Massimo Del Papa

La notte di Sanremo e le contraddizioni del Festival

La notte di Sanremo e le contraddizioni del Festival

06 Febbraio 2019 13.46
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Il Festival di Sanremo è una stella nera che risucchia tutto quello che può. Ma basta uscire dalla sua portata che nessuno ne parla più, se arrivi al lungomare delle palme imbalsamate nell'inverno e del sole che accende l'acqua di luce già primaverile, dei sontuosi alberghi tutti o chiusi in ristrutturazione perenne o sofferenti, nei mitici Sessanta colonizzati dai mafiosi calabri e siculi che mettevano le mani sul casinò e, all'occorrenza, infiltravano la kermesse, adesso buen retiro solo di rade coppie anziane, a svernare «perché qui c'è il clima», se ci arrivi fino a qui, il Festival della noia e dei cantanti di conserva è come non esistesse con i suoi psicodrammi baglioniani e le canzoncine dell'impegno universale.

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Ma mai una canzone una volta tanto sul disagio quotidiano, sulla migrazione comune, sull'integrazione spicciola, per esempio di questa ragazza sudamericana, il cui nome non dirò, che si arrabatta e passa da un'assistenza all'altra: «Sarà che sono straniera e la vedo un po' da straniera, ma dei cafoni, ti dico, dei cafoni…». Non dice migrante, dice straniera: «Sembra che noi stranieri non ci accontentiamo, che pretendiamo chissà che ma io voglio solo sopravvivere e pagare il mutuo. Ma intanto tutti part time ma devi starci tutto il giorno e io non ho cuore di restare a casa se sto male, vado lo stesso se no mi chiamano e dicono: come stai? Ma vogliono dire quando torni. E io ho provato a chiedere il giusto per la dignità, ma la signora, che ha più o meno la mia età, mi ha detto: che ti credi, che siccome sono ricca, ho questo bell'appartamento, io i soldi li butto? Capisci, io sarei 'soldi buttati'».

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Quanto sarebbe bella una canzone su una fanciulla che non si chiama così, rimbalza da una casa all'altra come la pallina di un flipper, «ma adesso le romene accettano tutto, 500 euro in nero per un mese tempo pienissimo, mi dici tu come si fa?». Si fa che il mondo è una guerra tra poveri che non fanno notizia e il Festival risucchia tutto ma ti basta uscirne, infilarti nei dedali, nei vicoli e nelle ombre della città vecchia per perderlo e per perderti.

QUELLE FROTTE DI GIORNALISTI CHE NON SEMBRANO GIORNALISTI

L'altra notte vagavo, a un certo punto m'imbatto in un gruppo di giovani arabi che ascoltano la musica loro, non quella di Sanremo, alle due di notte sparano musica nell'aria ghiaccia e fumano e uno ha due pitbull molto spaventosi e, vedendomi leggermente preoccupato, mi dice: tranquillo, vai, vai. Avrà 20 anni e mi lascia vivo, non mi fa mangiare dai cani, li tiene fermi. Ma che ci fanno i molossi sotto questi ponticelli diroccati nel gelo della notte dove nessuno entra? Proseguo e incontro un altro, quanto avrà, 18 anni, 16? Ci teniamo d'occhio, perché nei vicoli di Sanremo, nel gelo della notte, insomma… Tiro dritto ma me lo sento sulla schiena e difatti mi volto e lo trovo immobile, mi sta aspettando e mi fa un cenno col braccio: a gesti anch'io, rispondo no, non mi serve niente, ma lui impettito agita il braccio, vieni, vieni e allora debbo urlarglielo, «non la voglio la droga», un grido demenziale nella città vecchia addormentata e quello scompare come un'ombra tra le ombre.

