Altro che Carmen, il brutto spettacolo è il turpiloquio delle ragazzine

L'innovativa opera allestita da Spirei viene duramente attaccata. Ma forse certi genitori dovrebbero ascoltare le proprie figlie sboccate in spiaggia, tra birre, superalcolici e sigarette. Quelle sì che sono scene disturbanti.

28 Luglio 2019 09.00
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Il ruolo della donna nella società italiana sta davvero vivendo un (altro) dei suoi tanti momenti di transizione se accade che uno spettacolo innovativo come la Carmen allestita da Jacopo Spirei allo Sferisterio di Macerata, con la protagonista in versione ballerina di un contemporaneo Crazy Horse che muore sotto una gragnuola di colpi di flash nell’indifferenza voyeuristica di tutti, viene duramente attaccata (dov’è la Spagna? E come mai una donna così libera?), ma poi ci ritroviamo nella vita di tutti i giorni a dover sostenere un turpiloquio e una violenza verbale femminili senza precedenti.

IL RITORNO DEL REGISTA FIORENTINO

Mi spiego meglio, anche perché i due fatti di cui sto per scrivere non sembrano immediatamente collegabili. Partiamo dallo spettacolo: Spirei, che è regista lirico molto affermato all’estero e in grande ascesa anche in Italiafiorentino, ha poco più di 40 anni, ma per la solita parabola del nemo propheta è diventato famoso a Salisburgo, in Inghilterra e in Norvegia prima che i nostri teatri, oberati dai debiti e dalla noia, si decidessero a chiamarlo), ha messo in scena una Carmen del tutto rispettosa del racconto di Mérimée e dell’opera di Bizet. Chiunque abbia mai letto il primo (e non sono davvero in molti, come abbiamo letto nelle recensioni di queste ore) e letto il libretto della seconda (e sono qualcuno di più), sa bene che la “sigaraia spagnola” è un pretesto per raccontare la Francia tardo ottocentesca. Quante volte l’azione di un dramma è stato spostato in un Paese e in un tempo lontani per non irritare i benpensanti e/o il governo del momento?

DONNE INDIPENDENTI CHE FANNO PAURA

A Verdi la polizia austriaca aveva contestato non solo il Nabucco per le comprensibili ragioni, ma perfino il duca di Mantova del Rigoletto, avendo capito benissimo che in quel nobile cialtrone e gozzovigliante si nascondeva una critica all’ottusità del potere (per la stessa ragione, aveva censurato anche il dramma di Victor Hugo, Le roi s’amuse, da cui Francesco Maria Piave aveva tratto il libretto dell’opera). Carmen rappresenta le prime donne del “potere operaio” della Francia ottocentesca, libere anche nel corpo e negli istinti, spesso sole. Donne che fanno paura, esattamente come quelle di oggi, che in ogni contesto e strato sociale fin troppo spesso finiscono vittime di uomini incapaci di accettare la loro indipendenza.

SCENA VIOLENTA? È SPECCHIO DELLA REALTÀ

Carmen non è un dramma della gelosia, o meglio non è solamente questo: per usare un termine molto in uso in questi anni, è il femminicidio di una donna che afferma senza mezzi termini di essere disposta a morire piuttosto che cedere un’oncia della propria libertà. Della messinscena di Spirei, con quegli infiniti flash sotto i quali Carmen soccombe, su un red carpet, si è scritto che la scena è molto violenta. Come se le foto dell’incidente sotto il Pont de l’Alma in cui trovò la morte Lady Diana fossero ancora secretate, 20 anni dopo, per capriccio, o come se le decine di donne aggredite con l’acido, accoltellate, date alle fiamme ogni settimana, ogni giorno, in tutto il mondo, fossero puro racconto, e non violenta realtà.

LE BESTEMMIATRICI DA SPIAGGIA

Carmen muore di una morte orribile, lo sa e perfino se l’aspetta, perché da donna intelligente quale è ha capito con che razza di debole disgraziato abbia a che fare. Dunque, mentre trovavamo ridicolo il ribaltamento del finale di una recente messinscena fiorentina dell’opera di Bizet, una di quelle forzature idiotamente corrette, troviamo questa molto aderente alla realtà e a quanto i quattro principali autori di Carmen (Prosper Merimée, i librettisti Henri Meilhac e Ludovic Halévy e Georges Bizet) volevano. Spirei, che forse al primo vero rientro nel suo Paese di origine non si aspettava di trovare una società italiana ancora così legata a ruoli femminili tradizionali (Carmen deve indossare la mantiglia, essere una zoccola sventata e trovare la morte, come dire, per incontestabile merito), non deve aver però trovato il tempo di scendere in spiaggia neanche per un secondo, altrimenti si sarebbe trovato di fronte a una nuova generazione di bestemmiatrici professioniste e con il gomito alzato 24/7.

L’AFFERMAZIONE FEMMINILE NON PASSA PER LA VOLGARITÀ

La generazione di genitori che frequenta il Macerata Opera Festival e si stizzisce per Carmen che si mantiene con la lap dance (avrebbe fatto meglio a irritarsi per la direzione d’orchestra e per l’orchestra stessa), forse non si è mai acquattata in una viuzza per ascoltare quello che la sua adorabile progenie riesce a pronunciare e a osservare i litri di birra o di superalcolici che tracanna in poche ore, spesso bevendo a canna dalla bottiglia e stando immersa fino alla vita in mare. Certamente saremo invecchiate noi, magari negli ultimi tempi fra le adolescenti sarà passata l’idea che l’affermazione femminile, l’indipendenza, passino per la volgarità prima ancora che per lo studio e i risultati sul lavoro (che, pure, ci sono); forse sarà perché bestemmie e turpiloquio in bocca a una ragazzina ci fanno più impressione che pronunciate da un coetaneo di sesso maschile (sì, siamo tradizionalisti tutti, in fondo, e in una donna tendiamo a cercare sempre grazia e bellezza e una capacità di espressione più articolata).

RAGAZZE SBOCCATE: QUESTO NON È UN BELLO SPETTACOLO

Si ha però l’impressione che nessuno dei ragazzi che stazionano la sera sotto i bar, nelle gelaterie, nei ristoranti con la carta di credito del babbo a disposizione riesca a essere sboccato come queste ragazze, e a bere e fumare quanto loro. Talvolta sembrano perfino imbarazzati, da queste trecche in erba: le zittiscono, guardano altrove, ridacchiano. E questo, sì, non è un bello spettacolo.

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