La possibile ricetta per limitare la recessione causata dal coronavirus

Alberto Bellotto
06/04/2020

Da investimenti massicci nel sistema sanitario prevenire una possibile seconda ondata di contagi all'alleggerimento della pressione fiscale fino a forme di reddito universale. Senza dimenticare Mes, coronabond e helicopter money. Le vie d'uscita proposte da uno studio della London School of Economics.

La possibile ricetta per limitare la recessione causata dal coronavirus

Dopo l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia Covid-19, i governi dovranno affrontare una nuova crisi economica. Il lockdown ha infatti causato perdite importanti nel Pil del Paesi e nell‘occupazione. E la recessione è dietro l’angolo.

Il 30 marzo la Commissione Ue ha pubblicato i dati sull’indicatore Esi, per misurare il sentimento economico a marzo. Il crollo è stato drastico, con un -8,9 punti per l’area euro, e un -8,2 per l’Ue a 27. Il passivo più pesante è avvenuto in Italia con un -17,6, seguita da Germania (-9,8), Francia (-4,9), Olanda (-4) e Spagna (-3,4). Ma in molti Stati il sondaggio è stato fatto prima del lockdown.

Due docenti della London Business School, Paolo Surico e Andrea Galeotti hanno provato a studiare alcune vie d’uscita.

PREVISTA UNA FLESSIONE DEI MERCATI EMERGENTI

L’istituto di rilevazione IGM all’inizio di marzo ha intervistato diversi economisti, europei e americani. Tutti concordano su un punto: la recessione è alle porte. Quello che cambia è la sensazione di quanto sarà grave. Il 48% degli economisti europei è molto pessimista, mentre il 44% degli americani si è mostrato più moderato, e il 31% ha detto di non essere sicuro possa arrivare un crollo verticale dell’epidemia. Tutti però hanno espresso dubbi sulla possibile flessione dei mercati emergenti.

IL RISCHIO DI UNA SPIRALE RECESSIVA

Il problema principale è che l’epidemia rischia, se non l’ha già fatto, di mettere in modo un meccanismo ciclico a spirale. Secondo i due docenti ci sono almeno cinque passaggi che rischiano di trascinare verso il basso l’economia dei Paesi colpiti:

  • Fase 1: L’interruzione di parte dell’offerta di beni e servizi e l’aumento delle vittime genera panico e profonda incertezza in famiglie e aziende.
  • Fase 2: Questa incertezza, unita all’impossibilità di consumare alcuni beni o servizi, portano inevitabilmente a un calo dei consumi e degli investimenti.
  • Fase 3: Il calo della domanda impatta sui conti delle aziende riducendo i flussi di cassa fino ad arrivare a situazioni di sofferenza estrema e fallimento.
  • Fase 4: Ondata di licenziamenti e fallimenti delle aziende causano un impennata della disoccupazione.
  • Fase 5: Il reddito da lavoro diminuisce arrivando a impattare sui prestiti che entrano in sofferenza facendo aumentare ancora le incertezze, indebolendo la domanda e facendo ripartire il ciclo recessivo.

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Il fulcro di tutto è la distruzione del surplus economico faticosamente accumulato dopo la crisi del 2008. Una crisi molto diversa da quella attuale. All’epoca lo choc partì da un collasso del settore finanziario, mentre ora riguarda soprattutto il rapporto tra domanda e offerta. L’espansione dell’epidemia ha portato a un’interruzione delle catene di approvvigionamento globali e parallelamente la domanda si sta congelando per il progressivo blocco delle attività produttive. Domanda e offerta si trovano quindi a calare spinte dall’incertezza sull’andamento del contagio. Le famiglie saranno costrette a risparmiare nel timore di una perdita del lavoro e le imprese congeleranno gli investimenti per mancanza di liquidità. Si crea così un muro tra i due valori che porta a una progressiva distruzione del surplus economico.

QUELLA DEI CONTAGI NON È L’UNICA CURVA DA ABBASSARE

Fin dai primi giorni dell’espansione del contagio, è comparso un famoso grafico ribattezzato “abbassa la curva“, un semplice confronto che mostra l’andamento dei contagi in due distinte situazioni, quella senza alcun tipo di misura restrittiva e quella con forme di quarantena. Lo scopo era mostrare come l’adozione di qualche forma di controllo dei movimenti delle persone potesse essere un utile strumento per evitare un collasso del sistema sanitario.

In modo analogo lo studio di Surico e Galeotti suggerisce degli spunti per evitare una forte recessione. Il primo presupposto è che nel breve periodo un abbattimento della curva dell’epidemia comporti un allungamento del periodo in cui l’economia è in sofferenza. Come abbiamo visto per i ricercatori “economia in sofferenza” significa un complesso intreccio tra vari fattori che vanno dai consumatori ai fornitori, passando per la salute dei lavoratori e le banche. In questo contesto si rende quindi necessario ridurre la curva della recessione, come si fa coi contagi. L’idea è quindi quella di varare misure macro economiche per abbassarla e rendere la contrazione meno pericolosa.

