Croazia, sgambetto sloveno

Pierluigi Mennitti
21/08/2012

L'Ue e lo scontro Lubiana-Zagabria.

Croazia, sgambetto sloveno

Dopo che per due anni il litigio sui confini lungo il golfo di Pirano con la Slovenia aveva bloccato il cammino della Croazia verso l’ingresso nell’Unione europea, ora un nuovo contenzioso fra i due Stati nati dalla frantumazione dell’ex Jugoslavia rischia di fermare Zagabria proprio in vista dell’ultimo chilometro. Il governo di Lubiana ha infatti minacciato di porre il veto all’ingresso del vicino Paese nel club di Bruxelles. Ingresso che la Commissione europea ha fissato per il 1° luglio 2013, a condizione che Zagabria completi gli ultimi dossier sul tavolo della trattativa.
IL RECUPERO DEI RISPARMI CROATI. La ragione riguarda il ricorso di alcune banche croate contro la Ljublijanska Banka (Lb), oggi rinominata Nova Ljublijanska Banka (Nlb), per il recupero dei risparmi croati svaniti dopo l’implosione dell’ex Stato titino e la bancarotta dell’istituto.
Lo scontro si trascina da 20 anni e i tentativi di risolverlo per vie diplomatiche sono finora falliti. Nel 2010 Lubiana e Zagabria si erano accordate per trovare una soluzione sotto l’egida della Banca dei Regolamenti internazionali, l’organizzazione con sede a Basilea che promuove la cooperazione fra le banche centrali.
I DIRITTI BANCARI DELL’EX JUGOSLAVIA. Qui si sarebbe dovuto decidere il delicato caso della successione dei diritti bancari dell’ex Jugoslavia. E invece due mesi fa il nuovo governo croato ha colto tutti in contropiede dichiarando di voler appoggiare il ricorso di due banche del Paese contro la Ljublijanska Banka.
L’annuncio è poi stato revocato ma da quel momento le reazioni sdegnate degli sloveni non si sono più placate. Fino al punto che il ministro degli Esteri di Lubiana, Karl Erjavec, ha detto chiaro e tondo di essere pronto a porre il veto all’ingresso di Zagabria nell’Ue. Finora tutti i ricorsi presentati dalle banche contro la Lb e la Nlb sono stati respinti dagli stessi tribunali croati, ma i procedimenti sono attesi al vaglio di nuove istanze di giudizio ed Erjavec ha minacciato che un eventuale accoglimento delle richieste «avrà conseguenze pesanti sulla Slovenia e sull’Unione europea».

La restituzione dei beni confiscati dal regime di Tito

Se la stampa croata rinfaccia al governo confinante di alzare il livello dello scontro solo per distogliere l’attenzione pubblica dalle vicende della Nova Ljublijanska Banka, appesantita da titoli tossici per un valore di 3 miliardi di euro e incapace di trovare un compratore dopo numerose ricapitalizzazioni, la Slovenia è decisa ad andare fino in fondo, fino al punto di portare sul tavolo di Bruxelles la questione della restituzione ai cittadini sloveni dei beni di proprietà confiscati in Croazia dal passato regime di Tito.
L’ITALIA E I 35 MLN DI DOLLARI. Un tema che potrebbe risvegliare l’attenzione dell’Italia, che attende ancora i 35 milioni di dollari che Zagabria dovrebbe versare quale erede degli obblighi derivanti dagli Accordi di Roma stipulati nel 1981 con l’allora Jugoslavia di Tito.
Un ginepraio di rivendicazioni e minacce su cui Lubiana punta per ridimensionare le pretese dei vicini, proprio nel momento in cui la crisi finanziaria rischia di spingere l’ex Paese modello sotto l’ombrello degli aiuti europei e le tensioni politiche di far saltare gli equilibri del fragile governo conservatore.
BRUXELLES RIMASTA IN DISPARTE. Un piccolo azzardo, giocato nella convinzione che la Croazia non abbia nulla da guadagnare da una drammatizzazione a livello europeo del contenzioso bancario. Bruxelles per il momento si è tenuta in disparte, derubricando gli ultimi screzi a un problema bilaterale fra i due Paesi. Ma la minaccia del veto sloveno rischia di richiamarla in causa e di riaccendere i dubbi di Stati come Svezia, Olanda e Gran Bretagna sulla genuinità del percorso croato verso l’ammissione.

Un colpo di mano che rischia di nuocere a entrambi

L’impressione è che i due governi ex jugoslavi abbiano cercato, ciascuno per la sua parte, di sfruttare l’occasione dell’ingresso della Croazia per risolvere a proprio favore la questione insoluta. Un colpo di mano ormai venuto allo scoperto e che alla fine rischia di nuocere a entrambi. Alla Slovenia, che negli anni ha consolidato un ruolo di partner ragionevole e affidabile alle porte dei Balcani dove può svolgere una funzione di leadership, ma solo se si dimostrerà in grado di moderare vecchi conflitti e non di riaccenderli.
Alla Croazia, che ha ancora del lavoro da svolgere prima di ottenere il definitivo via libera dai parlamenti dei Paesi membri.
La stessa Commissione europea, grande sponsor della membership croata, attende ancora il completamento di alcuni capitoli aperti, in particolare nei settori della giustizia, dei diritti fondamentali e delle privatizzazioni. Restano 11 mesi di tempo, per esempio, per definire il passaggio in mani private di tre grandi cantieri navali, compito particolarmente arduo per il nuovo governo di centrosinistra.
LA CONTINUA LOTTA ALLA CORRUZIONE. Il dossier su cui Zagabria può invece tirare un respiro di sollievo è quello della lotta alla corruzione. Dopo gli scandali che nel decennio scorso avevano coinvolto premier e ministri, le riforme del sistema giudiziario sono state convincenti, il processo all’ex primo ministro Ivo Sander ha persuaso anche i più scettici e il rafforzamento dei poteri delle procure ha introdotto standard europei. Quest’ultimo passaggio è però ancora vincolato a un ricorso alla Corte costituzionale. Secondo alcuni osservatori, la spinta riformista del nuovo governo si è attenuata dopo che la Commissione di Bruxelles ha fissato la data di ingresso e il nuovo premier Zoran Milutinovi farebbe bene a non dare nulla per scontato.
Oltre a evitare lo scoglio sloveno, Milutinovi dovrà convincere Angela Merkel e François Hollande che incontrerà nel prossimo autunno.