Cronache del miracolo-live

Redazione
13/10/2010

Da San José Fabio Bozzato L’abbraccio con il presidente del Cile Sebastian Pinera, le lacrime della moglie Monica e del...

Cronache del miracolo-live

Da San José
Fabio Bozzato

L’abbraccio con il presidente del Cile Sebastian Pinera, le lacrime della moglie Monica e del figlio Byron. Florencio Avalos, dopo 69 giorni di prigionia, è stato tratto in salvo dalla capsula Fenix alle 5.12 ora italiana (mezzanotte e 12 minuti in Cile). Il primo dei 33 minatori è parso in buone condizioni di salute, accolto da applausi e grida di gioia. Dopo di lui, a intervalli regolari di un’ora, è stato il turno di Mario Sepulveda e Juan Illanes. Le operazioni di recupero continuano: i minatori escono uno alla volta. Maschera di ossigeno, tuta, microfono, occhialini scuri, casco. È il D-day. Il giorno del riscatto. La capsula li estrae da un buco di 53 centimetri di diametro. Scende e risale per i 622 metri che separano i 33 dal ventre della miniera di San José all’aria del deserto di Atacama.
È dal 5 agosto che sono bloccati laggiù. E saranno necessarie molte ore ancora perché la “Fenix” riporti l’ultimo uomo in superficie. La capsula impiega un quarto d’ora. I viaggi necessari per salvare la squadra sono 80. (Leggi la testimonianza di Stefano Massei, ingegnere italiano in Cile)
A campo Esperanza i numeri sono sempre stati importanti: 33 sono i giorni che la perforatrice Schramm T-130 ha impiegato per raggiungere la galleria dove i 33 mineros erano rifugiati. E sono ancora 33 i caratteri, spazi inclusi, del messaggio che ha riacceso le speranze delle famiglie. “Estamos bien en el refugio, los 33” aveva scritto dalla miniera Mario Gomez.
Questo ha contribuito a rafforzare l’idea di un numero davvero speciale, così come si è sentito ripetere spesso in questi due mesi di odissea.
«Una ben strana coincidenza», ha sottolineato anche Jeff Hardt, il tecnico nordamericano che si trovava alla perforatrice quando il tetto del rifugio è stato aperto. Lui è stato chiamato dall’Afghanistan dove cercava acqua per l’esercito Usa. Ultimo eroe della saga dei mineros.

Un circo intorno alla miniera

Il rush finale del recupero ha tenuto il Paese col fiato sospeso. Tutti aspettavano i “loro” minatori, gli uomini che hanno resistito a tutto. I 33 sono l’orgoglio di un Paese di gente testarda, aggrappata alla terra, come lo sono state le madri e le mogli accampate fuori e rimaste là. «Altrimenti si dimenticano di loro», ripetevano fin dal primo momento. L’accampamento Esperanza è nato così, come sfida all’impresa che taceva e alle autorità che non sapevano che fare. A tutti, quelle donne dicevano che i loro uomini erano vivi.
«Ora è un circo», ha detto amaro Cristian Lobos, fratello di Franklin, l’ex-calciatore rimasto intrappolato. Si calcolano che siano arrivate almeno 2500 persone, in un posto che a fatica ne vedeva 400 (come ha sottolineato Ximena Poo, direttrice della scuola di giornalismo di Santiago). Centinaia di giornalisti da tutto il mondo si sono ritrovati, ammassati nella tenda del media-centre, a un chilometro dai lavori in corso. Giorno e notte, accucciati a origliare sussurri sulle operazioni, a scrutare i gesti dei familiari per capire cosa stesse accadendo, sperando di captare un fotogramma dei sopravvissuti.

