Col Covid 19 l’austerità diventa biologica

Giorgio Triani
17/04/2020

La nostra vita intima viene bloccata. Dove finisce questa prigione? Di fronte a questo persino la morte ci appare meno terrorizzante.

Col Covid 19 l’austerità diventa biologica

«Arriva primo chi non è partito». Attribuito a Ennio Flaiano questo paradosso è perfetto per l’attuale fase sociale, congedando un principio che ha fatto testo sino a ieri: «Chi si ferma è perduto». Perché al tempo di covid-19, al contrario, chi si ferma è sulla buona strada per salvarsi. O meglio è mezzo salvo, perché nel momento in cui accetta il confinamento domiciliare è socialmente e biologicamente mezzo morto.

Relazioni e contatti personali e dal vivo, come vedersi, sentirsi, fiutarsi, abbracciarsi, ancore più, forse, che parlarsi, sono stati d’animo fisici, biologici, che strutturano, costruiscono le relazioni interpersonali e sociali. Potere circolare liberamente per la propria città o paese, mettersi in viaggio, per lavoro o turismo, è infatti ciò che ci apre, idealmente e concretamente, all’altro, a esperienze nuove e dunque ci modifica continuamente.

UNA SOCIETÀ DIVERSA CHE SFUGGE AL NOSTRO CONTROLLO

Questi temi, in apparenza astratti, filosofici o metafisici, ci consentono però concretamente di fare i conti con una realtà emergenziale che sta sfuggendo al nostro controllo (pubblico e privato). Soprattutto perché sta cambiando a grande velocità tutto ciò che prima di covid-19 ci pareva normale.

Così ovvio e scontato da ritenere impossibile, anche solo immaginare, una società completamente diversa. Prima di tutto perché il cambiamento di vita è stato, ed è, così radicale, improvviso e veloce che non riusciamo a farcene una ragione. Come fossimo dentro un incubo.

DISTANZIAMENTO SOCIALE FINO AL 2022

«Stiamo distanti adesso, per ritornare presto vicini». Martella a ogni ora del giorno e della notte sui canali Rai lo spot #iorestoacasa. Ma quel presto suona strano. Imprevedibile. Impronosticabile. Sino a quando non ci sarà vaccino o farmaci efficaci, niente potrà ritornare come prima. Anche desiderandolo immensamente. Secondo un gruppo di ricercatori dell’Università di Harvard per tutto il 2022 ci sarà bisogno di una qualche forma di distanziamento sociale.

LA PRESENZA IMPLICA L’IMPEGNO VERSO L’ALTRO

Certo il web aiuta a non sentirci soli. Però stiamo realizzando, dopo un mese e mezzo di embargo domestico, che comincia a mancarci terribilmente il contatto fisico con le persone. Scrive Filippo Celata, in una brillante riflessione sulla trasformazione dello spazio e sue implicazioni sulle relazioni sociali: «Incontri e riunioni in presenza, per esempio, stimolano la partecipazione attiva, perché implicano un notevole impegno reciproco e investimento personale di tempo, attenzione, ecc. Guardarsi in faccia come noto scoraggia a mentire, rimuove l’anonimato e rafforza i legami e la fiducia»

DALLA SOCIETÀ DELL’ABBONDANZA A QUELLA DELLA PENURIA

Abbiamo tutti ben presenti i rischi del contagio. Però dobbiamo essere consapevoli che stiamo facendo il contrario di tutto ciò che facevamo ieri. Da anni infatti viviamo nella società h24 che non chiude e non si ferma mai. Ora però ci troviamo ristretti a un un raggio d’azione di 200 metri fuori casa. Abituati a metterci in fila all’aeroporto, adesso ci troviamo a farla per pane e verdura davanti al negozio sotto casa.

Senza contare poi che la società dell’estrema abbondanza, del “di tutto, di più”, che abbiamo abbandonata da poco più di un mese, ha già lasciato il posto a una società della penuria, che nella sua evidenza sembra ancor più incredibile. Possibile che in così poco tempo siamo già ridotti a chiedere la pubblica carità, ancorchè elegantemente vestita da «bonus per gli autonomi» , «reddito d’emergenza», «contributo per la ripartenza» ?

