All’avvocato Conte manca solo una grande uscita di scena

Peppino Caldarola
07/04/2020

Dopo l'esperienza gialloverde all'ombra di Salvini e il governo con il Pd, il premier sta gestendo l'emergenza coronavirus. Una volta terminata, nel prossimo futuro gli resta da giocare la carta della vera politica sfidando gli odi trasversali. E chiedendo di essere giudicato per ciò che ha fatto.

All’avvocato Conte manca solo una grande uscita di scena

L’avvocato Giuseppe Conte, attualmente premier del governo italiano, nasce in un paesino di 410 persone che si chiama Volturara Appula, forse l’unico nel Foggiano dove non ho fatto comizi, e che secondo Wikipedia trae il suo nome dal fatto che la radice di Volturara è nel latino vultur che vuol dire avvoltoio.

L’avvocato Conte è figlio di un segretario comunale, quindi fa parte della buona borghesia di provincia. Si sposta per gli studi nella Daunia, da Candela a San Giovanni Rotondo, di qui l’innamoramento per il fascistissimo padre Pio, quindi va a San Marco in Lamis un paese in cui è stato stampato, da due fratelli, un gigantesco vocabolario che traduce in sanmichelese le parole italiane e viceversa.

Poi l’avvocato Conte spicca il volo di laurea e frequenta quella Villa Nazareth di cui si sa poco non perché sia un luogo segreto, piuttosto perché, in anni di Seconda Repubblica, lì il mondo cattolico politico formava i suoi quadri.

I MESI ALL’OMBRA DI SALVINI

Quando arrivò al potere sembrò che l’ascesa resistibile dell’avvocato dauno – che parla un italiano molto curato per evitare che gli sfuggano dialettismi (come fa il salentino Antonio Caprarica per mascherare la sua pugliesità) – fosse frutto del caso, e forse lo fu. E sembrò che lui stesso sarebbe stato una marionetta, e per qualche tempo lo fu, insomma un uomo che sarebbe presto sparito malgrado Villa Nazareth e il sodalizio con l’avvocato Alpa. Tuttavia finché il premier sconosciuto con la fidanzata bellissima restava nell’ombra del profluvio di alcol che veniva dal ministro dell’Interno, nessuno protestò, tanto meno i preziosissimi commentatori, interni e esterni, del Corriere della sera (ne avessero mai azzeccata una!).

DAL GOVERNO CON IL PD ALL’EMERGENZA CORONAVIRUS

I guai per il povero avvocato nacquero quando, sulla scia di una scelta sciagurata di Matteo Salvini, in ben due discorsi parlamentari (non in interviste o retroscena transatlantici) mise sotto accusa il leader della Lega e dette vita con il Pd al nuovo governo piegando la resistenza dell’ala più ottusa del Movimento 5 stelle. Non fu facile. Quelli che oggi “non” protestano per Viktor Orban, che accorrono in difesa di Donald Trump, si sentirono tutti Fratelli Rosselli di fronte al voltafaccia parlamentare. Un altro personaggio sarebbe caduto stremato di fronte alla marea di insulti. Conte no. Poi è arrivato il coronavirus che ha avuto due stagioni. Nella prima quasi tutti hanno sottovalutato, poi alcuni, ma non tutti, lo hanno preso sul serio. L’Italia ha preso sul serio, ha fatto da cavia occidentale e ha combattuto, spesso in solitudine, la sua battaglia con una sanità pubblica mortificata ma piena di eroi. Oggi forse si vede una lucetta. Intanto Conte annuncia il suo bazooka economico e aspetta di capire se con l’Europa c’è un margine o è proprio finita.

ORA CONTE PUÒ TENTARE LA CARTA DELLA VERA POLITICA

Se doveva superare gli esami, si può dire che gli ha superati. Errori quanti ne volete, soprattutto nella comunicazione e soprattutto nel non voler affermare di fronte alle Regioni il primato di Roma. Tuttavia i suoi contraddittori sono stati povera cosa. Pensate a quella grande regione che è la Lombardia in mano a due scappati di casa come Attilio Fontana e il suo assessore. Ora Conte sta arrivando a un punto importante della sua vita personale e pubblica. Può portare con determinazione il Paese fuori dall’epidemia e a un passo dall’avvio della ricostruzione, fondare un partito e tentare la carta politica-politica. Molti gliel’hanno giurata. Il suo successo ha creato odi trasversali.

LA MANCANZA DI LEADERSHIP

Io sono perché uno statista si confronti con gesti storici che provocano effetti storici. E il gesto storico è quello di dire: «Vi ho portato fin qui, avete visto tutto, errori e cose buone. Ora vado via. Sto un po’ in disparte. Se volete richiamatemi». Si vedrebbe allora che questo Paese ha una soluzione solo con una leadership che abbia il voto del parlamento ma che non abbia nessun leader politico al proprio interno. Alcuni esponenti della maggioranza hanno fatto una ottima figura. L’opposizione ha fatto pena. Se il Paese, quando voterà, sceglierà Vittorio Feltri e Salvini il nostro futuro è la Lombardia: frase che pochi mesi fa sarebbe stata di auspicio, oggi no.