I cinque tabù sfatati dall’epidemia di coronavirus

Alberto Bellotto
02/04/2020

La quarantena obbligata ha messo in moto alcuni processi che fino a ieri sembravano impossibili. Si è cominciato a discutere di reddito universale, di flessibilità europea, di smart working e di digitalizzazione della scuola. E passata l'emergenza tornare indietro sarà impossibile.

I cinque tabù sfatati dall’epidemia di coronavirus

Studi e opinioni su come sarà il mondo post Covid-19 abbondano. Al momento però è difficile sapere cosa succederà nei prossimi mesi. Quello che è certo è che l’epidemia di coronavirus ha dato il via a una varietà di fenomeni che hanno messo in discussione tabù che fino a ieri sembravano incrollabili. E che invece ora iniziano a sgretolarsi.

1. REDDITO UNIVERSALE: SE NE PARLA PERSINO NEGLI USA

Per anni anche solo avviare una discussione su una forma di reddito universale era praticamente proibito. Il 30 marzo ci ha pensato Beppe Grillo a rilanciare la proposta nell’arena politica provando a usare l’emergenza come leva. La levata di scudi contro la proposta da Forza Italia a Italia viva è arrivata puntuale. La boutade de cofondatore del M5s è stata bollata come esempio di «decrescita» e «assist all’assistenzialismo». Il governo intanto potrebbe pensare a un reddito d’emergenza. Eppure fuori dai nostri confini il vento è cambiato. Per averne un’idea basta guardare dall’altra parte dell’Atlantico. Negli Usa, che al momento sono il primo Paese al mondo per numero di contagiati, l’idea non è poi così bislacca.

Persino un repubblicano come Mitt Romney ha suggerito di “dare soldi” agli americani per superare la crisi.

Intanto nel piano da oltre 2 mila miliardi varato dal Congresso, e firmato da Donald Trump, è previsto il versamento di 1.200 dollari agli adulti e 500 per i bambini. Chiaro, si tratta di una tantum, ma in un Paese che ha fatto dell’iniziativa individuale e del rifiuto di forme di assistenza un vanto, la mossa suona quasi rivoluzionaria. E che i tempi siano maturi lo dimostra anche un sondaggio realizzato dal GenForward Survey Project dell’Università di Chigago, secondo il quale il 51% dei giovani tra i 18 e 36 anni è favorevole a una forma di reddito intorno ai 1.000 dollari al mese. Persino a livello politico sembrano esserci convergenze. Esponenti repubblicani, come l’ex candidato alla Casa Bianca oggi senatore Mitt Romney ha detto che è necessario garantire «un assegno a ogni americano». Tra le file dei dem, invece, l’ex candidato alle primarie Andrew Yang ha fatto campagna praticamente solo sul reddito universale. Da anni anche le big tech della Silicon Valley spingono per forme di sostegno e in varie cittadine si sperimenta già con successo. È difficile dire quanto in là ci si possa spingere, ma se la crisi cancellerà molti posti di lavoro, il reddito di cittadinanza potrebbe presto tornare sui tavoli dei governi e questa volta sarà difficile liquidarlo con una battuta.

2. I GIGANTI DELLA SILICON VALLEY E I CONTROLLO DEI CONTENUTI

L’epidemia di Covid-19 si è riversata anche su media e social network trasformandosi in un’infodemia dannosa fatta di fake news e bufale. Per questo motivo le piattaforme hanno deciso di correre ai ripari. Ma questo ha messo in crisi anche un altro totem: quello secondo il quale le piattaforme non potevano gestire la vasta mole di contenuti generati dagli utenti. Tanto per dare un’idea a ottobre il fondatore e Ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, parlando col Washington Post aveva ribadito che non è compito delle piattaforme gestire i contenuti: «Non penso che le persone vogliano vivere in un mondo in cui puoi dire solo le cose che le aziende decidono sia vero al 100%».

facebook-clegg-a-roma

Famoso ad esempio è il caso di un video pubblicato dalla campagna per la rielezione di Donald Trump con messaggi falsi contro Joe Biden e il figlio Hunter. Nonostante le proteste dei democratici, il video rimase online. Un atteggiamento che secondo Menlo Park segna il rispetto per le opinioni di tutti. Ma oggi il Covid-19 ha rimesso in discussione tutto. Gli sforzi fatti per contere l’infodemia ha portato a una rimozione di contenuti, sponsorizzati e non, in modi impensabili per i giganti tech.

