Tutti i danni che la pandemia sta facendo al racconto sovranista

Mario Margiocco
05/05/2020

All'inizio i nazionalisti esaltavano l'idea di Stato contro l'immobilità di Bruxelles. Ma la diffusione del coronavirus ha dimostrato che mettere confini e frontiere è impossibile. Ora la palla passa all'Ue: se darà una risposta economica consistente nella fase 2, assesterà un altro duro colpo a Trump, Salvini e soci.

Tutti i danni che la pandemia sta facendo al racconto sovranista

Aiutati in un primo tempo, danneggiati ora, non si sa domani. Questo in sintesi l’impatto della pandemia di coronavirus sui partiti sovranisti, cioè nazionalisti. In Europa e negli Stati Uniti, dove il neo-nazionalismo più che da un partito è incarnato dal presidente Donald Trump e da vari gruppi privati che lo sostengono, i sovranisti sono impegnati da circa 10 anni nell’attacco alla globalizzazione, non sempre sbagliato. E anche a ciò che resta delle strutture ispirate dal pensiero internazionalista del secolo scorso, a partire dall’Unione europea. È un quadro dal quale non si può lasciare fuori i due protocampioni del nazionalismo contemporaneo, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, che affermano il concetto di nazione come l’unica vera base della convivenza internazionale. Un internazionalismo dei nazionalismi, insomma. Chiaramente, i maestri di Matteo Salvini e di vari altri.

IN PRINCIPIO FU IL RITORNO ALLA GRANDE DELLO STATO

Alla prima chiusura delle frontiere e alle prime norme che limitavano movimenti e chiudevano attività economiche, fine febbraio e primi di marzo in Europa, si è parlato subito di un ritorno alla grande dello Stato, che agiva, mentre l’Unione europea stava a guardare. Non solo, Bruxelles impiegava vari giorni a dare segnali chiari di avere preso coscienza della gravità della situazione, e non era pronta a richiamare subito all’ordine e alla solidarietà europea quei Paesi che bloccavano gli stock nazionali esistenti di mascherine e altro materiale sanitario, non aiutando i partner. Un successo dello Stato-nazione che esiste mentre l’Unione cerca solo di esistere, a volte inutilmente.

SOSPENSIONE PERSINO DI SCHENGEN

Si assisteva a un trionfo delle frontiere in chiave sanitaria e alla sospensione della libera circolazione stile Schengen. In Italia questo consentiva ad alcuni leader politici, in particolare a Giorgia Meloni, di mettere il dito nella piaga di un’assenza di normativa sanitaria comune, dimenticando che tutta una serie di Trattati, Maastricht, Amsterdam e Lisbona, chiaramente assegna agli Stati nazionali piena competenza in materia sanitaria. E nessuna competenza se non marginale, a parte un vago concetto di “coordinamento” senza effettivi poteri, a Bruxelles. Lo Stato c’è, Bruxelles non si sa, questa la prima lezione.

MA NON C’È CONFINE CHE ARRESTI IL CONTAGIO

L’Italia era nella prima linea sanitaria ed è stata quindi fra i primi a produrre alcune riflessioni. Roberto Esposito, filosofo teoretico alla Normale di Pisa, riflette da anni sul concetto di bio-politica, sulle conseguenze cioè dei maggiori problemi sanitari sulla società. Lanciava a metà marzo in alcune interviste un messaggio chiaro: «Il virus ha dimostrato che il sovranismo è impossibile, poiché non c’è confine che possa arrestare un contagio del genere», diceva per esempio all’Huffington Post. Per aggiungere subito però che i sovranisti torneranno presto alla carica ribadendo la sacralità delle frontiere e delle identità nazionali, difese inalienabili in un mondo ostile. Esposito è fra i più noti e apprezzati filosofi contemporanei a livello internazionale, e fa ciò che da sempre fanno i filosofi di rango, cerca di capire cioè dove va il mondo.

IN TUTTA EUROPA IL FRONTE SOVRANISTA CALA DEL 3-4%

Passata la fiammata statalista, si è visto come la natura “globale” della pandemia danneggi per ora la linea sovranista. Come si fa infatti a esaltare risposte nazionali, e considerare solo queste, quando il nemico al pari del degrado ambientale vola sopra le teste degli uomini e sopra le frontiere? Una analisi condotta una decina di giorni fa e con sondaggi fino a tutto il 21 aprile dall’edizione europea del quotidiano online Politico, vede un calo su tutto il fronte dei sovranisti, attorno al 3-4% per esempio per forze come la Lega e la tedesca AfD (Alternative für Deutschland), mentre risultano in controtendenza i partiti nazionalisti di Polonia e il Fidesz ungherese e Fratelli d’Italia. In calo anche il Rassemblement national di Marine Le Pen. Premiati in genere i governi, che agiscono, penalizzate le opposizioni sovraniste, che non possono fare altri che andare a caccia degli errori dei governi. E hanno l’handicap “filosofico” di offrire inevitabilmente risposte soprattutto nazionali e una maledizione globale.

