Cronaca della peggiore crisi politica di Israele

Per la prima volta, due Legislative in un anno e gli arabi in piazza con Gantz e il Labor. Il fattore Lieberman è solo la punta dell’iceberg.

07 Giugno 2019 19.29
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Il 25 maggio, mentre Benjamin “Bibi” Netanyahu era pressato dal conto alla rovescia per formare una coalizione di governo, a Tel Aviv avveniva qualcosa di eccezionale. In piazza alla manifestazione «in difesa della democrazia» più di 10 mila israeliani ascoltavano i leader centristi Benny Gantz e Yair Lapid scagliarsi contro il premier uscente «che si sente al di sopra della legge e vuole continuare a governare per garantirsi l’impunità, ma che non diventerà l’Erdogan di Israele». Con loro c’era tutta l’opposizione, anche il Labor, i Verdi e il principale partito della lista araba Hadash-Ta’al. Qualcosa di mai accaduto nella politica israeliana, tanto più che anche la coalizione Blu e Bianco di Gantz e Lapid alla vigilia del voto anticipato del 9 aprile scorso nel programma aveva ribadito di «voler intensificare il processo di separazione dei palestinesi».

Gantz e altri esponenti del nuovo blocco centrista Blu e Bianco, balzato a pari merito del Likud (26%) a pochi mesi dalla fondazione, sono generali che hanno condotto i raid sulla Striscia di Gaza e altre operazioni contro i palestinesi. Eppure tutte le forze dell’opposizione, inclusi gli arabi, si trovano come in un incantesimo unite contro Netanyahu: un fronte inedito e uscito allo scoperto, che si potrebbe ripresentare alle nuove Legislative del 17 settembre, il secondo voto nazionale anticipato in un anno, come mai era accaduto accaduto in Israele. Netanyahu non è ancora riuscito a farsi eleggere per la quinta volta capo del governo, passando così alla storia come il primo ministro più longevo dello Stato ebraico. Per il leader del Likud il countdown per trovare una maggioranza è scaduto il 26 maggio, all’indomani delle proteste a Tel Aviv, nonostante i tentativi rocamboleschi di comprarsi alleati.

Yair Lapid (Blu e bianco) contro il premier Netanyahu alla manifestazione “Per la difesa della democrazia in Israele” a Tel Aviv (GETTY).

Un militarista antipalestinese come Lieberman rischia di trasformarsi nell’asso nella manica dell’opposizione per impallinare Netanyahu

IL FATTORE LIEBERMAN

Netanyahu avrebbe promesso incarichi sul gong a deputati laburisti, non si sa come da arruolare nel suo ennesimo governo di ultradestra. I media israeliani hanno riportato che si sarebbe avvicinato persino alla minoranza araba, da conciliare poi non si sa come con i falchi ultranazionalisti di Casa Ebraica di Naftali Bennett e con Israele casa nostra di Avigdor Lieberman. Nell’assurdità dell’attuale politica israeliana, proprio un militarista antipalestinese come Lieberman rischia di trasformarsi nell’asso nella manica dell’opposizione per impallinare Netanyahu. Non c’è infatti probabilmente, tra gli israeliani, persona che lo odi più dell’ex ministro della Difesa che nel 2018 si era dimesso per la politica a sua avviso troppo poco aggressiva contro Gaza. E sempre Lieberman, che nel pallottoliere del Netanyahu V sfumato sarebbe valso cinque seggi, ha detto ancora no a Bibi.

LO SCONTRO ULTRASIONISTI E ULTRAORTODOSSI

Come già nel braccio di ferro per il governo del 2015, il vulnus è stata la richiesta di Lieberman della leva obbligatoria anche per gli ultraortodossi (haredi) che al solito ponevano a Netanyahu l’esonero dal servizio militare dei loro giovani, per motivi religiosi, come condizione per entrare nell’esecutivo. Anche la Corte suprema israeliana nel 2017 si era espressa per la leva per tutti. E Lieberman è un sionista anticlericale, a rigor di logica comprensibile la sua crociata contro Shas e Giudaismo unito nella Torah che, complice l’alta natalità degli ultraortodossi, contribuiscono con diversi seggi (stavolta sarebbero stati 16) ai governi di destra. Ma in molti in Israele sono pronti a scommettere che l’ostruzionismo di Lieberman sia più un fatto personale che politico contro Netanyahu. E che, fallito il tentativo di convertire in governo la maggioranza sulla carta di 67 parlamentari, «re Bibi stavolta sia caduto».

L’ex ministro israeliano della Difesa Avigdor Liberman con il falco John Bolton, consigliere alla Sicurezza di Donad Trump (GETTY).

LA SAGA LIEBERMAN-NETANYAHU

Il leader del Likud ha dato a Lieberman del «serial killer dei governi di destra», l’ex ministro lo ha tacciato di «essersi arreso agli haredi». I due nemici, ex amici, si conoscono dagli Anni 90, quando Netanyahu era già leader del Likud e Lieberman, per sua volontà, direttore generale del partito e, poi, del suo gabinetto di primo ministro. Durante quella convivenza Netanyahu e Lieberman sarebbero entrati in collisione, Lieberman sarebbe stato marginalizzato e «sentendosi umiliato» si sarebbe dimesso. Avrebbe poi fondato il suo partito di destra nazionalista filorussa, per attrarre i coloni ebrei di origine come lui dall’ex Urss e anche per esprimere posizioni più dure del Likud, contro il disimpegno dai territori palestinesi deciso da Ariel Sharon e per reazioni militari più dure contro le Intifade e nelle guerre con Gaza, anche per un attacco all’Iran. Ogni occasione sarebbe buona per vendicarsi sull’amico traditore.

VERSO UN “NETANYAHU V” AD PERSONAM

Alla fine degli ultimi negoziati, gli ultraortodossi avrebbero aperto sulla leva a patto che non fossero toccati i finanziamenti alla loro comunità, poi Lieberman avrebbe puntato i piedi. Ma è falso che «da egoriferito abbia trascinato Israele in nuove elezioni», come dice Netanyahu. L’allenza Blu e Bianco era disponibile a un governo di unità nazionale con il Likud su incarico del capo dello Stato Reuven Rivlin – magari a Gantz premier – in mancanza di una maggioranza con Netanyahu. È stato il premier uscente, che ha dei processi pendenti per frode e corruzione, a forzare la mano per tornare a votare e per restare a capo dell’esecutivo, sciogliendo la Knesset. Nel Likud crescono le critiche sui personalismi di Netanyahu, nondimeno una netta maggioranza dei parlamentari (74 contro 45) ha approvato la sua ultima mossa delle elezioni a settembre. In vista di un nuovo governo che, sospetta tutta l’opposizione, schermi Bibi dai processi con leggi ad personam per la sua immunità e contro la magistratura.

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