Come va la battaglia contro l’infodemia sul coronavirus

Alberto Bellotto
28/03/2020

Dopo l'allarme dell'Oms sulla diffusione delle fake news, le grandi piattaforme sono corse ai ripari, ma potrebbe non bastare. Spaventano le bufale via chat difficili da controllare. E l'Ue teme l'influenza russa.

Come va la battaglia contro l’infodemia sul coronavirus

Più le maglie dell’isolamento sociale si stringono intorno alle persone, più i rischi nella diffusione di fake news aumentano. Mano a mano che i Paesi varano chiusure e lockdown per frenare l’epidemia di coronavirus, i cittadini dovranno compensare la distanza sociale con altri mezzi, in particolare convergendo sui social media, con il rischio di una vera e propria esplosione dell’infodemia.

LE BUFALE DOPO LA DIFFUSIONE DELL’EPIDEMIA

Già a inizio febbraio l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva lanciato l’allarme per l’abbondanza di informazioni che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno. A quasi due mesi da quell’appello la situazione resta molto complicata, anzi per certi versi ha mostrato sviluppi preoccupanti. Gli episodi di bufale diventate virali sono numerosi. In Africa intorno all’11 febbraio ha iniziato a circolare moltissimo un post in cui si evidenziava come i cittadini africani fossero immuni al Covid-19. Un mese dopo un video che suggeriva come dietro all’epidemia ci fosse il fondatore di Microsoft Bill Gates ha superato le 2 milioni di visualizzazioni spinto anche da celebrità afroamericane su Instagram. In Italia ha invece fatto discutere il video realizzato da un italiano in Giappone che suggeriva come il Sol Levante fosse salvo grazie all’uso miracoloso del farmaco Avigan, notizia poi fortemente ridimensionata.

COME LE PIATTAFORME STANNO CORRENDO AI RIPARI

Proprio perché milioni di persone in isolamento stanno facendo largo uso dei social media, governi e organizzazioni come l’Oms, hanno iniziato a fare pressione sui big della Silicon Valley per porre un freno ai contenuti. Una pressione che inizia a dare i suoi frutti.

  • Facebook: Rispetto all’azione morbida contro le fake news a sfondo politico, nel caso dell’epidemia Menlo Park ha agito in mondo più deciso. Dal 18 marzo è stato avviato un “Centro informativo sul coronavirus” e parallelamente sono state vietate le pubblicità di mascherine e rimedi miracolosi. In più vengono incentivati i contenuti di organizzazioni internazionali, come l’Oms e penalizzati quelli sospettati di contenere fatti errati.
  • Google: Tutte le ricerche relative all’epidemia vengono anticipate da un banner di allerta con notizie verificate e rimandi agli organi ufficiali. Come Facebook, Mountain View ha bloccato le ad che cercano di monetizzare sull’epidemia vietando anche quelle di mascherine e respiratori. Sul fronte app sono state disabilitate le recensioni sulle posizioni sanitarie su Google Maps, come anche la chiave di ricerca “coronavirus” nell Google Play Store.
  • YouTube: Capitolo a parte per la piattaforma video di Big G. Dal 19 marzo la piattaforma promuove soprattutto video verificati in home page. Come gli altri ha introdotto pannelli informativi che rimandano all’Oms, fornito spazio pubblicitario gratuito alle organizzazioni per promuovere i loro video e rimosso quelli di disinformazione medica.
  • Instagram: Blocco e restrizioni di alcuni hashtag specifici sul coronavirus e reindirizzamento degli utenti verso i profili ufficiali delle organizzazioni. Vietata la creazione di filitri per le foto a tema Covid-19, a meno di essere realizzati da organizzazioni sanitarie riconosciute.
  • Twitter: Promozione in cima alla timeline dei contenuti verificati e rimozione delle pubblicità che mirano a lucrare sull’epidemia. Dal 18 marzo aggiornata la policy di utilizzo che ora prevede la rimozione dei tweet che potrebbero in qualche modo esporre gli utenti a un maggior rischio di infezione da Sars-CoV-2. Le nuove regole quindi vietano i tweet che negano le guide linea ufficiali e che promuovono trattamenti falsi.
Il primo risultato di ricerca su YouTube per la parola coronavirus.

ORA LE INSIDIE CORRONO NELLE CHAT

Se da un lato le barriere poste nei social dovrebbero porre un freno all’infodemia, dall’altro hanno dato il via a un altro fenomeno. Gli utenti si sono spostati in massa sulle piattaforme di instant messaging, soprattutto WhatsApp. La conseguenza potenzialmente è ancora più pericolosa di un post su Facebook, o una story su Instagram. Nei giorni scorsi Reuters ha raccontato che a Utrecht in Olanda, si sono diffuse una serie di bufale solo via chat. Un fenomeno in aumento. Il mezzo è più personale e gode di un credito maggiore rispetto alle altre piattaforme. I contatti sono conosciuti e tutti si fidano di amici e parenti, quindi basta un messaggio falso (come trattenere il respiro 15 secondi per testare l’infezione) per “infettare” un’intera comunità. Il problema è che non ci sono ancora mezzi efficaci per contenere questo tipo di virus.