I COSTI DELLA RICOSTRUZIONE POSSONO FORNIRE NUOVI ASSIST

Non è detto però che questo handicap duri a lungo perché le enormi difficoltà e i costi della ricostruzione offriranno presto spazi ai sovranisti, in particolare in Europa. Dipenderà molto dalla consistenza e dai tempi della risposta Ue, una volta varato il piano complessivo che è stato promesso entro il primo giugno. Come noto è composta da iniziative già annunciate e articolate su Mes (Meccanismo europeo di stabilità, cioè il Fondo salva Stati), Sure (aiuti anti-disoccupazione) e Bei (Banca europea degli investimenti) e dal Recovery Fund, quest’ultimo sembra formato da 320 miliardi di euro utilizzati per raccogliere sui mercati, con obbligazioni, una cifra ben più consistente, da dare ai Paesi in parte come prestiti e in parte come aiuti. Se sarà una massa percepita come consistente e sufficiente ne deriveranno danni notevoli per i sovranisti, poiché il loro messaggio finale è che l’Europa, “questa Europa”, non c’è e quando c’è fa poco o fa danni. Se sarà qualcosa di insufficiente o di non facile da capire cavalcheranno il tutto alla grande.

DA SALVINI SOLTANTO SOLUZIONI POPULISTE

Salvini ha già delineato la strategia in un recente intervento su Il Sole 24 Ore. Chiede – sono tre anni almeno che lo fa, ma ora il tutto viene rilanciato dalla pandemia – il “finanziamento monetario” degli interventi economici. Che sia cioè la Bce a pagare creando moneta. È un chiodo fisso dei nostri sovranisti, e come vediamo subito non sta molto in piedi ed è il punto che più di tutti li qualifica come populisti: soluzioni semplici (e inesistenti) a problemi complessi. «Se l’Unione», scrive ancora infatti Salvini, «con le sue istituzioni rifiutasse di fare quanto indispensabile per la salvezza delle economie degli Stati membri, sarebbe stata lei a spingere questi Stati su strade diverse per assicurare la sicurezza economica, il benessere e la pace sociale dei propri cittadini». Come dire, io ho la ricetta, se non ci pensa la Ue facciamo come dico io.

RICETTE BASATE SU RICATTI, BLUFF E OMISSIONI

È l’eterno antagonismo salviniano con una Bruxelles di cui non si sente minimamente parte. È un ricatto, ma va valutato seriamente. Da un lato viene proposto come se non si sapesse che la Bce, che peraltro sta tenendo l’Italia a galla sui mercati con gli acquisti di titoli, non può monetizzare apertamente la spesa di uno o più Paesi data la sua natura di banca centrale comune. Dall’altro si tratta di un bluff a uso di chi vuole crederci, perché la soluzione si fonda su un ritorno alla lira e a una Banca d’Italia che finanzia senza limiti il Tesoro e la spesa pubblica. Con una Paese già fortemente indebitato e con la storia della lira alle spalle (150 lire circa per un marco tedesco nel 1968, cambi fissi di Bretton Woods, 1.223 lire nel marzo 1995) basterebbero poche settimane a far crollare i cambi e schizzare l’inflazione. Ma Salvini questo, al suo affezionato pubblico, non lo dice.

PURE TRUMP VITTIMA DELLE SUE IDEE IRREALISTICHE

Fra quanti la pandemia ha lasciato per ora scoperti c’è anche Trump. Rifiuta il principio stesso della collaborazione internazionale se non come deal caso per caso e il risultato è che la crisi da Covid-19 è la prima da oltre un secolo che non vede gli Stati Uniti attivarsi per una risposta comune. La stessa azione di Washington contro l’Organizzazione mondiale della sanità, accusata giustamente di avere troppo assecondato i racconti cinesi sul virus, sarebbe molto più efficace e costruttiva se fatta alla guida di un fronte internazionale. E questo vale anche per l’azione contro Pechino, per chiedere ai cinesi di porre fine a pratiche commerciali (animali vivi di ogni genere allevati per consumo alimentare in condizioni igieniche pessime) che sono da secoli riconosciute come incubatrici di nuove malattie. Ma anche Trump è per l’internazionalismo dei nazionalismi e, vittima delle sue idee irrealistiche, sta offrendo il fianco alla strategia russa e cinese di attacco a un secolo di diplomazia americana basata invece sul controllo il più possibile collettivo dei nazionalismi. E a questo punto come fa un nazionalista a pretendere di mettere il becco su come la Cina alleva e vende topi, bisce e pipistrelli?