La parabola delle correnti, così il governo prepara la nuova riforma

Entro fine anno l'esecutivo potrebbe varare il riordino della giustizia: si va da un taglio dei compensi fino alle modifiche del sistema elettorale passando per le sanzioni a chi non rispetta i tempi dei processi.

21 Giugno 2019 22.26
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Il sistema elettorale che favorisce le candidature a tavolino, le nomine per posizioni apicali svincolate dal criterio dell’anzianità e la recente abolizione del divieto di utilizzare il mandato al Consiglio superiore come un trampolino per le carriere: ecco le riforme, volute dalla politica, che hanno favorito quella che è unanimemente riconosciuta come la degenerazione del correnti. Così da libere associazioni tra magistrati uniti da una comune cultura giuridica – alcune delle quali con una storia di 60 anni alle spalle -, le correnti sono finite sul banco degli imputati per la bufera che ha investito la magistratura. E ora rischiano di scatenare la reazione della politica, che è al lavoro sulle riforme.

LE POSSIBILI NOVITÀ DELLA LEGGE DELEGA

Il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha promesso la legge delega sulla giustizia, che dovrebbe contenere il capitolo Csm. Nelle intenzioni c’è un tetto di 240mila euro per i togati, un nuovo sistema elettorale che potrebbe prevedere collegi più piccoli, sanzioni con conseguenze sulle carriere per quei magistrati che non rispettano i tempi stabiliti per ogni processo e lo stop per cinque anni agli incarichi diretti per gli ex togati. Incombe poi la stretta sugli errori dei magistrati, con l’iniziativa parlamentare che prevede la trasmissione ai titolari dell’azione disciplinare della sentenza che riconosce un’ingiusta detenzione e che l’Anm respinge come un rischioso «condizionamento nell’adozione di iniziative cautelari in palese contrasto con l’invocata necessità di un maggiore severità a tutela della sicurezza dei cittadini». Ritorna d’attualità anche la questione delle porte girevoli politica-magistratura: per Bonafede ci dovrebbe essere un “muro invalicabile” e per il ministro dell’Interno Matteo Salvini, le toghe che entrano in politica si devono dimettere.

GLI EFFETTI DELLA RIFORMA DEL 2002

Nel 2002 è intervenuta la riforma elettorale del Csm, che nel tentativo di limitare il peso delle correnti – con un sistema maggioritario su base nazionale – ha avuto l’effetto opposto. Si sono rafforzate, come dice il pm Giuseppe Cascini, togato di Area al Csm, all’interno delle correnti «localismi, individualismi, cordate elettorali». E addirittura nell’ultima elezione, lo scorso anno, per quattro posti di rappresentanti dei pm a Palazzo dei Marescialli, si sono presentati in quattro, tanto che ora, visto che due si sono dimessi, è necessario indire le elezioni suppletive. Nel 2007 è stata poi approvata la riforma dell’ordinamento giudiziario, con la quale è stato limitato il peso dell’anzianità nella scelta dei dirigenti – trasformato da criterio di valutazione in criterio di legittimazione per concorrere a determinati posti direttivi – con l’obiettivo di premiare la professionalità e il merito. Una riforma sostenuta dai magistrati, ma che ha prodotto quella che Piercamillo Davigo, prendendo la parola al Plenum, ha definito «caccia alle medagliette» e che per il neo presidente dell’Anm, Luca Poniz, è «la vera questione morale della magistratura». C’è infine, una postilla alla legge di bilancio della passata legislatura che ha posto fine alla moratoria sugli incarichi direttivi, eliminando il divieto per un anno agli ex togati di concorrere ad incarichi per uffici direttivi o semidirettivi, e che ora il Guardasigilli vuole imporre per cinque anni.

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