Carlo Terzano

Radiografia della Pubblica amministrazione italiana

Radiografia della Pubblica amministrazione italiana

Età elevata dei dipendenti. Formazione al lumicino. Precarietà del lavoro. Ma anche luoghi comuni da sfatare. Il punto sulla Pa che lo scorso anno è costata quasi 172 miliardi di euro. 

16 Maggio 2019 16.51

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Un posto nel pubblico impiego: dal secondo Dopoguerra in poi è stato l'obiettivo, il traguardo, il sogno per diverse generazioni di italiani. Garantiva non solo stabilità economica, ma anche inamovibilità. Per effetto di alcune storture, ben descritte in diversi film degli Anni 50 a 60 con Alberto Sordi e Totò (come Totò e i re di Roma di Steno e Monicelli, Il Vigile di Zampa e Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo di Bolognini), per di più alimentate dal clientelismo dei partiti che usavano il lavoro nello Stato a stregua di ammortizzatore sociale, in certi casi era persino “ereditario”. Ma oggi il mito del lavoro statale è tramontato o regge ancora?

LA PA APRE A 5.220 ASSUNZIONI

Va detto che giovedì 16 maggio il ministro Giulia Bongiorno ha annunciato la firma di un decreto per avviare «le procedure concorsuali per 4.902 unità e per autorizzare 5.220 assunzioni nelle amministrazioni centrali». Con lo stesso provvedimento, ha aggiunto il ministro, «ho autorizzato l'utilizzo di oltre 35 milioni di euro per finanziare ulteriori assunzioni e nuove procedure concorsuali». Ma al di là degli annunci, come sta la nostra Pubblica amministrazione e quanto ci costa? La fotografia è stata scattata dal report presentato nel Forum Pa 2019. E il ritratto non è certo lusinghiero. Emerge infatti una Pa anagraficamente vecchia, con contratti e turn over bloccati, che mastica poco le nuove tecnologie, poco qualificata e, a sorpresa, molto più precaria di quanto voglia la vulgata.

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I COLPI ASSESTATI DA QUOTA 100

La Pa italiana è vecchia e acciaccata: l’età media del personale è di 50,6 anni e sale oltre i 54 anni nei ministeri, alla presidenza del Consiglio, nelle prefetture o negli Enti pubblici non economici. Gli over 60 sono il 16,4% e gli under 30 solo il 2,8%. Nel 2001 gli impiegati sopra i 60 anni erano appena il 4%. In più, le ultime riforme che si sono sedimentate rischiano di assestarle una ulteriore bordata. Infatti, tra spending review, pensioni anticipate, l'opzione donna e quota 100 (per cui si contano già 41 mila domande, che potrebbero arrivare a 100 mila entro l’anno) entro il 2022 circa 500 mila dipendenti pubblici, ovvero il 17% del totale, avranno maturato i requisiti per ritirarsi dal lavoro. La normativa impone alle Pa di reinvestire sui nuovi assunti ciò che risparmiano con i pensionamenti, sbloccando finalmente il turn over ma, secondo gli analisti, questo ricambio comporterà nell’immediato diversi problemi di gestione per settori sotto organico come Sanità e Scuola (in questi settori, solo per requisiti anagrafici, si stima il pensionamento in 3-4 anni rispettivamente di 100 mila e 204 mila persone), così come per i Comuni e per gli enti che non rispettano il pareggio di bilancio.

LO STATO INVESTE 49 EURO A DIPENDENTE PER LA FORMAZIONE

Oltre a essere anagraficamente vecchia, la pubblica amministrazione risulta scarsamente aggiornata. Lo denuncia da tempo la Cgia di Mestre che, già nel 2017, rilevava come due uffici su tre non erogassero servizi online. Stesse critiche vengono annualmente mosse dall'International Civil Service Effectiveness (InCiSE) Index della scuola di amministrazione pubblica dell’Università di Oxford che raffronta su scala mondiale costi, lungaggini ed effetti sull'economia dell'operato delle singole amministrazioni nazionali. Ora a mettere tutto questo nero su bianco è lo stesso Forum sulla Pa che rivela che ciascun dipendente ha usufruito mediamente solo di 1,04 giornate di formazione l’anno e che, parallelamente, gli investimenti per l’aggiornamento professionale si sono dimezzati negli ultimi 10 anni, passando da 263 milioni di euro nel 2008 a 147 nel 2017. Per tenere i propri dipendenti al passo coi tempi, lo Stato investe appena 49 euro a impiegato. Una somma ridicola.