LA PRIMA PROTESTA CONTRO IL LOCKDOWN

Certo è che il punto di rottura è molto vicino. Negli Usa, in Michigan, l’altroieri si è registrata la prima manifestazione pubblica popolare di protesta contro il lockdown. Molta gente è scesa in piazza e in strada sventolando bandiere e cartelli: «Governatore Whitmer non siamo in prigione».

LA VITA ISTINTUALE È BLOCCATA

In questa richiesta, per quanto estrema e disperata, nel suo ritenere preferibile il rischio di contagio alla certezza di morire di fame per mancanza di lavoro, si palesa anche una richiesta più profonda di ritorno alla normalità biologica. A una vita fisica, fatta di corpi che si muovono nello spazio urbano, s’incontrano e si toccano nei tanti modi interpersonali e conviviali che si materializzano in un caffè, in un bar, in un cinema , in un teatro.

Ma consideriamo anche quanto la vita istintuale, intima sia stata praticamente arrestata dalla pandemia. E quanto in prospettiva disegna scenari che nemmeno al tempo dell’epidemia dell’HIV erano così foschi e inquietanti. Soprattutto perché quel che era un flagello circoscritto, a soggetti e comportamenti sessuali rischiosi, degenerati secondo la morale perbenista, con covid-19 è una minaccia che incombe su tutti.

UNA BIO AUSTERITÀ DEVASTANTE

«Si possono fare mille cose in casa. #resta in casa». Lo spot di You Tube è consolatorio, però è ancor più vero , come si chiede l’autorevole rivista scientifica del Mit, che «se ti senti sopraffatto dagli happy hour di Zoom, dalle feste di Netflix, dalle call notturne con amici e familiari non sei il solo»). È comunque devastante l’austerità biologica o bio-austerità che ci viene imposta attraverso la gestione dell’emergenza pandemica e sulla quale si soffermano Michele Lancione e AbdouMaliq Simone.

SE LO SMART WORKING NASCONDE LA PRECARIZZAZIONE

Con visione antiautoritaria e libertaria i due etnografi e urbanisti esplorano le implicazioni che il rarefarsi della circolazione delle persone in ambito urbano ha sulla socialità pubblica e sul senso dell’abitare in città. Perché pagare costi d’affitto esagerati per abitare o avere ufficio nelle zone pregiate di una grande città, nel momento in cui non si può più uscire di casa ? È una domanda di lusso alla quale ne corrispondo tante altre più vicine alla quotidianità. Il liberatorio smart working non nasconde forme di sfruttamento e precarizzazione più forti di quelle esistenti sui luoghi di lavoro? La gestione dell’emergenza non sarà il modo, evitando obiezioni e proteste, di normalizzare il progetto neo-liberista che vuole comprimere con i salari anche le istanze biologiche dei lavoratori? Il confinamento provvisorio nello spazio domestico quanto rischia di diventare permanente?

QUANTO PUÒ DURARE?

Già: dove inizia e finisce la prigione? Si chiedono i due studiosi toccando anche il tema delle carceri che già luoghi di detenzione sono state ulteriormente “sigillate” dai provvedimenti anti-coronavirus. Ma al di là delle ironie carcerarie sull’home sweet home, l’austerità biologica, che colpisce anche l’intimità e sessualità delle persone, soprattutto chi ha relazioni non stabili o appena iniziate, per non parlare dei giovani ai primi approcci, pone una domanda epocale. Una questione sistemica. Ossia quanto e per quanto ancora potrà durare e non esplodere questo stato innaturale di vita ? Poco. Molto poco.

PERSINO LA MORTE CI APPARE MENO TERRORIZZANTE

Non tanto perché il ritorno alla normalità lo reclamano Trump e il duo nazionale Fontana-Zaia. Ma perché ognuno di noi è quasi pronto a correre il rischio di contagio. E a pagarne il prezzo. La morte, grande rimossa dell’attuale società, comincia ad apparirci meno terrorizzante. Sempre spaventosa, ma meno della prospettiva di continuare a lungo, magari sempre – visto che altre pandemie vengono pronosticate- a vivere come stiamo facendo ora. Anche questa è un’assoluta novità, altra imprevista conseguenza del coronavirus.