Il Covid-19 può portare a complicanze neurologiche

Redazione
24/04/2020

La penetrazione del coronavirus nell'organismo non sempre si limita alle cellule dell'apparato respiratorio, ma potrebbe portare complicanze anche al cervello e al sistema nervoso. Lo dimostra uno studio de La Sapienza: «Non sottovalutate gli stati confusionali».

Il Covid-19 può portare a complicanze neurologiche

Il coronavirus attacca principalmente le vie respiratorie, ma «potrebbe essere in grado di colpire anche altri organi: se infatti le cellule bersaglio primarie per il Covid-19 sono quelle epiteliali del tratto respiratorio, la penetrazione del virus nell’organismo non sempre si manterrebbe limitata, determinando complicanze neurologiche. Per questo è necessario non trascurare sintomi quali encefalite, stato confusionale, convulsioni, alterazioni dello stato di coscienza, perdita dell’olfatto o disturbi muscolari, potendo il virus manifestarsi anche così». Lo afferma Luca Steardo, neurologo e neurofarmacologo all’Università di Roma La Sapienza, che nella sua pubblicazione sulla rivista scientifica Acta Physiologica, accende il faro su farmaci e terapie in grado di neutralizzare il virus o i suoi effetti neurologici.

«Nello studio di Covid-19 si fa ricorso a studi pregressi su agenti virali collegati da un certo grado di parentela», spiega l’esperto. «Dati clinici e preclinici di studi di altri coronarovirus suggeriscono una loro maggiore invasività tissutale, dimostrando che i CoV, soprattutto quelli appartenenti al sottotipo beta, famiglia del Covid-19, invadono frequentemente il sistema nervoso centrale. «L’alta identità», prosegue l’esperto, «tra i CoV e il Covid 19, ad esempio SarsCoV1, lascia dunque presumere che anche quest’ultimo ceppo possa colonizzare il sistema nervoso centrale con uno scenario caratterizzato da un’invasione dei centri cardio-respiratori e processi neuroinfiammatori responsabili di gravi conseguenze quali decadimento cognitivo, deficit di memoria e cali di attenzione».

Le segnalazioni di complicanze neurologiche da parte di pazienti affetti da Covid-19 «sono in aumento», afferma Steardo, «per tali ipotesi, un trattamento anti-neuroinfiammazione potrebbe aiutare i pazienti ad ottenere, in caso di guarigione, una migliore qualità della vita». Le molecole responsabili dell’infiammazione sistemica, chiarisce l’esperto, «provocano la rottura della barriera emato-encefalica, attivando un conseguente processo neuroinfiammatorio particolarmente grave». In questi casi, spiega il ricercatore, i pazienti che abbiano superato una «sindrome da distress respiratorio possono presentare la comparsa o l’aggravarsi di una sindrome da decadimento cognitivo con insorgenza di delirium e danni associati alle funzioni cognitive».

Serve proteggere il sistema nervoso centrale dall’aggressione di un processo neuro infiammatorio incontrollato e prolungato

Di conseguenza, sottolinea, «diventa necessario intervenire non solo per una normale ripresa della funzione respiratoria, ma anche per un ripristino delle funzioni cognitive». Queste ultime, conclude Steardo, saranno tanto più compromesse «quanto meno si è tentato di proteggere il sistema nervoso centrale dall’aggressione di un processo neuro infiammatorio incontrollato e prolungato. A tal fine, la molecola palmitoiletanolamide ultra micronizzata (PEA-um) ha provata efficacia nel restituire alle cellule gliali la loro funzione, contrastando i fenomeni lesivi a carico del sistema nervoso centrale». Dunque bisogna agire su più fronti: «la salvaguardia della sopravvivenza del paziente e la restituzione di una buona qualità di vita, che escluda il manifestarsi di problemi cognitivi».