L’insostenibile masochismo italiano in Europa

Mario Margiocco
18/04/2020

Per l'Italia nel '48 l'equivalente del Piano Marshall fu di 14 miliardi di euro attuali. Oggi la stima degli interventi è pari ad almeno 200 miliardi di euro. Si tratta però per ora solo di crediti agevolati e acquisti Bce, mentre allora il grosso fu in aiuti a fondo perduto

L’insostenibile masochismo italiano in Europa

Le lancette del pendolo hanno acquistato velocità incredibile e in poche settimane hanno percorso alcuni anni. D’improvviso con la pandemia e il blocco economico ci troviamo di fronte a due passaggi obbligati, uno italiano e uno europeo, che sembravano prima assai più lontani e, il secondo, forse evitabile.

SU MES E BOND SI PARLA A SPROPOSITO

Occorre essere ciechi per non ammettere che nel giro di alcuni anni l’Italia avrebbe dovuto affrontare comunque la situazione del suo debito pubblico, che è il convitato di pietra della politica italiana almeno dal 2011 e in realtà dal 1998, quando nonostante un debito già abnorme l’Italia grazie a Helmut Kohl riuscì a entrare nell’euro. Attorno al tema del debito, citato poco («chi parla del debito perde le elezioni» diceva Matteo Renzi che le ha perse anche senza parlarne), ha ruotato tutta la recente politica italiana, tra sovranisti e non. I sovranisti dicono ancora oggi che hanno un sistema per uscirne in modo indolore (la lira), gli altri non credono a questa magia. L’Italia deve decidere come procedere, se con l’Unione europea o “da soli”. Ciò dipende, è chiaro, anche da che cosa fa l’Europa. Ma avere fatto del Mes (Meccanismo europeo di stabilità, prestiti dell’Unione) e dei bond europei due campi di battaglia di politica interna non aiuta. Siamo l’unico Paese dove ci si divide su queste linee, Mes e bond, parlando spesso a sproposito.

SIAMO DAVANTI A UN DILEMMA DRAMMATICO

L’offerta ultima del Mes, un prestito pari al 2% del Pil per noi circa 36 miliardi con una sola condizione, fare spesa sanitaria, può o non può essere attivata, secondo le convenienze di vario tipo, anche di trattativa trattandosi pur sempre di un prestito, ma non è di per sé una minaccia. La pandemia ora obbliga a un massiccio ricorso a nuovo debito e chiede quindi subito una scelta su come gestirlo: di concerto con l’Unione appunto, o “da soli”. Siamo arrivati in quattro settimane al climax di una “scelta greca” che imporrà al nostro governo un dilemma non molto diverso da quello affrontato dal premier greco Alexis Tsipras nel drammatico vertice di Bruxelles quando, il 13 luglio 2015, contro il mandato ricevuto da un referendum, concordò il piano finanziario con la Ue e la permanenza della Grecia nell’euro. Le conseguenze per l’Italia sarebbero ora assai diverse, per le molte differenze tra i due Paesi e le due situazioni, e perché il disastro da pandemia paradossalmente ci facilita rendendo meno asincrona la nostra situazione. Ma il momento ha analoga drammaticità.

I coronabond non potranno esserci in tempi rapidi, se non in forma mimetizzata, perché richiedono strumenti che vanno scritti nei Trattati, tra i quali quei controlli che sono considerati impropri per il Mes

“Da soli” è un’espressione vaga di impronta sovranista. Vuol dire senza ricorso al Mes , quali che siano le regole, perché sempre il Mes è percepito come un pericolo di intrusione nelle nostre scelte di bilancio. E senza ricorso a veri coronabond che l’Italia come altri del “fronte Sud” hanno chiesto, ma che non potranno esserci in tempi rapidi, se non in forma mimetizzata, perché richiedono strumenti che non ci sono e vanno scritti nei Trattati, tra i quali quei controlli che sono considerati impropri per il Mes. Arriveranno, forse, in uno o due anni, ma a condizioni, è chiaro. Tutto il dibattito ruota in Italia, unico Paese che a questo si è ridotto, attorno alle parole Mes e bond, parole senza idee, e siamo a un teatro dell’assurdo di cui i sovranisti si sono presi la piena responsabilità. Sono i fantasmi che i vari Matteo Salvini e Giorgia Meloni e altri hanno creato e attorno ai quali combattono la loro decisiva battaglia.

ANCHE LA GERMANIA SI TROVA AL BIVIO

Per l’Italia, oltre ai massicci acquisti di titoli pubblici e privati da parte Bce e pari al momento a circa 50 miliardi, sono in teoria già disponibili crediti valutati da Carlo Cottarelli in nuovi 50 miliardi, più altri, notevoli, non quantificabili (Bei) se non caso per caso. Resta da vedere se i capi di Stato e di governo al Consiglio del 23 aprile, o poco dopo, sapranno dare polpa a un progetto per ora solo delineato di Fondo per la ripresa, lanciato da Emmanuel Macron, con un debito comune di fatto, attraverso la Commissione probabilmente, analogo quindi ai coronabond o ai recovery bond, ma chiamato in modo diverso. Sarebbe il ponte per dire che l’Unione risponde alla crisi con il suo Piano Marshall. E questo ci porta al secondo punto, il passaggio obbligato europeo, e alla Germania soprattutto. Riguarda la presenza dell’Unione nel mondo e la sua credibilità diplomatico-strategica.

