Il coronavirus ha imbavagliato le proteste

Alberto Bellotto
06/04/2020

Dopo un 2019 segnato dalle manifestazioni, dall'Algeria a Hong Kong, l'emergenza Covid-19 ha azzerato tutto. Il dissenso in Rete è limitato dall'accesso alle tecnologie. E non è detto che la fine della pandemia coincida con un ritorno nelle piazze.

Il coronavirus ha imbavagliato le proteste

Il popolo algerino è sceso in piazza per oltre 55 settimane consecutive. In oltre un anno di agitazioni, nulla ha impedito alle persone di scendere per strada e chiedere le dimissioni di Abdelaziz Bouteflika, ma poi è arrivato il coronavirus.

Il 2019 passerà alla storia come un anno di agitazioni e proteste. L’elenco è piuttosto lungo: si va dall’Algeria, appunto, al Libano passando per la Francia dei gilet gialli. Ma anche in Sudan, Iran, Iraq, Cile, Bolivia e Hong Kong.

Il 2020 e il Covid-19 hanno però avviato un processo di congelamento che, però, potrebbe avere esiti opposti.

IL CROLLO DELLE MANIFESTAZIONI NEL MONDO

Nelle ultime settimane, dopo la prima ondata di contagi, i giovani di Hong Kong avevano provato a tornare in strada per protestare, ma una nuova ordinanza ha impedito gli assembramenti con più di quattro persone. Una mossa sicuramente anti-Covid ma c’è chi teme che l’effetto possa durare anche dopo al contagio. Intanto come era logico aspettarsi la paura del virus ha fatto il resto. In Algeria, come in Libano e in Iraq le proteste sono diminuite fino ad arrestarsi. Secondo i dati raccolti dall’Armed Conflict Location & Event Data Project tra il 23 e 28 marzo gli eventi archiviati come “proteste” sono stati 384, contro i 1.382 della settimana tra il 2 e 7 marzo. Numeri ancora più bassi se si pensa, ad esempio che nei primi sei giorni di novembre erano stati oltre 1.500.

ALTRI MODI DI VEICOLARE LA PROTESTA

È chiaro che il dissenso non si è fermato, ma si è trasformato adeguandosi al momento. In particolare ha traslocato su Internet e sui terrazzi. Come è successo in Brasile. A metà del mese di marzo migliaia di persone nelle grosse città, da San Paolo a Rio de Janeiro dalle finestre e dai balconi di casa hanno protestato facendo rumore e sbattendo pentole e padelle contro il presidente Jair Bolsonaro colpevole di gestire malamente l’allarme Sars-CoV-2. Circa 600 mila cittadini israeliani hanno invece scelto la Rete per mostrare il loro disappunto contro il premier Benjamin Netanyahu. È chiaro che per quanto colorite queste manifestazioni non possono vantare la stessa forza d’urto di quelle in piazza. Tanto che in Brasile come in Israele in pratica non c’è stato alcun cambiamento.

Un dimostrante con la pentola in mano durante la protesta contro Bolsonaro in Brasile.

I LIMITI TECNOLOGICI DELLA DIGITALIZZAZIONE DEL DISSENSO

L’altro forte limite di una “digitalizzazione” della protesta riguarda la soglia di accesso alle tecnologie. Se è vero che i social media hanno spesso fatto da volano a quanto succedeva in piazza, pensiamo per esempio allo scatto di Alaa Salah durante le proteste in Sudan, è altrettanto vero che per moltissime persone accedere alla Rete è quasi impossibile. Strade e piazze sono una livella sociale che permette a chiunque, indipendentemente dallo status socio-economico, di far sentire la propria voce, il web no. E non vale solo per l’accesso in sé, ma anche per la banda a disposizione. Nella regione del Kashmir, tra India e Pakistan, il governo di Nuova Dehli ha chiuso per mesi la Rete, per poi aprirla solo parzialmente. Tutti gli abitanti hanno al massimo connessioni in 2G, utili a malapena per controllare le mail, non certo per vedere video o partecipare a grossi Facebook live.

PROTESTE PER LE MISURE CONTRO IL COVID

In realtà le proteste non si sono sopite del tutto, e come molte altre cose si sono riconfigurate intorno al tema dominate: l’emergenza coronavirus. Soprattutto in Paesi con profonde sacche di povertà, come nel caso dell’India, la tensione è deflagrata. Migliaia di braccianti o piccoli lavoratori sono scesi per le strade con un semplice messaggio per le autorità: con il lockdown non possiamo lavorare e quindi non possiamo mangiare. Secondo Human Rights Watch in India circa l’80% della forza lavoro è impiegata in settori “informali”, e un terzo dei lavori è occasionale. A complicare il tutto anche la chiusura delle frontiere che impedisce l’arrivo di alcuni beni di prima necessità. In tutto questo la repressione della polizia contro chi esce di casa si concentra soprattutto contro le persone più povere e in difficoltà. Sempre secondo i dati dell’Acled a marzo è cresciuto il volume di proteste legate al coronavirus. A inizio mese se ne contavano poco meno di 5-6 a settimana, ma verso fine hanno raggiunto la settantina.

I RISCHI SUL LUNGO PERIODO

Anche con un ritorno alla normalità non è detto che sarà così semplice tornare in strada. In primo luogo in alcuni Paesi la militarizzazione imposta dall’emergenza rischia di estendersi anche nel post-emergenza, come è successo a Hong Kong. L’altro rischio ha invece a che fare con la nostra privacy, come ha fatto notare Quartz. Pensiamo anche solo alle app per il tracciamento delle persone. È il caso della Corea del Sud, ma soprattutto Israele, come ha raccontato il Guardian, dove il governo di Netanyahu ha dato il via libera all’utilizzo una tecnologia pensata per l’antiterrorismo per tracciare i cellulari. La Russia sta invece usando l’emergenza per testare il suo sistema di riconoscimento facciale, mentre in Cina una società di Pechino ha affermato di aver migliorato i dispositivi rendendoli efficaci anche se si indossa una mascherina.