COSA STA PROVANDO A FARE FACEBOOK CON WHATSAPP

Il paradosso è che i sistemi come WhatsApp, Telegram o iMessage di Apple, sono stati disegnati per garantire la massima privacy agli utenti. I messaggi sono infatti codificati attraverso un sistema di crittografia end-to-end, quindi solo chi chatta può vedere i messaggi. Per questo i gestori della piattaforma non sono in grado di accedere alle conversazioni per moderare o bloccare i contenuti in circolazione. Facebook sta provando a correre ai ripari tamponando il problema. In primo luogo ha detto di aver attivato un meccanismo di rimozione dei profili utilizzando l’Intelligenza artificiale per identificare quegli account che inviano messaggi automatici. Poi, a partire dal 18 marzo, ha lanciato un hub informativo in collaborazione con Oms, Unicef e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, per fornire agli utenti un servizio informativo via chat che risponda alle domande degli utenti. Due giorni dopo la stessa Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato un proprio bot per dare supporto agli utenti (che si può contattare a questo link).

COSA DICONO LE PRIME ANALISI SUI DATI

Le prime analisi dei dati hanno però mostrato qualche segnale positivo. È il caso di uno studio condotto dalla Fondazione Bruno Kessler di Trento. Il team di ricercatori ha analizzato la relazione tra l’evoluzione dell’epidemia di Covid-19 e le dinamiche informative sui social. Lo studio in particolare si è concentrato sull’analisi dei flussi su Twitter esaminando 108 milioni di messaggi tra il 21 gennaio e il 9 marzo. Per alcuni Paesi, tra cui l’Italia, si legge nello studio, in una prima fase sono stati rilevati guasti alla corretta informazione prodotti dal comportamento di utenti e bot. Ma un’inversione di tendenza, verso fonti più affidabili, si è verificata quando il contagio ha iniziato a diffondersi all’interno dei Paesi stessi. Secondo Manlio De Domenico, responsabile dell’Unità CoMuNe Lab alla Fondazione Kessler, i dati dimostrano che in Paesi come Italia, Francia e Stati Uniti il contagio è stato preceduto da una grossa attività volta a diffondere informazioni non verificate e ascrivibili a varie categorie di fake news. E che parte di questa attività è stata divisa tra umani (59,6% dei casi) e social bot (40,4%)

La diffusione di news inaffidabili in Italia (Fonte: Fondazione Bruno Kessler)

LA MINACCIA RUSSA SUL CONTAGIO

L’attenzione sul fenomeno deve comunque rimanere alta anche perché dietro alla disinformazione pare esserci la macchina della disinformazione russa. Pare esserne convinta l’Unione europea. Qualche giorno fa Financial Times e Reuters hanno dato notizia di un rapporto interno all’Ue che punta il dito contro la propaganda del Cremlino, colpevole di aver organizzato «una significativa campagna di disinformazione». Secondo il dossier i media statali russi e pro-Putin lavorano alla diffusione di notizie false, studi contraddittori, confusi e dannosi in varie lingue, inglese, spagnolo, italiano, tedesco e francese, con l’obiettivo di rendere difficile per l’Unione comunicare una risposta univoca alla pandemia. Il dossier di nove pagine, datato 16 marzo, sarebbe stato redatto dal Servizio europeo per l’azione esterna che fa capo all’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri.

Nel documento si scrive anche che lo scopo della Russia è quello di proseguire l’opera di indebolimento dell’Unione: «Aggravando la crisi della salute pubblica nei paesi occidentali, in particolare minando la fiducia nel sistema sanitario nazionale, finendo con l’impedire che ci sia una risposta efficace all’epidemia». Secondo gli analisti europei dal 22 gennaio fino a metà marzo sarebbero un’ottantina i casi di disinformazione archiviati, tra questi anche l’ipotesi che il virus sia una creazione umana in laboratorio. Il dossier ha messo anche in luce che molto spesso questi outlet informativi non creano da zero le notizie false, ma si limitato a facilitarne la circolazione. Il tutto con procedure targetizzate ad hoc. In Italia, ad esempio, i messaggi esaminati avevano l’obiettivo di esacerbare le paure nei confronti delle autorità dipinte come incapaci a gestire la crisi. In Spagna, al contrario, l’obiettivo era quello di mostrare storie apocalittiche, incolpando aziende e in generale “capitalisti” per aver cercato di approfittare dell’epidemia.