Nella geopolitica del coronavirus chi rischia di più è l’Ue

Armando Sanguini
28/03/2020

Trump perde credibilità, Xi e Putin manovrano per avvantaggiarsene. Ma nulla ci fa pensare che, passata la crisi, le macro-dinamiche internazionali saranno stravolte. Eccezion fatta per la tenuta dell'Unione.

Nella geopolitica del coronavirus chi rischia di più è l’Ue

Il mondo appare in apnea, intento solo a proteggersi da un nemico tanto microscopico quanto velenoso, tanto aggressivo quanto ignaro della paura che sta inculcando, tanto apolide quanto espressione di un’identità forte e potenzialmente mortifera. 

Un nemico che non sa di esserlo ma che con la sua carica distruttiva sta coprendo sotto una coperta provvisoria tutto ciò che fino a qualche fa erano i temi, i nodi, le vicissitudini della convivenza internazionale. Al punto che è moneta corrente immaginare che quando sarà sconfitto o almeno neutralizzato nella sua progressione espansiva «nulla sarà come prima» quasi a prefigurare una strutturale trasformazione del Dna stesso dei rapporti umani e, a maggior ragione, delle relazioni internazionali

IL DOVUTO SCETTICISMO

Un nulla che cambia immagine e sostanza a seconda del grado di ottimismo o di pessimismo di quanti lo immaginano ed esprimono. Io vorrei far parte della schiera di chi propende per un nulla ottimistico o almeno confortante, ma vi sono frenato da quel poco di conoscenza della storia dell’umanità che ho avuto modo di attraversare attraverso il racconto di chi l’ha vissuta e/o studiata. Una conoscenza che mi induce ad un certo scetticismo di fondo alimentato, del resto, dai seguiti dati dall’umanità interessata a calamità anche ben più gravi e deleterie di quelle che questo nemico sta provocando. Mi riferisco alla peste di manzoniana memoria, alla cosiddetta “spagnola”, a Ebola,  ecc. 

GLI EFFETTI SULLA GEOPOLITICA

Sì, tutte le parole che ho scritto finora hanno un solo punto di riferimento: la diffusione del coronavirus che ormai tiene tutti inchiodati alla radio e/o alla televisione e/o ai giornali e ai social media; per non parlare di quanti lo stanno patendo direttamente e/o indirettamente sulla propria pelle e di quanti temono di esserne vittime. E di quanti lo combattono nelle corsie d’ospedale e nei centri di ricerca. È davvero impressionante constatare come questa pandemia stia ormai al centro della narrazione mondiale e stia già facendo elaborare le ipotesi più diverse circa riflessi che potrà produrre sulla dinamica degli equilibri geopolitici ed economici internazionali, dove il ruolo dell’ormai bollato come erratico presidente Trump viene messo a confronto con lo strategicamente accorto Xi Jinping e, naturalmente, con il neo-patentato Zar di Russia, Vladimir Putin, mentre l’Europa viene tirata in ballo quasi solo per denunciarne la disunione strutturale fino alla vigilia del vertice europeo del 26 marzo.

LA PERDITA DI CREDIBILITÀ DI TRUMP E LE MANOVRE DI XI E PUTIN

Emerge in estrema sintesi una prevalente perdita di credibilità e dunque di leadership mondiale del primo di cui si starebbe avvantaggio il secondo, che cerca di far dimenticare le pesanti responsabilità assunte nel tacere e comunque nel sottostimare il tasso di diffusione del virus, attraverso un approccio, adesso, di ben calcolata generosità a livello internazionale, seguito a ruota dal collega russo che fa fatica a rendere accettabili le statistiche ufficiali sul morbo. Si passa quasi sotto silenzio l’inadeguatezza del G7 e del suo cugino, il G20, alle prove con la presidenza dell’Arabia Saudita, mentre si continua a dare credito all’Organizzazione mondiale della sanità che peraltro è priva di reale autorità nei riguardi dei Paesi membri.

CHI RISCHIA DAVVERO È L’UE

In realtà nulla o quasi ci fa ritenere che una volta superato l’attuale momento di crisi non si riprenderanno le fila delle traiettorie tendenziali che si erano registrate prima senza particolari stravolgimenti. Chi sta ad un bivio davvero rischioso è l’Unione europea dove i membri più rigorosi sono anche i più accoglienti paradisi fiscali, i meno rigoristi sono i membri che meno hanno fatto per mettere in ordine i propri conti e i più sovranisti sono quelli che adesso invocano la generosità dell’Unione nel suo complesso.

I CONFLITTI IN STAND-BY DEL MEDIO ORIENTE

Lo stesso vale a mio giudizio per l’area del Nord Africa dove il virus ha messo la mordacchia ai consistenti movimenti di dissidenza e di vera e propria mobilitazione: penso in particolare all’Algeria ma anche al Marocco e alla Tunisia, e ha rallentato in qualche modo le dinamiche conflittuali in atto; ma è solo una pausa.

I conflitti che si sono attenuati riprenderanno non appena possibile

Non molto diverso è il caso di paesi come l’Iraq e la Siria e lo stesso Yemen dove le ragioni conflittuali del potere e le divisioni etnico-settarie si sono appena attenuate, per riprendere, ritengo, non appena possibile. 

L’EQUILIBRIO PRECARIO DI IRAN E TURCHIA

Diverso è il caso di un Paese come l’Iran, al centro di un processo di difficoltà pericolosamente crescenti e di sempre più arduo superamento che il virus ha solo contribuito ad accentuare e di quello della vicina Turchia dove Erdogan sembra intenzionato a mantenersi comunque sul filo del rasoio di un precario equilibrio interno in nome di una strategia ottomana che stenta a controllare.

LA FRAGILITÀ DEL SISTEMA GLOBALIZZATO

Resta comunque il fatto che in un contesto in cui i Paesi che rappresentano un po’ la punta di lancia della multipolarità del mondo e che stanno ponendo in atto politiche di forte espansione monetaria – in testa gli Usa di Trump – sembrano sottovalutare un dato di fatto indiscutibile: la manifesta fragilità di un sistema globalizzato che gira sul perno dell’assoluta sovranità del mercato e della cosiddetta «catena del valore». 

RIPARTIRE DAL BENE COMUNE

Penso che occorra rivedere l’asse sul quale gira quel perno e arricchirlo di un componente: la dimensione di un ritrovato umanesimo dove il bene comune, così come lo ha vissuto Olivetti e lo sta vivendo Cucinelli, tanto per fare due esempi, abbia almeno pari cittadinanza del Prodotto interno lordo. Sarebbe una quasi-rivoluzione che solo il pubblico, cioè lo Stato inteso come comunità umana, potrebbe assicurare. Conforta in questa prospettiva l’impegno del G20 a «fare tutto quello che è necessario» (Draghi) per superare l’impatto «sociale, economico e finanziario» del coronavirus iniettando 5 mila miliardi di dollari nell’economia mondiale. 

IL CONSIGLIO UE A UN PUNTO DI SVOLTA

Conforta il messaggio dell’Unione europea allo stesso G20 – «Eventi senza precedenti richiedono azioni senza precedenti. È necessaria un’azione veloce, massiva e coordinata a livello globale sui fronti della sanità e dell’economia per salvare vite ed evitare ulteriori crisi economiche». Ma ancor più conforta il rinvio di 10 giorni entro i quali arrivare a una conclusione del Consiglio Ue degna dell’attuale momento eccezionale sollecitata anche dal nostro premier, forte dei risultati già consistenti ottenuti dagli sherpa in sede di bozza preparatoria. Forse questa volta si riuscirà a far battere un colpo a questa Unione Europea.