Le possibili alternative al voto dopo la crisi di governo

In attesa di capire come sarà il calendario del Senato continuano i contatti tra i partiti. La lega insiste per il voto, ma Pd e M5s ragionano sulle alleanze, con Fico e Franceschini. Ma nei dem resta alta la tensione coi renziani pronti a lasciare.

12 Agosto 2019 21.47
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Comunque vada, anche se i ministri della Lega lasceranno prima il suo governo, il 20 agosto Giuseppe Conte sarà in Aula al Senato. Dirà la sua verità, hanno assicurato da Palazzo Chigi, sull’esperienza gialloverde e sulla crisi. E poi, probabilmente, prenderà atto di non avere più una maggioranza e si presenterà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. In mezzo, potrebbe esserci una risoluzione del M5s a suo sostegno. Dopo, il tentativo di formare una nuova maggioranza in parlamento, per un governo che punti alla fine della legislatura, con due tessitori d’eccezione: Roberto Fico e Dario Franceschini.

CONTE A LAVORO PER TENERE IL SUO DISCORSO IL 20 AGOSTO

Se davvero Matteo Salvini andrà fino in fondo e, come atto di accusa, si dimetterà dal governo ritirando tutta la sua delegazioni, servirà un decreto del presidente della Repubblica che accetti le dimissioni, hanno spiegato fonti di governo. È chiaro che sul piano politico il gesto della Lega sancirà con ancor più nettezza il venir meno di una maggioranza e la spinta di Salvini verso le elezioni. Ma il premier non intende venire meno al suo impegno di riferire al parlamento e, mentre continua a lavorare da presidente del Consiglio (nel pomeriggio del 12 ha compiuto una visita a un centro anziani), sta preparando il suo discorso per l’Aula.

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I DIBATTITI INTERNI DI PD E M5S

I partiti intanto seranno le fila in Senato per il voto sul calendario del 13 agosto, che – salvo sorprese – dovrebbe per la prima volta fotografare una maggioranza M5s-Pd-Leu. È una maggioranza ‘tecnica’, sul calendario, non politica, hanno sottolineato sia i Dem che i grillini. Ma da lì c’è chi prova a partire. Perché mentre si consumano questi passaggi d’Aula e mentre lo scontro politico acquista già i toni della campagna elettorale, è andato avanti il lavorio tra le fila di M5s e del Pd per sondare le possibilità di un nuovo governo. Se ne parla nell’assemblea dei gruppi pentastellati, nella quale, a parte alcune voci dissonanti come quelle di Stefano Buffagni e Paola Taverna, è emersa una vasta sensibilità contro il voto e per provare a capire se ci sono i margini per un nuovo governo. «Ma siamo tutti d’accordo che non deve esserci Renzi», hanno detto fonti pentastellate, di fatto respingendo l’offerta di un esecutivo di transizione per fare la manovra e il taglio dei parlamentari.

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FICO E FRANCESCHINI A LAVORO PER UN INTESA

Quello di cui i pontieri dei due partiti stanno lavorando è una maggioranza per un governo di ampio respiro, di legislatura. Il tandem di contatto composto da Fico e Franceschini sarebbe a lavoro per trovare la quadra. Nei corridoi del parlamento continuano a circolare voci di un filo di dialogo aperto i due. Dal Nazareno però arrivano smentite: non sarebbe questo quello a cui lavora Nicola Zingaretti: il segretario vuole innanzitutto che sia chiara la responsabilità di Salvini nel trascinare il Paese al voto e poi che il partito resti unito in questa fase difficile. Ma i renziani sono ancora sul piede di guerra: «C’è solo l’unità per un nuovo governo o il voto», ha detto un dirigente, «e al voto siamo pronti a raccogliere le firme per presentarci con un nuovo partito di Matteo Renzi, a partire dai suo comitati civici».

SPUNTATO ANCHE IL NOME DI CANTONE

I “pontieri” fanno notare che il segretario non chiude a un tentativo di formare un governo con il M5s. Ma ammettono che la via è molto stretta: su quali basi programmatiche nascerebbe il governo? Con quale premier, può andare bene un nome come Raffaele Cantone? C’è chi, tra i Cinque stelle, ha accarezzato l’idea di un Conte bis con una nuova maggioranza, magari facendo in modo che i Dem votino la risoluzione che presenteranno in Senato a sostegno del premier. Ma è più facile, hanno ribattuto in casa Pd, che il dibattito si apra nella direzione del partito che sarà probabilmente convocata in vista delle consultazioni. Per ora c’è solo un comune tentativo con il M5s, hanno concordato Zingaretti, Gentiloni e il capogruppo renziano Marcucci, di frenare la corsa della Lega.

I PALETTI DI MATTARELLA

Salvini, hanno ammesso i suoi, sta tentando ogni possibile mossa per accelerare e favorire le elezioni: l’ipotesi di ritirare la delegazione rientra in questo ambito. Dal Quirinale, per ora, nulla trapela. Una volta aperta formalmente la crisi, Sergio Mattarella farà le sue valutazioni. E potrebbe dare il via a un governo di garanzia che conduca verso le urne (dopo la vicenda del Senato calano le quotazioni di Elisabetta Casellati). Solo se dall’ascolto dei partiti nascerà una maggioranza chiara per un nuovo governo, potrebbe aprirsi uno scenario diverso.

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