Francesco Peloso

Il papa all'attacco di iper-liberismo e finanza

Il papa all’attacco di iper-liberismo e finanza

Durante la celebrazione del Corpus Domini a Casal Bertone, Francesco ha criticato il modello economico attuale ricordando quello del Vangelo «che moltiplica condividendo, nutre distribuendo, non soddisfa la voracità di pochi, ma dà vita al mondo».

24 Giugno 2019 18.05

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Il pane va condiviso come insegnava Gesù, distribuito perché non manchi a nessuno come insegna l’episodio evangelico della moltiplicazione dei pani.

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Nella domenica in cui di celebrava la solennità del Corpus Domini, papa Francesco è tornato su un punto cardine del suo magistero, presente fin dai primi mesi del pontificato: ovvero la messa in discussione del modello economico fondato sull’iper-liberismo guidato dalla finanza come destino inevitabile delle società contemporanee. «Nel mondo sempre si cerca di aumentare i guadagni, di far lievitare i fatturati», ha detto Francesco, «ma qual è il fine? È il dare o l’avere? Il condividere o l’accumulare? L’economia del Vangelo moltiplica condividendo, nutre distribuendo, non soddisfa la voracità di pochi, ma dà vita al mondo. Non avere, ma dare è il verbo di Gesù».

LA SCELTA SIMBOLA DI CELEBRARE IL CORPUS DOMINI A CASAL BERTONE

«Questa economia uccide», scrisse il papa nell’esortazione apostolica programmatica del suo pontificato, Evangelii gaudium (novembre 2013), e quel tema è tornato appunto nel corso della messa celebrata sul sagrato della parrocchia di Santa Maria Consolatrice a Casal Bertone, quartiere di Roma Est compreso fra la Tiburtina e la Prenestina. In questa zona si è infatti svolta quest’anno la celebrazione del Corpus Domini con tanto di processione fino al campo sportivo “Roma 6”, adiacente a Casa Serena, struttura di accoglienza per senza fissa dimora dei Missionari della Carità. L’anno scorso il papa era andato a Ostia. In precedenza la celebrazione si svolgeva fra la basilica di San Giovanni in Laterano e quella di Santa Maria Maggiore nel cuore della Roma storica e cristiana; un cambiamento che pure ha il suo significato.

QUELLE PAROLE SU ROMA: «DEGRADO E ABBANDONO»

Nel corso dell’omelia, del resto, Francesco ha fatto anche un riferimento alle condizioni in cui versa la Capitale, poche parole ma pesanti come un macigno. Roma è stata definita dal suo vescovo «la nostra città affamata di amore e di cura, che soffre di degrado e abbandono», nella quale vivono «tanti anziani soli», «famiglie in difficoltà», «giovani che stentano a guadagnarsi il pane e ad alimentare i sogni». Una fotografia semplice e impietosa nella quale si saldano l’incuria amministrativa e il dramma sociale di una città ripiegata su sé stessa bisognosa di solidarietà.

L’IMPORTANZA DELLA CONDIVISIONE SECONDO IL PONTEFICE

In questo contesto, Francesco ha celebrato il Corpus Domini richiamando due parole: il «dire bene», cioè la benedizione, il dire con amore «parole buone agli altri» e il «dare». «È importante», ha affermato il pontefice, «che noi pastori ci ricordiamo di benedire il popolo di Dio. Cari sacerdoti, non abbiate paura di benedire, il Signore desidera dire bene del suo popolo, è contento di far sentire il suo affetto per noi». In tal senso, ha spiegato Francesco, la benedizione è l’antidoto contro il disprezzo, la rabbia, la violenza. A questo segue il ‘dare’ in senso evangelico «come per Gesù che, dopo aver recitato la benedizione, dava il pane perché fosse distribuito, svelandone così il significato più bello: il pane non è solo prodotto di consumo, è mezzo di condivisione».

Nel racconto della moltiplicazione dei pani non si parla mai di moltiplicare. Al contrario, i verbi utilizzati sono ‘spezzare, dare, distribuire’

Papa Francesco durante la celebrazione del Corpus Domini a Casal Bertone

Importante l’osservazione successiva del papa: «Infatti, sorprendentemente, nel racconto della moltiplicazione dei pani non si parla mai di moltiplicare. Al contrario, i verbi utilizzati sono ‘spezzare, dare, distribuire’». Dunque «non si sottolinea la moltiplicazione, ma la condivisione. È importante: Gesù non fa una magia, non trasforma i cinque pani in 5 mila per poi dire: ‘Adesso distribuiteli’. No. Gesù prega, benedice quei cinque pani e comincia a spezzarli, fidandosi del Padre. E quei cinque pani non finiscono più. Questa non è magia, è fiducia in Dio e nella sua provvidenza».

L’ATTACCO AL POTERE ECONOMICO E AI SUOI MECCANISMI

Su questi stessi temi, in termini di dottrina sociale della Chiesa, Francesco era stato molto chiaro fin dal principio del suo mandato. Nel contesto attuale, aveva scritto in Evangeli gaudium nel capitolo dedicato alle «sfide del mondo attuale», «alcuni ancora difendono le teorie della ‘ricaduta favorevole’, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo». «Questa opinione», aggiungeva, «che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare». «Questa economia uccide», proseguiva, «non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione».

FRANCESCO SEGUE LA STRADA DI GIOVANNI XXIII

D’altro canto proprio mettendo al centro del suo insegnamento e della sua predicazione il tema egli ‘esclusi’ che non appartengono più nemmeno alla categoria degli ‘oppressi’ ma a quella degli ‘scartati’ – quanti non consumano, non producono e quindi diventano ‘inutili’ – il papa sta cercando di porre la Chiesa di Roma in ascolto dei «segni de tempi» di questa stagione storica e in tal modo di riconsegnare il messaggio cristiano al corso principale della storia.

Papa Francesco durante una cerimonia religiosa.

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Non si dimentichi che Francesco riprende in modo specifico il ‘metodo’  di Giovanni XXIII nella Pacem in Terris (ovviamente aggiornando i contenuti al proprio tempo) il quale, all’inizio degli Anni 60, vedeva tre grandi segni dei tempi che caratterizzavano l’epoca moderna: in primo luogo l’affermazione «delle classi lavoratrici», poi «l’ingresso della donna nella vita pubblica: più accentuatamente, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lentamente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà»; infine la trasformazione della «famiglia umana» non più divisa in «popoli dominatori e popoli dominati» poiché «tutti i popoli si sono costituiti o si stanno costituendo in comunità politiche indipendenti».

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