La Turchia ci manda aiuti, ma rischia il boom di contagi

Barbara Ciolli
02/04/2020

Casi e morti al giorno raddoppiati. In quarantena più di 40 centri e 30 province. Istanbul sotto coprifuoco. Ma Erdogan non vuole fermare le imprese in un Paese a rischio implosione. In grave crisi economica dal 2018.

La Turchia ci manda aiuti, ma rischia il boom di contagi

Tra i Paesi che hanno inviato aiuti all’Italia e alla Spagna c’è anche la Turchia. Un aereo militare con la mezzaluna rossa è atterrato il 1 aprile con carichi di mascherine – la Turchia ne è fra i grandi produttori – e gel igienizzanti, accompagnati dal verso mistico di buon auspicio del poeta persiano Rumi, stampato sugli scatoloni: «Dietro i momenti privi di speranza ci sono tante speranze». Una nave turca con altro materiale sanitario è in viaggio verso il Paese del Mediterraneo più duramente colpiti dalla pandemia del Covid 19: «L’Italia è un Paese molto importante per la Turchia e amico. Noi ci siamo», hanno sottolineato il presidente Recep Tayyip Erdogan, notoriamente in rapporti ancora molto buoni con Silvio Berlusconi, e il suo ministro degli Esteri Mevlüt Cavusoglu. La mano tesa è magari interessata, considerate le ambizioni di soft power di Erdogan nell’area mediterranea e mediorientale.

40 CITTÀ IN QUARANTENA

Tuttavia è degno di nota che i carichi sanitari da Ankara arrivino in un momento critico per la Turchia stessa, ponte tra Oriente e Occidente e il Paese dell’area con più casi di coronavirus dopo l’Iran. I dati sui contagi non sono incoraggianti: dalla fine di marzo i casi (oltre 15 mila) sono raddoppiati e crescono a una media di oltre 2 mila al giorno, come le morti per il virus arrivate a più di 300. L’incalzare dell’epidemia ha costretto il governo turco a estendere la quarantena a 41 centri abitati in 18 province: le aree a più alta incidenza di casi sono diventate zone rosse come Codogno, in Italia, con divieto di entrata e di uscita. Anche a Istanbul occorre un permesso per lasciare la città. L’invito – se non obbligati a lavorare – è di restare in casa: parchi e spiagge sono sul Bosforo sono stati chiusi; i collegamenti con autobus e traghetti a lunga percorrenza e voli internazionali interrotti. Solo alcuni collegamenti interni sono mantenuti.

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Lo staff Covid 19 della clinica universitaria di Istanbul, Turchia. GETTY.

POLITICA DIVISA SUL LOCKDOWN

Ai governatori delle maggiori città per l’emergenza è stato dato mandato speciale di inasprire, volendo, le restrizioni. Per quando di per sé Erdogan sia rimasto finora cauto sul lockdown in particolare di Istanbul e nel fermare le aziende del Paese: da sola la megalopoli di oltre 15 milioni di abitanti fa più di un quarto del Prodotto interno lordo (Pil) nazionale, e la Turchia da ormai un biennio è in una grave crisi economica e non può permettersi una sospensione totale delle attività produttive. La curva presa dall’epidemia nel Paese ha messo in allerta il ministero della Salute e il comitato scientifico di riferimento, ma il ministero delle Finanze guidato dal genero di Erdogan ha frenato lo stop. La politica interna è ancora dibattuta se anteporre l’economia alla salute perché il benessere di molte famiglie conquistato negli anni di boom economico si è deteriorato. Dalla recessione iniziata nel 2018 parte del ceto medio lotta per la sussistenza.

15 MILIARDI DI AIUTI STATALI

Finora Ankara ha dato la priorità alla protezione degli interessi commerciali. Un lockdown totale delle grandi città e dei distretti industriali porterebbe poi presto alla fame una grande fetta della popolazione, con il rischio di sommosse interne.

Erdogan si è populisticamente impegnato a rinunciare a sette mesi di stipendio per solidarietà alle fasce più vulnerabili

Non a caso anche nell’Iran ricaduto sotto sanzioni massime degli Usa lo stallo delle attività è stato posticipato, con il risultato che l’epidemia iniziata a febbraio non accenna a essere superata. Populisticamente Erdogan si è impegnato a rinunciare a sette mesi di stipendio per solidarietà alle fasce più vulnerabili che, esplosa la pandemia, chiede anche in Turchia una cascata di aiuti a pioggia, sul modello dei «soldi dall’elicottero» (i 3 mila miliardi «per tutti») distribuiti da Trump negli Stati Uniti. Ben più magro, al di là degli slogan da comunicatore, il pacchetto di 15 miliardi di dollari annunciato da Erdogan soprattutto in tagli alle tasse, sospensione dei pagamenti e in assegni a garanzia agli stipendi saltati.

Recep Tayyip Erdogan (foto LaPresse/Ap).

IL SOSPETTO DI OPACITÀ NEI NUMERI

L’Akp di Erdogan al potere dal 2002 è accusato di opacità sui numeri dell’epidemia. Prima della stretta del 27 marzo i dati sui morti e sui ricoverati che si era lasciato scappare lo stesso presidente cozzavano con quelli ufficiali, inferiori di alcune migliaia. Il bavaglio imposto alla stampa e al parlamento, con gli arresti e le modifiche costituzionali degli ultimi anni, non aiutano certo a fare chiarezza. «L’iceberg», dietro la punta dei casi emersi, denunciato anche dall’Associazione dei medici turca (Ttb) può far precipitare la Turchia nella condizione drammatica dell’Italia, poi di diversi altri Paesi occidentali. Le autorità, pronte a misure eccezionali, sembrano esserne consapevoli: è all’analisi del parlamento un’urgente riforma giudiziaria per rilasciare circa un terzo dei detenuti – esclusi i detenuti politici in gran parte curdi o filocurdi – così da alleggerire le carceri sovraffollate dal rischio di rapida diffusione del virus nelle celle.

IL RISCHIO PER IL MEDIO ORIENTE

La preoccupazione per la piega della pandemia in Turchia è fonte di preoccupazione anche nei Paesi mediorientali e del Nord Africa che, dalle Primavere arabe, risentono di una crescente influenza geopolitica di Ankara.

Gli scambi della Libia e della Siria con la Turchia sono intensi. Come quelli della Turchia con l’Iran. E quelli dell’Iran con la Cina.

Esposti alla diffusione del virus – o a gravi perdite economiche nei prossimi mesi – sono in particolare Stati disastrati dal 2011 come la Libia e la Siria: il governo islamista di Tripoli e gli islamisti di Idlib e di altri distretti del Nord della Siria dipendono dalle forniture commerciali e militari di Erdogan. Gli scambi con la Turchia sono intensi, come ancora lo sono per ragioni economiche tra l’Iran e la Turchia. L’Iran che, dal nuovo embargo americano importa merce ed esporta petrolio quasi unicamente con la Cina. In questo modo lungo la via della Seta tra la Cina, l’Iran e la Turchia si è diffuso il Covid 19 che dai contingenti turchi potrebbe presto spargersi anche tra le milizie siriane e libiche. E da lì ancor di più in Africa e in Medio Oriente.