NEL PIENO DI UN TERREMOTO GEOPOLITICO

Già prima del coronavirus era tra il modesto e il nullo. Dopo, cioè da ora, sarà inevitabilmente marginale, surclassata e alla fine derisa e vittima del bullismo altrui. L’Europa oggi conta poco sul piano globale, se non come presenza produttivo/commerciale; i singoli Stati conterebbero ancora meno, come presto potrà capire anche la Gran Bretagna, con buona pace di tutti i sovranisti. E tutto questo mentre il mondo cambia in fretta, anche qui con la nuova velocità imposta dal coronavirus che accelera quanto già camminava di suo: meno America, la tutela diplomatico-strategica che ha protetto fino a pochi anni fa un’Europa “gioiello della corona” dell’impero americano; più Cina soprattutto; e una nuova Russia assertiva e che farà sempre più pesare il suo unico vero punto di forza oltre alle risorse energetiche, e cioè le armi, la diplomazia della forza, e il bullismo come metodo. La Russia lo fa da sempre.

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Angela Merkel.

La Germania, che si affaccia sulle grandi pianure dell’Europa centrale, è la più esposta in questo mondo post Pax Americana. L’ideale della Germania, come ricorda Eurointelligence, newsletter quotidiana anglo-tedesca di economia e politica, sarebbe “un’Europa così com’è” e che ha servito benissimo gli interessi tedeschi. Ma il coronavirus ha accelerato tremendamente i tempi e l’Europa “così com’è” non c’è più. I tedeschi devono, rapidamente, rispondere a un quesito: può la Germania continuare a prosperare senza Unione europea, che è stata la garanzia della sua rinascita e la culla della sua riunificazione? È l’evoluzione drammatica di un qualcosa già in atto, con l’America First di Donald Trump (e già prima di lui, a ben vedere) e che Angela Merkel identificava chiaramente già nel maggio 2017 quando dichiarava: «Noi europei dobbiamo renderci conto che ci attende una lotta per il nostro futuro e per il nostro destino».

Parlare oggi di piano Marshall europeo non è solo nostalgia perché le possibilità finanziarie di fare qualcosa di simile, di più grosso addirittura, ci sono. Manca purtroppo la volontà politica

Parlare oggi di piano Marshall europeo non è solo nostalgia perché le possibilità finanziarie di fare qualcosa di simile, di più grosso addirittura, ci sono. Mancano ancora purtroppo la volontà politica, la chiarezza di idee, da parte tedesca in particolare, comprensibile se si vuole perché spetta alla Germania più che ad altri mettere mano alla borsa. Inoltre la storia dell’Europa comunitaria, e soprattutto negli ultimi 20 anni la storia dell’Unione, non garantiscono affatto ancora un risultato positivo. Il 23 aprile potrebbe benissimo produrre un comunicato intitolato “Vittoria” dove è chiaro che l’Europa ha perso. Ma il tempo stringe. Il Piano Marshall, annunciato nel giugno 47, realizzato tra l’aprile 48 e il 1952, fu tre cose insieme: finanziamenti in gran parte a fondo perduto, e spesi in parte in prodotti americani; grande spinta alla cooperazione fra i Paesi europei e quindi un co-fondatore di Ceca, Mec e Ue e alla fine anche dell’euro se vogliamo; un progetto geopolitico per rimettere in piedi, a fronte di un’URSS molto assertiva, un piccolo continente devastato.

MERKEL, STATISTA O CONTABILE?

L’Urss rispose con il blocco di Berlino nel giugno 48, ma dovette arrendersi. Il Piano mise a disposizione 13,3 miliardi di dollari, 128 circa ai valori di oggi, e di questi circa 1,5 per l’Italia, pari a 14,4 miliardi di dollari oggi, circa 13,35 miliardi di euro. Quanto la Ue sta approntando, se alcuni dei prestiti fossero a tassi quasi zero e a maturazione lunghissima in modo da avvicinarsi a una donazione, potrebbe essere di portata anche superiore. Occorre vedere se la Germania saprà aggirare, in nome alla fine anche del suo interesse nazionale, l’ostacolo di un “dono” a partner ritenuti da molti tedeschi inaffidabili. E se frau Merkel saprà agire da statista e non da contabile. Quanto a noi, stiamo a fare al momento soprattutto caciarra, lanciando anatemi contro un Mes che molti neppure sanno come funziona, e che potrebbe convenire o non convenire, se c’è dell’altro, guidati da personaggi sovranisti che hanno la visione delle talpe, notoriamente cieche, e che sperano solo aizzando il nazionalismo più sprovveduto di tornare al potere.

LA SPAGNA SI MUOVE MEGLIO DI NOI

Tre anni fa esatti, allora si parlava del “no euro” salviniano, queste note indicavano nella Spagna il Paese che ci salverà, perché, in condizioni analoghe alle nostre, farà alla fine ciò che noi diciamo di non voler fare. E non potremo che fare altrettanto. Può darsi che la Spagna attivi il Mes, e al momento sembra che non lo farà. Ma certamente non sbatterà nessuna porta. Tratta, mirando in alto. L’uscita dall’euro non è mai stata un’opzione di forze importanti, neppure dei populisti di Vox. «Per restare con l’Europa… Madrid sarà pronta a impegnarsi anche tutte le Plazas de Toros», scriveva questo cronista. «Dietro Madrid cercherà di arrancare anche Lisbona, che mai vuole essere da meno, in una logica tutta iberica… L’esempio spagnolo parlerà come un libro stampato, scaccerà i dubbi, illuminerà le menti, sarà chiaro a tutti…». Non sarebbe la prima volta. Già nel 96, pare, l’Italia cercò di convincere la Spagna a ritardare un poco l’ingresso dei due Paesi nell’euro, ma Madrid entrò fin dall’inizio e l’Italia pure, una versione che Romano Prodi ha sempre smentito e José María Aznar, l’altro premier dell’epoca, ha sempre confermato.