I 4 OBIETTIVI MACROECONOMICI

Per cercare di puntellare l’economia ci sono almeno quattro obiettivi da tenere ben presenti. Il primo riguarda le famiglie, garantendo che abbiano sempre denaro contante e proteggendole in caso di ritardo nel pagamento di affitti o mutui. Il secondo deve essere rivolto ai lavoratori e alla possibilità di continuare a ricevere uno stipendio o un assegno anche se ancora bloccati in quarantena o sospesi dal lavoro. Il terzo deve essere focalizzato sui provvedimenti per le imprese, con l’obiettivo di garantire un flusso di cassa continuo, almeno per pagare lavoratori e fornitori, proteggendo soprattutto le piccole e giovani imprese dal fallimento. Il quarto e ultimo punto è quello di un generale supporto al sistema finanziario in modo che il Covid-19 non si trasformi anche in una crisi finanziaria.

Il parcheggio dipendenti di uno stabilimento FCA in Illinois negli Usa.

I BAZOOKA PER CONTENERE LA RECESSIONE

A questo punto Surico e Galeotti hanno delineato le mosse che i governi dovrebbero fare per proteggere il sistema. In primo luogo investimenti massicci nel sistema sanitario per contenere i contagi. Poi una pesante revisione della pressione fiscale con agevolazioni, taglio delle tasse e incentivi cui vanno aggiunti anche forme di reddito universale per le famiglie e contributi in denaro alle imprese. Sul piano finanziario invece bisognerebbe agire con provvedimenti per la riduzione dei tassi di interesse e accelerazione di forme di Quantitative easing, che nelle ultime settimane hanno visto un allargamento con risultati altalenanti.

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LE PREVISIONI DI CALO DEL PIL

Una cosa è certa: qualsiasi leva si scelga di usare va fatto alla svelta e in modo massiccio, evidenziando la perdita prevista di Pil. Un rosso difficile da quantificare ma che sarò pesante. Secondo il Centro studi di Confindustria nei primi sei mesi del 2020 il Pil del nostro Paese crollerà del 10% circa. Se per maggio la fase acuta dovesse essere superata forse per fine anno la contrazione si dovrebbe attestare al 6%. Stando a una valutazione di Goldman Sachs «è probabile che il deficit pubblico raggiunga il 10% del Pil sia in Italia che in Spagna, il 7% in Francia, e violi chiaramente la regola tedesca del freno all’indebitamento». E per gli Usa lo scenario potrebbe essere ancora più nero. Sempre secondo la banca americana il Pil americano potrebbe contrarsi del 34% nel secondo trimestre dell’anno con un tasso di disoccupazione intorno al 15%. Stando all’analisi della London Business School, tenendo presente che durante la Grande recessione il calo del Pil è stato del 4,5%, senza alcun tipo di intervento da parte dei governi, i mesi di lockdown con l’aggiunta spirale negativa di domanda e offerta, possono arrivare a toccare il 15% del Pil.

RISORSE ANCHE PER LA POSSIBILE SECONDA ONDATA DELL’EPIDEMIA

Secondo lo studio di Surico e Galeotti per fronteggiare questa situazione l’iniezione di risorse nell’ambito sanitario deve essere ora concentrata non soltanto durante l’emergenza, ma soprattutto per contenere i prossimi picchi dell’epidemia, primo fra tutti quello che potrebbe presentarsi nell’autunno del 2020. Dopo le spese sanitarie andrebbe privilegiato il flusso di pagamenti diretti a famiglie e imprese. Qui la parola “diretti” non è usata a sproposito. Concentrare le misure su incentivi, tagli fiscali, prestiti d’emergenza o a condizioni agevolate, scrivono i due ricercatori, «sembrano insufficienti per prevenire un crollo della domanda aggregata».

Un supermercato quasi completamente vuoto nel cuore di Bruxelles.

L’attività dei governi non deve esaurirsi però nell’erogazione di forme di sostegno, ma deve agire in modo coordinato su interventi fiscali e monetari così da moltiplicare l’impatto economico delle misure. È chiaro che per finanziare tutto questo è necessario fare leva sul debito. Ora se per Paesi come Regno Unito e Usa è più semplice per via di una esposizione limitata e una certa credibilità storica, non si può dire lo stesso dell’Italia. Ma i dubbi valgono anche per il resto d’Europa. A livello comunitario, qualunque, le ricette sono almeno tre e vanno dall’utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità alla possibile emissione di coronabond passando per forme di helicopter money. In ogni caso, concludono Surico e Galeotti, tutte le opzioni dovranno avere il sostegno della Bce con forme di monetizzazione del debito pubblico, una mossa mai vista prima.