3. L’AUSTERITÀ EUROPEA IN DISCUSSIONE

La partita in Ue tra Nord e Sud Europa è ancora tutta giocare, ma anche a Bruxelles qualche cosa è cambiato. Per far fronte all’emergenza il 23 febbraio l’Ecofin ha dato il suo via libera alla sospensione del patto di stabilità, come richiesto dalla Commissione Ue. In pratica la mossa congela il famoso limite del 3% per il rapporto deficit/Pil e il debito pubblico sotto il 60%. La “clausola generale di fuga” che ha permesso lo stop era stata introdotta nel 2011, ma da allora non era mai stata usata. Nel loro comunicato i ministri dell’Economia hanno rinnovato l’intenzione di impegnarsi per rispettare il patto di stabilità e crescita, ma la mossa ha sicuramente avviato processi nuovi. Anche alla luce di altre iniziative minori, come il reindirizzamento di fondi strutturali non utilizzati e deroghe sulle norme che regolano gli aiuti di Stato.

Il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

È chiaro che questa crepa sul fronte dell’austerity non precede un cambio di rotta. Il dibattito intorno ai coronabond ha dimostrato che la strada è ancora lunga. Se molti Paesi, Italia, Spagna e Francia in testa, stanno spingendo per creare uno strumento che pompi denaro nelle casse degli Stati in difficoltà, i quattro Frugal Four, Germania, Finlandia, Austria e Olanda, si sono messi di traverso. Si saprà qualcosa di più il 7 aprile quando l’Eurogruppo si riunirà per capire come rispondere alla crisi. È però vero che mai uno strumento come i bond condivisi era finito sul tavolo ufficiale dei ministri e che per la prima volta se ne discuterà ufficialmente. Anche questa una piccola rivoluzione.

4. CROLLANO LE RESISTENZE SULLO SMART WORKING

Un altro tabù che sta faticosamente finendo in soffitta è la maggiore flessibilità. Non tanto sul piano contrattuale, ma su quello degli orari e del luogo di lavoro. L’uso massiccio dello smart working per le aziende, pur tra mille difficoltà, sta diventando la dimostrazione che al netto di alcune carenze tecniche mancava la volontà di portarlo a termine. E se per un attimo proviamo a guardare avanti è possibile che questo fenomeno non sia un fuoco di paglia. La stessa ministra della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone ha detto che finita l’emergenza la Pa dovrà continuare su questa strada, portando «il sistema a un 30-40% di lavoratori in smart working». Anche molte aziende sembrano essersi adeguate in fretta. Secondo un’indagine condotta da Bca-Doxa tra le imprese italiane il 73% di quelle intervistate lo ha introdotto in maniera massiva, applicandolo al maggior numero di persone. Solo una minoranza non è invece riuscita (o non ha avuto la possibilità) di implementarlo in maniera altrettanto estesa.

La Cisco, che gestisce la piattaforma Webex per lavoro e conferenze in remoto, ha registrato un aumento del 211% delle registrazioni per Europa, Africa e Medio Oriente. Lo stesso ad di Cisco Italia, Agostino Santoni, ha spiegato che in Italia nell’ultimo anno l’incremento è stato del +5.075%. Altro indicatore chiave l’impennata di download per l‘app Zoom, usata per insegnamenti e videoconferenze a distanza: i download giornalieri sono passati, su scala globale, dai 171 mila di metà febbraio ai 2,41 milioni del 25 marzo, con un incremento del 1.300%.

5. LA DIFFICILE DIGITALIZZAZIONE DELLA SCUOLA

Il muro più difficile da abbattere resta quello che divide digitalizzazione e mondo della scuola. Per non rischiare di perdere un anno scolastico maestri e insegnanti si sono attrezzati per cercare di ricreare in remoto un ambiente per la formazione. E secondo il monitoraggio settimanale dell’Osservatorio “Scuola a distanza” di Skuola.net, iniziano ad arrivare alcuni risultati confortanti. Tra gli studenti delle superiori oltre due su tre fanno ormai lezione in modo estremamente interattivo, collegandosi in videoconferenza con i professori, grazie alle piattaforme più evolute (a metà marzo erano circa il 60%). Uno degli ostacoli però resta la dotazione delle famiglie. Il 27% degli studenti sentiti dall’osservatorio ha ammesso di non avere gli strumenti sufficienti.

Per quanto riguarda le valutazioni, uno studente su due ha già svolto verifiche o interrogazioni online, segno che considerare valido l’anno scolastico potrebbe non essere una decisione basata sul buonismo ma sulla consapevolezza che un giudizio comunque è possibile. Quello che è certo è che la quarantena forzata ha dimostrato che studiare e formarsi via internet è una realtà. Il problema, hanno lamentato alcuni, è che alcuni insegnanti non sono ancora pronti, privilegiano l’assegnazione di compiti alle lezioni. Ma ormai la strada e tracciata. E il prossimo anno scolastico non potrà non tenerne conto.