Il Cile ne esce vittorioso

Reynaldo Sepulvéda è stato designato regista ufficiale da Tvn per coordinare le riprese televisive, che sono inviate al satellite e messe a disposizioni dei media internazionali. Anche lui ha continuato a ripetere: «Questo non è uno show». Ma tutti sono consapevoli del contrario. È l’ultima frontiera di un iper-reality show. In facebook, addirittura, da giorni girava l’immagine di un biglietto d’ingresso a teatro, per assistere al D-Day dei mineros.
Il successo delle operazioni di recupero ha galvanizzato le autorità e i media del Paese. «Mai si era visto al mondo un salvataggio tanto difficile e così in profondità. Un successo mondiale per tutto il settore estrattivo», è stato il moto d’orgoglio di Gerardo Jofré, presidente del Codelco, la grande societá mineraria di Stato. Si è subito diffusa la sensazione di essere all’altezza dei grandi Paesi.
La perforatrice T-130 è una macchina per sondaggi in servizio alla Minera doña Inés de Collahuasi, che si trova a 4400 metri di altitudine nella regione di Tarapacá, estremo nord del Cile.
È di proprietá della Geotec Boyles, società in cui figura come socio anche un ministro del governo cileno, Jaime Ravinet. Las palomas, le sonde che dal primo giorno di contatto, hanno inviato di tutto al rifugio, dalla fibra ottica ai lettini leggeri, dal cibo ai medicinali fino ai film, sono un’invenzione tutta locale. Così come la cabina Fenix che è stata progettata e costruita dall’esercito, con la consulenza della Nasa, coinvolta grazie a Mario Perez, un ricercatore cileno che lavora negli Stati Uniti.

«La montagna ha partorito»

Per un presidente della Repubblica come Sebastian Piñera, tutto questo è stato uno strepitoso miracolo. Intanto si è goduto il suo successo mediatico. Il suo indice di popolarità si è alzato in modo esponenziale. E una parte lo deve alla primera dama, Cecilia Morel.
Il suo stile compassionevole ha conquistato il Paese ed è stato continuamente ripreso dai media. Lei si trovava dal 9 ottobre all’accampamento Esperanza, ricevendo le donne dei minatori per prepararle al D-Day. Ha messo a disposizione la sua esperienza di orientadora familiar, ha detto, «per trasmettere loro maggiore calma e pace, insegnare alcune tecniche di rilassamento». Anche lei ha raccontato una sua fiaba: «Dico sempre che questa è una nascita. È bello vedere che la montagna partorirà 33 minatori».

Una spesa di cinque milioni di dollari

Suo marito l’ha raggiunta per abbracciare i sopravvissuti, prima di partire per l’Europa. Tempistica perfetta, si è mormorato. Ma tutti hanno giurato che sia stata casuale.
Di sicuro il suo primo viaggio nel Vecchio Continente sarebbe stato diverso senza questo successo. In Europa potrà portare un Paese e un presidente all’altezza del mondo globale. L’economia cilena vola a un tasso che si prevede del 6% annuo. Proprio grazie all’export di rame, il suo oro rosso, che nel 2010 arriverà a una produzione di  5,7 milioni di tonnellate, per un valore di 36,5 miliardi di dollari. Un tesoro che proviene proprio da miniere come quella di San José.
Peraltro, nei lavori di perforazione per il salvataggio dei 33, sembra siano state scoperte vene di oro e di rame molto ricche, il che salverebbe i proprietari dal fallimento annunciato o comunque li obbligherebbe a pagare almeno in parte la spesa che si calcola in quasi cinque milioni di dollari, tanto è il costo da quel maledetto 5 di agosto, il giorno del crollo.

Premi e sponsor, come un reality

«Quella notte, solo un miracolo di Dio mi ha salvato», ha raccontato Johnny Quispe, suocero dell’unico minatore straniero intrappolato, il giovane boliviano Juan Carlos Mamani. Da 20 anni si trova in Cile, arrivato come tutti a cercar fortuna. Il destino ha salvato lui, ma non suo genero. Il presidente della Bolivia, Evo Morales, gli ha assicurato la sua presenza per il giorno del recupero e di aspettarlo in patria con un nuovo lavoro.
Perché lui, come gli altri 33, non tornerà in miniera. Lo hanno ripetuto molte volte. La gara per la ricompensa è stata comunque generosa: dall’assegno di cinque milioni di pesos a ognuno, firmato dal miliardario Leonardo Farkas, a un viaggio in Grecia, dagli stadi del Manchester United agli Ipod regalati da Steve Jobs, l’uomo dell’Apple, fino alle donazioni dei sindacati di altre miniere che ammontano a 1,4 milioni di pesos per ogni famiglia. Anche i premi ricordano che questo è stato un reality.