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NEL 2018 SPESI 171,8 MILIARDI DI EURO

Veniamo quindi alla domanda che tutti si pongono: quanto ci costa la Pa? Limitatamente agli stipendi, la retribuzione media dei dipendenti pubblici (dati 2016) è di 34.500 euro, rimasta cristallizzata al 2009. Con l'importante differenza che, nel frattempo, il costo della vita è aumentato esponenzialmente. La perdita di potere di acquisto sulle buste paga è stimata in oltre 3.000 euro. In più, è noto, all'interno della Pa la sperequazione è assai elevata: gli stipendi d'oro che un tempo contribuivano a dare prestigio al mito dell'impiego pubblico sopravvivono solo per la magistratura (138 mila euro), mentre fanalino di coda è il personale della Scuola (28,4 mila euro). Gli stipendi non crescono, il personale non viene formato, eppure il carrozzone costa sempre di più. Nel 2018, secondo i dati del Documento di Economia e Finanza 2019, la spesa per lavoro dipendente della Pa è arrivata a 171,8 miliardi di euro, ben 5 miliardi in più sul 2017 (+3,1%) dovuti principalmente a rinnovi contrattuali. In più, si stima un aumento tendenziale fino al 2022 che porterà l'esborso a tagliare il traguardo di 175 miliardi di euro. Ma dal 2007 al 2017 tra contratti congelati, limitazione del turn over e blocco ai riconoscimenti economici per le progressioni di carriera erano stati risparmiati 7,5 miliardi.

LA MEDIA DELLA SPESA EUROPEA INTORNO AI 129 MILIARDI

Nel confronto internazionale, riporta il documento, l’Italia è comunque sotto i livelli dei Paesi europei con sistemi comparabili: la Francia spende 283 miliardi, la Germania 236, il Regno Unito 217, solo la Spagna riesce a fare meglio con 121, mentre la media comunitaria si assesta attorno ai 129 miliardi di euro. Ciascun dipendente in Italia costa in media 49 mila euro l’anno, meno dei 50 mila dei francesi e tedeschi, più di quelli inglesi (43 mila) e spagnoli (40 mila).

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GLI STATALI ITALIANI SONO 3,2 MLN, MENO DI GERMANIA E FRANCIA

Il report sfata inoltre un altro falso mito spesso usato dalla politica a fini propagandistici. Non è infatti vero che abbiamo il più alto numero di dipendenti pubblici d'Europa. Attualmente, gli statali sono 3,2 milioni: il 70% dei dipendenti pubblici rispetto al totale in Germania, il 65% rispetto all’Inghilterra, il 60% della Francia. Mentre da noi 13 lavoratori su 100 sono occupati nel settore pubblico, in Francia gli statali sono 20 su 100. «Se volessimo raggiungere le dotazioni organiche stimate come adeguate a i carichi di lavoro attuali», dicono gli autori del report, «servirebbe assumere oltre 250 mila persone».

ADDIO MITO DEL POSTO FISSO

Tramonta anche il mito dell'impiego statale quale garanzia di posto fisso. I lavoratori flessibili nel 2017 erano 340 mila e, di questi, nel corso dei 12 mesi successivi è stato stabilizzato appena lo 0,6%. La spending review si è inoltre fatta sentire: negli ultimi 10 anni sono spariti 200 mila posti (-5,6% rispetto al 2008). Le amministrazioni più colpite dalla scure del ministero dell'Economia sono state le Regioni e le autonomie locali (87 mila dipendenti in meno), la Sanità (43 mila) e i ministeri (33 mila). «Se non si modificheranno le modalità di ingresso, gestione e sviluppo del personale», mette in guardia il documento, «la sostituzione di mezzo milione di persone rischia di non essere una reale opportunità di rinnovamento, ma una “rottamazione” agevolata con l’uscita di competenze e esperienze preziose».

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