Perché nel post-coronavirus potrebbe aumentare l’occupazione femminile

Alessia Ferri
04/04/2020

Statisticamente le donne sono colpite da una forma più lieve del virus. E ora dividono la cura dei figli e della casa con i partner. Questo, alla fine dell'emergenza, potrebbe fare loro guadagnare un nuovo ruolo nel mondo del lavoro.

Perché nel post-coronavirus potrebbe aumentare l’occupazione femminile

Passata l’emergenza sanitaria l’Italia potrebbe ripartire dalle donne. Non si tratta solo di (più che legittime) rivendicazioni femministe ma di una possibilità concreta.

Statisticamente sono infatti le donne (almeno per ora) a essere colpite meno gravemente dal Covid-19. Secondo alcune stime, il rapporto è 2 a 8: ogni due donne ammalate di una forma grave o letale, ci sono otto uomini nelle stesse condizioni.

Viene dunque da chiedersi se alla riapertura delle attività produttive, il loro ruolo possa diventare via via più centrale.

Ipotesi, certo. Anche perché «sui motivi ufficiali di questo squilibrio numerico la scienza non ha ancora certezze», mette in chiaro il dirigente di malattie infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia di Torino, Giovanni Di Perri. «Una delle ipotesi più accreditate», spiega a Lettera43.it, «tira in causa gli ormoni femminili chiamati estrogeni. Il danno polmonare provocato dal Covid-19 è immunomediato, ovvero deriva da una nostra aggressione alle cellule infette del polmone. In generale gli estrogeni producono una risposta immunitaria maggiore rispetto agli ormoni maschili e questo determina una minore possibilità di sviluppare quadri gravi in caso di contagio da coronavirus».

ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA PER L’OCCUPAZIONE FEMMINILE

A prescindere dalla causa di questa tendenza, questa incidenza se confermata potrebbe determinare cambiamenti significativi nel mondo del lavoro. Nel nostro Paese soprattutto. A livello europeo, come ricordava Lavoce.info, l’occupazione femminile (nella fascia d’età 20-64 anni) è al 67,3%, mentre quella maschile è pari al 79%. In cima alla classifica la Svezia con l’80% mentre l’Italia è al penultimo posto con il 53,1%. Ben al di sotto della media Ue. Va meglio osservando il divario salariale, visto che un Italia il gap uomo/donna è del 5% contro il 14,8% europeo. Ma la strada da fare è ancora lunga.

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Il trend potrebbe cambiare? Forse, anche se come spiegato da Paola Profeta, docente di Scienze della Finanza alla Bocconi di Milano, gli scenari possibili sono due, e il primo non è per nulla incoraggiante. «Se guardiamo alle passate crisi economiche a pagare il prezzo più alto perdendo il posto sono state soprattutto le donne, occupate spesso in settori instabili, con posizioni precarie o contratti meno tutelanti. Il rischio quindi è che la storia si ripeta».

IL NUOVO RUOLO DEGLI UOMINI NELLA VITA FAMILIARE

Detto questo, però, ricorda Profeta «dopo grandi choc, si sono sempre compiuti veloci passi avanti nel campo dei diritti e potrebbe accadere anche nel prossimo futuro». Non è affatto scontato però, dipende dalla gestione della fase di emergenza acuta che stiamo vivendo. «Sulle donne pesa la maggior parte del lavoro casalingo e della cura delle persone», ricorda l’economista. «Adesso però, la presenza fissa di molti uomini tra le mura domestiche potrebbe essere l’occasione per dividere davvero le incombenze e azzerare uno squilibrio di genere consolidato da secoli. Se ciò avvenisse le donne potrebbero guadagnare maggiore spazio extra familiare da dedicare anche alla carriera. Se invece la chiusura delle scuole e l’assenza di aiuti esterni non farà altro che appesantire il loro carico quotidiano avremo perso un’enorme occasione di crescita».

MAGGIORI SALARI E AVANZAMENTI DI CARRIERA

Oltre alla famiglia però anche le aziende dovranno fare la loro parte. «Assolutamente, e se ciò si verificasse non sarebbe altro che un’ulteriore conferma di quanto sia prioritaria una maggiore valorizzazione delle donne, soprattutto in termini salariali e di possibilità di avanzamento di carriera», conclude Profeta. «È già dimostrato si ammalano meno rispetto ai colleghi e quindi, anche sotto questo punto di vista, rappresentano un valore aggiunto sia per l’azienda che per il sistema economico italiano nel complesso».