È partita la fase dei risultati, fiumi di percentuali e ruote dei pavoni di tutti, conduttori, funzionari, lookologi che francamente hanno rotto le scatole

In questa ragnatela di storia la sento anch'io la crisi, vicoli pieni di case seducenti, oniriche, incastonate dentro mura che l'Unesco farebbe patrimonio dell'umanità, tutte in vendita e nessuno le compra; i sanremesi ne escono a volte con aria da superstiti in riserva, altrimenti dalle porticine sbuca il mondo che – chi sa se migra o s'è incistato qua – si fa i fatti suoi e sente la musica araba alle due di notte. I reparti mobili di polizia e carabinieri sono, in linea d'aria, a 100 metri ma qui non ci arrivano, devono sorvegliare la sicurezza nell'orbita del Festival, stella nera che risucchia fin che può. Ma oltre un certo limite non può. «Avete sentito che grande risultato, 49,5% di Auditel». È partita la fase dei risultati, fiumi di percentuali e ruote dei pavoni di tutti, conduttori, funzionari, lookologi che francamente hanno rotto le scatole in quel cicisbeo sdilinquirsi per Patty Pravo: «Ah, divina con quelle treccine, che ne capite voi». C'è perfino qualche giornalista zelante che lascia dubbiosa la mia fanciulla badante: «Ma questi ragazzini sarebbero tuoi colleghi? Li ho visti col cartellino al collo, avranno vent'anni e sembrano modelle, punk, influencer, quello che vuoi ma non giornalisti».

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IL FESTIVAL PERDE SHARE, MA SI PARLA DI «VITTORIA DEL PRODOTTO»

Sì, d'accordo, ma quasi tutti, apprendisti e marpioni, fiutata l'aria sono passati al peana: ci si fa male a parlar male di un obbrobrio che ha fatto 10 milioni di telespettatori, si passa subito per snob, anzi, da rosiconi, che è un classico. «Se non ti piace il Festival cosa ci sei andato a fare? Ma cambia canale e non rompere», mi sgridano certe gentili signore dai social. Alessandro Di Battista, il turista populista, ha lanciato una moda, ha sdoganato il non rompere. E allora entriamo pure nel postgiornalismo zelante del consumo pubblicitario, che non critica, sposa la causa e diciamo che son tutti capolavori, tutti divini, parliamo di look, che si rischia niente. La mattina del 6 febbraio in sala stampa arrivano tutti e hanno sorrisi vagamente blindati: hanno l'aria di pensare: per come si era messa, ci è andata già bene. E, dal cuore nero dell'Ariston, ti confidano che prima di cominciare tutti e tre nevrili come cavalli allo start, sopra le righe soprattutto Claudio Baglioni che irradiava insicurezza e agitazione.

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La direttrice di RaiUno Teresa De Santis parla di «vittoria del prodotto», senti come parlano gli ex critici marxisti, francofortesi della reificazione se vanno al Festival. «Grande risultato, quello che cercavamo». Contenti loro, hanno perso due punti e mezzo di share e quasi due milioni di telespasimanti da un anno fa. «Sì ma peschiamo tra i giovani e i laureati (sic!), RaiUno come pubblico sta invecchiando». Lo stagionato zoccolo duro, commosso, ringrazia. Il vice, Claudio Fasulo, parla di «visione prospettica», come dire: sì, abbiamo perso gente per strada ma noi guardiamo avanti, sempre tesi al rinnovamento. E giù fiumi di percentuali al minuto, che uno pensa, ma allora qui si tarano su cosa funziona in quel dato istante, altro che sperimentazioni e qualità. Funziona Andrea Bocelli? Facciamo tutto a misura di lirica pop. Difatti Baglioni, fissato con la formula «popolar-nazionale», annuncia per la seconda serata all'Ariston Pippo Baudo e Riccardo Cocciante (è arrivato lunedì 4 febbraio a mezzanotte, senza nessuna idea di che fare, nella disperazione dell'orchestra, alla fine farà Margherita sinfonica).

