alla Repubblica Popolare, riducendo gli export, frammentando la catena di produzione e creando un’enorme incertezza. Morgan Stanley sostiene per esempio che il Pil americano potrebbe crollare del 30,1% fra aprile e giugno, con la disoccupazione che rischia di salire oltre il 12%. Per Goldman Sachs l’intera economia mondiale entrerà in recessione nel 2020, scendendo a meno uno per cento.

La Cina faticherà a trovare abbastanza clienti in Occidente e i mercati emergenti semplicemente non sono abbastanza grandi per compensare

Yukon Huang, economista

In queste condizioni è facile immaginare che le aziende cinesi troveranno difficile esportare e servire i loro clienti internazionali, come sostiene anche Yukon Huang, noto economista presso il Carnegie Endowment for International Peace ed ex direttore per la Cina della Banca Mondiale. «La Cina faticherà a trovare abbastanza clienti in Occidente e i mercati emergenti semplicemente non sono abbastanza grandi per compensare. I settori affetti includono quello delle automobili, dato che le principali compagnie occidentali hanno fermato la produzione, e le comunicazioni, visto che le catene di produzione sono state spezzate», scrive l’esperto. È anche per questo che le stime di crescita della Cina sono state tagliate. Un rapporto di Deutsche Bank avvisa che l’economia cinese potrebbe contrarsi di oltre il 30% nel primo trimestre, prima di risalire nel corso dell’anno. Il 2020 resterà però negativo, almeno per gli standard cinesi: il pil potrebbe scendere dal 6,1 al 2,6% secondo la China International Capital Corporation Limited, una delle principali banche di investimenti cinesi.

L’IMPATTO DI UNA CRISI PROLUNGATA

Per Niclot, una crisi prolungata avrebbe un impatto devastante su molte piccole aziende del suo settore. «Se le restrizioni continuano la salute delle aziende legate al vino sarà in pericolo,» spiega a Lettera43. «Ricominciare sarà difficile, perché il vino in Cina è un prodotto legato ai piaceri e al divertimento. Se le carriere e i risparmi dei clienti sono a rischio le vendite dovranno essere riviste al ribasso». Del resto, ogni stima è provvisoria vista la rapidità con la quale il coronavirus cambia le carte in tavola. La crisi sta ora esplodendo in Europa e negli Stati Uniti ma non è affatto certo che il mondo emergente ne resterà immune. Tutt’altro. È di oggi la notizia secondo la quale la Tailandia ha dichiarato lo stato di emergenza, mentre i casi si moltiplicano in tutto il Sudest Asiatico, in America Latina e nel continente africano.

LA FINE DEL TUNNEL NON È VICINA

Né si escludono recrudescenze in quei Paesi, come Giappone e Corea del Sud, che paiono aver contenuto la crisi. Si tratta di un rischio concreto anche nella Repubblica Popolare, dove le ultime infezioni sono «di importazione». I dati della Commissione Nazionale della Sanità evidenziano infatti 78 nuovi casi di Covid-19 registrati il 23 marzo, il doppio rispetto al giorno precedente. Di questi, ben 74 sarebbero legate all’estero. Insomma, alla Cina va il merito di aver efficacemente combattuto il virus e di essere tornata a una qualche forma di normalità. Come sostiene il Financial Times, oggi come oggi potrebbe addirittura trattarsi del posto migliore dove investire per sfuggire al coronavirus. Ma la crisi non è finita e l’alba resta lontana anche per il Dragone.