Quelle migliaia di urne di Wuhan che smentiscono Pechino

Marco Lupis
27/03/2020

File lunghissime di persone davanti alle agenzie funebri della città. E camion carichi di contenitori. Le foto e i video circolano insieme con l'indignazione di chi ha perso i parenti a causa del virus. E rompono il muro della censura cinese.

Quelle migliaia di urne di Wuhan che smentiscono Pechino

Lunghe file di parenti in attesa di ricevere le ceneri dei loro cari morti di Covid-19 nell’area di Wuhan ed enormi pile di urne cinerarie presso le agenzie di pompe funebri rinnovano i dubbi sulla reale entità dei decessi per coronavirus in Cina e sulla veridicità della narrazione ufficiale sulla lotta all’epidemia diffusa dalle autorità di Pechino.

Dalla giornata di giovedì, infatti, le famiglie delle vittime del virus nella metropoli della Cina centrale, dove la malattia sarebbe apparsa non a dicembre come riferito inizialmente ma il 17 novembre (se non prima), sono state autorizzate a raccogliere le ceneri in otto crematori locali.

E mentre lunghissime file si snodavano di fronte ai siti funerari, le foto e i video dei camion su cui venivano trasportate migliaia di urne hanno cominciato a circolare sui social media cinesi, rilanciate dal sito di Bloomberg e dal principale quotidiano in lingua inglese di Singapore, lo Straits Times.

LE FILE DAVANTI ALLE AGENZIE FUNEBRI

Il sito cinese Caixin è stato il primo a pubblicare le immagini delle lunghe code all’esterno delle agenzie. Sia mercoledì che giovedì i camion avrebbero spedito circa 2.500 urne, mentre un’altra immagine pubblicata sempre da Caixin mostra altre 3.500 urne accatastate all’interno, anche se finora non si è potuto verificare se fossero piene. Gli addetti di sei delle otto imprese funebri di Wuhan interpellati dal sito hanno affermato di non avere dati su quante urne fossero in attesa di venire raccolte o di non essere autorizzati a rivelare i numeri. Le altre due imprese non hanno risposto alle chiamate. Malgrado le strettissime maglie della censura cinese, le foto però hanno cominciato comunque a circolare sui social, sotto la spinta emotiva delle informazioni – arrivate anche in Cina – circa l’enorme aumento dei casi e dei decessi in tutto l’Occidente, da Milano a Madrid fino a New York.

LA PROVINCIA DELL’HUBEI VERSO LA RIAPERTURA

Va ricordato che secondo le autorità di Pechino, a Wuhan ci sarebbero stati in tutto 2.535 decessi, numeri contestati subito da molti media indipendenti fin dall’inizio dell’epidemia e che appaiono incredibilmente bassi anche solo se rapportati ai morti italiani. Nei giorni scorsi anche i dati che riportavano la cessazione di oltre 21 milioni di utenze mobili in Cina negli ultimi tre mesi avevano rilanciato a livello internazionale l’ipotesi che il numero effettivo dei casi e dei morti potesse essere molto più alto di quanto dichiarato da Pechino. Questo mentre il governo annunciava che il blocco in atto da gennaio nella regione più colpita, l’Hubei, verrà gradualmente revocato, visto che la conta dei nuovi casi avrebbe ormai raggiunto lo zero. Contestualmente Pechino ha intensificato sia gli sforzi della propaganda per negare l’origine cinese del Sars-Cov-2, sia quelli della diplomazia, inviando aiuti e forniture mediche in molti Paesi.

MOLTI MORTI NON RIENTRANO NEL CONTEGGIO UFFICIALE

Ma i dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali aumentano, alimentati dai tentativi delle autorità – ormai comprovati – di coprire l’epidemia nelle sue fasi iniziali. Anche molti residenti di Wuhan e della regione, inondando i social media di post indignati, hanno richiesto un’azione disciplinare contro i massimi funzionari locali. Sempre secondo le informazioni raccolte da Caixin, molte persone che sono decedute in Cina hanno avuto sintomi di Covid-19, ma non sono state testate e quindi non risultano nel conteggio dei casi ufficiali. Ci sono stati anche molti pazienti che sono morti per altre malattie a causa della mancanza di un trattamento adeguato, quando gli ospedali cinesi sono andati in tilt per trattare i pazienti affetti da coronavirus.

IMPOSSIBILE PIANGERE E SEPPELLIRE I PROPRI MORTI

Giovedì il governo di Wuhan ha emesso un’ordinanza che vieta alle persone in città di recarsi nei cimiteri o sulle tombe dei loro cari fino al 30 aprile, il che significa che non potranno osservare il tradizionale Ching Ming Festival (la festa dei morti in Cina) del 4 aprile, che prevede fra l’altro la rituale pulizia delle tombe ed è infatti anche detta Giorno degli Antenati. Anche altre province, tra cui il Guangxi e lo Zhejiang, hanno annunciato restrizioni simili.

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Intanto alcune testimonianze rompono il muro di silenzio. Due cittadini di Wuhan, che hanno perso membri della famiglia a causa del virus, hanno raccontato di avere avuto l’ordine di farsi accompagnare dai loro datori di lavoro o dai funzionari dei comitati di quartiere a raccogliere le urne, motivando la disposizione come «misura contro le riunioni pubbliche». «Mi è stato detto dal governo del distretto di aspettare fino a quando non potrò raccogliere le ceneri di mio padre», ha scritto su Weibo un residente di Wuhan usando lo pseudonimo Xue Zai Shou Zhong, che significa “neve in mano”. Un’altra utente di Weibo, nick name Adagier, ha dichiarato di aver perso suo marito a causa del coronavirus e di essere stata contattata dalla polizia che l’ha «caldamente invitata» a non essere «troppo emotiva», chiedendole poi chiaramente di interrompere la pubblicazione di post online. Prima di fare quello che le è stato ordinato, la donna ha scritto però un ultimo messaggio: «Ho solo una richiesta. Voglio dare a mio marito una sepoltura degna, il prima possibile»