IL CONFLITTO D'INTERESSI DI BAGLIONI? DIMENTICATO

A tutti è sfuggito un particolare: la musica “giovane”, indie, alternativa, rivoluzionaria, ha cominciato a vedersi dopo 95 minuti: prima, tutto usato sicuro. Oggi comunque nessuno torna più su quella vecchia storia del conflitto d'interessi, Claudio, di passata, vi allude come sciacallaggio, anche lui ci insegna il mestiere, porti aperti per tutto ma sui giornalisti un confine ci vuole. Quanto agli altri due, Virginia Raffaele e Claudio Bisio, non sono andati bene e lo sanno. Bisio manda un messaggio ai catastrofici autori: «Meno cose scritte, lasciateci liberi». Poi la butta sul patetico: «Ho fatto gaffe ma ero digiuno, mi portano le bustine di integratori». Ma uno che saluta Bocelli facendogli ciao con la mano? «L'ho fatto, cazzo, lo so».

Tre conduttori e tutti che dicono: non è il mio mestiere, devo imparare. Ad maiora!

Quello che non si manda giù è la scriminante dell'emozione, «dovete capire, eravamo emozionati, Sanremo è diverso». Ma l'avete avuto o no un mese per prepararvi, pensare, provare? Ma si può accettare che uno con una carriera di decenni si scusi così: «Avevo mio figlio in sala, era la prima volta»? Tre conduttori e tutti che dicono: non è il mio mestiere, devo imparare. Ad maiora! Ma per imparare all'evento principe della Rai vi danno 300, 400 mila euro. Ma se Bisio definisce Matteo Salvini «simpaticissimo, persona di grande spirito, lo conosco, lo saluto», di che vuoi ancora stare a preoccuparti? Se fa pubblicità, proprio lui vecchio compagno, alle griffe che lo vestono, «ieri Etro, oggi Armani», di che stiamo a parlare? E allora entriamo pure nel gioco del consumo patriottico, dell'abbraccio solidale, ma il Festival per quanto si è visto resta al di sotto della mediocrità.

SIMONE CRISTICCHI, L'UNICA NOTA NON STONATA ALL'ARISTON

Secondo chi scrive il lampo, l'unico, quasi fuori posto, è stato quello di Simone Cristicchi, tornato in veste di cantante dopo anni nei quali si è dato al teatro di contenuti civili e anche mistici. La prima serata all'Ariston è caduta il giorno del suo compleanno, 42, e lui ha festeggiato celebrandosi in un pezzo nuovo, un'aria sinfonica su un racconto di vita. Oggi sembra felice, come uno che ha fatto quanto si aspettava da se stesso. «Allora, si è sentita la botta?», mi ha chiesto.

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«Sì, si è sentita, non eri più un cantante, eri la tua canzone».
«È vero, a un certo punto sentivo le gambe che andavano per conto loro e gli occhi non vedevano più bene, insomma sono stato travolto ed ero felice per questo. Solo, pensavo: 10 anni di teatro, e non sono serviti a un cazzo: non potevo difendermi da questo. E non volevo».
«A molti è parsa una roba anche sprecata in un Festival di questo livello. Va bene che così Baglioni si salva, lui può dire: avete visto, la canzone vera, d'autore, c'è. E invece è una foglia di fico».
«Adesso so che può suonare retorico, ma devo dirti che cantare questa canzone per me è stata felicità, liberazione, una emozione che non riesco ancora a dire. Sai quando uno vorrebbe proprio trasmettersi a chi ascolta, vorrebbe che chi ascolta capisse, capisse tutto, anche quello che non dici. Che capisse perfino che in quel momento ci stai bene e male insieme».
«Sì ma non ti senti un po' un pesce fuor d'acqua in questo Festival, con una proposta così atipica quando tutti cercano il ritmo, la modernità a tutti i costi?».
«Chi se ne frega, non ci penso, volevo solo che questo pezzo, che di me dice tanto, arrivasse. Insomma, io mi metto lì, dico tutto…».

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