Cauta fiducia e tamponi: così usciremo dalla pandemia

Peppino Caldarola
07/05/2020

Col pessimismo, l'allarmismo, l’invito a non fare non si va lontano e l'Italia muore. Con il Covid dobbiamo imparare a convivere senza diventare il Paese dei tragediatori. Ed è qui che il governo deve dare prova di sé.

Cauta fiducia e tamponi: così usciremo dalla pandemia

Dobbiamo seguire con attenzione quelli che ci invitano a non abbassare la guardia, che ci ricordano che il vaccino sarà pronto fra un anno (o due), che la cura anti-Covid è tuttora sperimentale, che ci sono troppi contagiati che non lo sanno e così via.

Una sana dose di pessimismo e un allarmismo giudizioso fanno bene a un Paese che peraltro ha mostrato una capacità di disciplina, soprattutto con i più giovani, straordinaria.

Tuttavia col pessimismo, il cauto allarmismo, l’invito a non fare non si va lontano e un Paese muore. Ormai abbiamo capito, anche noi orgogliosamente non virologi, che la quarantena serve per piccole realtà, un paese, una residenza, ma non si possono chiudere regioni o città a meno che non scoppi l’ambaradan.

UNA MACCHINA BUROCRATICO-SANITARIA CONTRO IL COVID

Le esperienze più riuscite dicono che là dove c’è un contagio c’è un tampone, una cura per l’ammalato, la ricerca di tutti coloro che potrebbe aver contagiato, l’eventuale loro isolamento. Serve una macchina burocratico-sanitaria che abbia tamponi, che sia attrezzata tecnologicamente, che sappia intervenire per tempo sui casi che ogni volta si prospettano. In Italia abbiamo questa capacità? È qui che si deve misurare la qualità del governo. L’affaire deve passare dalla ministra Luciana Lamorgese ad altri ministri, per esempio al mite e operoso Roberto Speranza dandogli mezzi e staff adeguati.

OSARE SIGNIFICA ANCHE TORNARE ALLA VITA “NORMALE”

Però il pessimismo no. Il Covid, ci spiegano i virologi, sarà un compagno di merenda, più o meno aggressivo, a vita. Nel frattempo che facciamo, andiamo in campagna a cercare tuberi da bollire o mettere sulla brace un cinghialone inurbato? No, bisogna osare, come avrebbe detto il presidente Mao. Osare significa far ripartire la produzione e la vita normale. Una vita che non sarà mai normalissima. A nessuno di noi piacerà sedere al ristorante a un tavolino attaccato a un altro che ospita uno sconosciuto. La stessa cosa al bar. Tutti però abbiamo imparato a rispettare le regola del distanziamento e, udite udite, anche l’abitudine a fare la coda. Molti si sono scandalizzati per quella lunga striscia di auto che andavano ai McDonald, poco riflettendo sul fatto che erano tranquillamente in coda. Molto british, no?

L’ITALIA NON SIA IL PAESE DEI TRAGEDIATORI

Non so se usciremo da questa pandemia migliori o peggiori. Non lo sa nessuno e ciascuno lo valuterà a secondo della propria visione del mondo (catastrofisti versus provvidenzialisti), tuttavia abbiamo imparato a come evitare di farci del male. Dovremmo anche imparare a non rompere le palle agli altri. Troppi giocano a fare gli sbirri, le spie per vedere se nei parchi (nei parchi, signora mia) ci sono bambini e famiglie. L’invito alla fiducia e al tempo stesso l’obbligo dello Stato di rivelarsi tecnologicamente attrezzato sono l’unica garanzia per salvare il salvabile e per progettare il futuro. Sennò diventeremo il Paese dei “tragediatori”.