Dallo Yemen alla Libia, né il virus né il Ramadan fermano le bombe

Armando Sanguini
20/04/2020

Le lacerazioni di San'a. La palude di Idlib. L'avanzata di Serraj. In Medio Oriente e Nord Africa i conflitti più sanguinosi proseguono, nonostante tutto.

Dallo Yemen alla Libia, né il virus né il Ramadan fermano le bombe

Ci mancava solo un’alluvione per aggravare la situazione a dir poco allarmante in cui versa lo Yemen; in termini umanitari, di sicurezza, bellici, politici, ambientali. Un altro trauma, in questo caso per cause naturali, che ha investito un’area relativamente vicina a San’a, la capitale del paese, provocando distruzione e morte. Ricordiamo che San’a è da circa cinque anni sotto il controllo degli Houthi, un gruppo che, manu militari, ha costretto alla fuga verso il Sud del legittimo presidente Hadi, legittimo in quanto eletto democraticamente, ma responsabile di un grave disconoscimento delle rivendicazioni che quel gruppo rappresenta.

YEMEN, UN GROVIGLIO INESTRICABILE DI CONTRAPPOSIZIONI

Si tratta di un trauma che non ha suscitato particolare attenzione mediatica così come è stato del resto per le gravi ripercussioni sociali di una guerra civile avvelenata dal retrostante conflitto per procura tra l’Iran e l’Arabia Saudita, dalla minaccia del terrorismo (Al Qaeda e Isis) e dal risorgente separatismo del Sud del Paese. Ripercussioni che sono andate formando un groviglio di lacerazioni e di contrapposizioni che hanno pressoché azzerato gli sforzi di mediazione prodotti dai diversi Inviati speciali del Segretario generale dell’Onu, da ultimo da Martin Griffiths. Tanto da spingerlo a svolgere un’impietosa narrazione della situazione del Paese e a proiettarvi il fascio di luce di una sfida negoziale imperniata sulla necessità di fronteggiare il nuovo nemico, il Covid-19 che minaccia – sono parole sue – di portare ulteriori e più vaste sofferenze alla popolazione yemenita.

L’APPELLO DELL’INVIATO SPECIALE GRIFFITHS

Griffiths ha sollecitato con forza e passione che si passi al silenzio delle armi e alla ricerca di una soluzione politica dopo mesi di defatigante ricerca di seguiti concreti al primo ed embrionale accordo che era riuscito a far accettare dalle due parti, a Stoccolma, nel dicembre del 2018. Lo ha fatto di proposito in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu e dunque, di fatto, nella sede simbolo della sicurezza della comunità internazionale ponendo in rilievo come, ancorché accolto da entrambe le parti, sia stato finora recepito, anzi addirittura anticipato dal governo yemenita e dalla coalizione militare a guida saudita che lo sostiene con un cessate il fuoco unilaterale. Griffiths si è anche spinto ad adombrare una sorta di road map futuribile qualora intervenisse una sia pur temporanea cessazione delle ostilità: adozione di misure economiche e umanitarie includenti il rilascio di prigionieri, apertura dell’aeroporto internazionale di San’a; pagamento dei salari ai dipendenti pubblici; accesso al porto di Hodeida dei beni di necessità; contrasto diretto e indiretto al coronavirus e ripresa del processo politico.

PUTIN ED ERDOGAN NELLA PALUDE SIRIANA

La diffusione del coronavirus e l’imminente Ramadan dovrebbero poter rappresentare un robusto coadiuvante a favore dell’accoglimento della sollecitazione di Griffiths. Ma il lancio di un missile balistico diretto dagli Houthi contro la città di Mareb che la ha accompagnata non sembra incoraggiante. Poco incoraggiante risulta anche la dinamica che si osserva nella regione di Idlib, nel Nord-Ovest della Siria dove Mosca non ha nascosto la sua frustrazione di fronte alla condotta della Turchia. Dal suo versante militare Putin ha voluto far sapere di aver ribadito “l’invito” che da tempo rivolge e in termini sempre più pressanti ad Ankara perché si decida a fare il necessario per riuscire a separare le forze dell’opposizione moderata (a Damasco) da quelle del terrorismo jihadista (Hayat Tahrir al-Sham). E ciò in ottemperanza alle intese raggiunte nel settembre scorso tra i due Paesi.

Il coronavirus non sembra fungere da deterrente degno di questo nome nei Paesi del Medio Oriente straziati da guerre interne. Per ora almeno

Questa volta da parte russa è stata anche evocata la prospettiva di una tale divisione in vista della «riconsegna del territorio alla sovranità siriana», un obiettivo che certo Erdogan non vede con favore. Su questo scenario si è ora allungata l’ombra della minaccia infettiva del coronavirus per la quale si adombra in maniera abbastanza esplicita la responsabilità delle milizie iraniane, o comunque riferibili a Teheran, presenti in loco. Una minaccia ancora contenuta che non facilita certo il perseguimento degli obiettivi di Ankara, siano essi rappresentati da Damasco piuttosto che dalla presenza curda. E intanto torna a manifestarsi l’Isis approfittando del disorientamento generale provocato dalla pandemia mentre Bashar al Assad fatica a trovare una linea strategica all’altezza della situazione. Con buona pace per il mese sacro del Ramadan.

LIBIA, L’AVANZATA DELLE FORZE PRO-SERRAJ

Dove invece Erdogan sta ottenendo risultati apprezzabili è in Libia. Le forze che sostengono il governo di Tripoli a guida Serraj, tra le quali di fondamentale rilievo, come ben noto, figurano quelle assicurate da Ankara, stanno riconquistando località importanti della costa occidentale del Paese a suo tempo conquistate dal generale Haftar che sembra aver smarrito la sua capacità offensiva, ornai concentrata nell’area Sud di Tripoli. Non pochi osservatori si stanno anzi chiedendo se i risultati di questa controffensiva possano costituire essere il punto di svolta, di conversione di quella che nelle sue dichiarazioni trionfalistiche doveva essere la “liberazione” di Tripoli dalle forze del terrorismo. Una marcia militare da guerra lampo e che invece si è trasformata in una nefasta guerra per procura che dura da 12 lunghi mesi ma che è valsa a provocare morte e distruzione e a gettare alle ortiche tutto il lavorio diplomatico condotto dall’Inviato del Segretario generale delle Nazioni Unite per far convergere il maggior numero di milizie e tribù libiche su un’operazione di stabilizzazione e quindi di auspicabile pacificazione del Paese.

HAFTAR “VEDE” L’ENNESIMA SCONFITTA

Non si può ancora dire che egli abbia perso, ma questi ultimi giorni lo vedono per la prima volta perdente, tatticamente e strategicamente; ciò che ben riflette la biografia di questo generale in cui le sconfitte superano largamente le vittorie sul campo ottenute ai tempi di Gheddafi. Perdente e, ciò che forse più conta, con una coesione alquanto labile delle forze militari su cui si sostiene. Ma la posta in gioco è molto alta e non sembra che i suoi sostenitori (dall’Egitto agli Emirati passando per la Francia) siano disposti a rinunciarvi dopo avervi investito tante risorse umane e finanziarie. E anche qui si ha l‘impressione che il Ramadan poca influenza possa avere. Mentre la presenza militare turca nel Mediterraneo sembra offrire sponda agli scafisti. Insomma, il coronavirus non sembra fungere da deterrente degno di questo nome nei Paesi del Medio Oriente straziati da guerre interne. Per ora almeno.