Cucchi, l’altro Aldrovandi

Denise Faticante
11/10/2010

Il gip deciderà la sorte dei 13 imputati.

Cucchi, l’altro Aldrovandi

Il caso di Federico Aldrovandi è stato archiviato con un risarcimento di 2 milioni di euro dati dallo Stato alla famiglia del ragazzo. Ma c’è almeno un’altra morte che aspetta chiarimenti. È quella di Stefano Cucchi, il geometra romano, morto in circostanze ancora misteriose nell’ospedale romano Sandro Pertini dopo aver trascorso una settimana nel carcere di Regina Coeli.
Con lui e con la sua famiglia lo Stato italiano ha ancora un conto in sospeso. Per il decesso di Cucchi è stato chiesto il rinvio a giudizio per 13 persone. A partire dal 19 ottobre il gip deciderà sulle sorte di sei medici, tre infermieri e tre agenti penitenziari. I reati contestati, a seconda delle posizioni, vanno dalle lesioni aggravate all’abuso di autorità, dal falso ideologico all’abuso d’ufficio, dall’abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d’ufficio, fino al favoreggiamento e all’omissione di referto. Ma il percorso da fare per arrivare alla verità è ancora lungo.

Dopo un anno la morte è ancora un mistero

Tutto iniziò la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009, quando il 31enne venne fermato in un parco della periferia sud di Roma con 20 grammi di droga. Dopo aver passato la notte in una caserma dei carabinieri, il giorno dopo venne trasportato in tribunale per la convalida del fermo. La stessa mattina il ragazzo incontrò il padre che lo trovò «con la faccia tumefatta».
Stefano non disse nulla al genitore e dopo aver svolto tutte le pratiche venne spedito a Regina Coeli. Il giudice però contemporaneamente dispose una visita. Il referto del medico del tribunale parlò di «lesioni ecchidomiche bilaterali in regione palpebrale inferiore» e «lesioni alla regione sacrale e agli arti inferio­ri».
Venne visitato anche in carcere e lo spedirono al Fatebenefratelli. Anche qui dalle lastre vennero fuori molteplici fratture. Il ragazzo tornò in cella e, viste le sue precarie e sempre peggiori condizioni di salute, venne spedito al reparto di medicina penitenziaria del Pertini.
Il direttore del reparto, Aldo Fierro poi disse: «Il ragazzo presentava delle fratture ma non ha mai accennato di aver subito un pestaggio. Ha però rifiutato fino alla fine acqua e cibo, accettando solo i farmaci contro l’epilessia».
Intanto le condizioni del ragazzo peggiorarono di ora in ora. Stefano morì il 22 ottobre, solo. I familiari non ebbero mai l’ok delle autorità giudiziarie per poterlo andare a trovare. Qui finì la vita di Cucchi e iniziò la battaglia legale, grazie soprattutto al coraggio della sorella Ilaria che dopo aver mobilitato i media nazionali decise di rendere pubbliche le foto del cadavere del fratello dopo l’autopsia.

Scagionato il personale del Fatebenefratelli

Nei giorni immediatamente successivi iniziarono a rincorrersi accuse e smentite. La prima ombra cadde sui carabinieri. Cosa accadde la notte prima del fermo? Perché quella mattina in tribunale il ragazzo, stando al racconto del padre, aveva macchie ed ecchimosi in volto? Poi successivamente l’attenzione si spostò sulle guardie carcerarie che tennero in custodia, in un fondaco di Piazzale Clodio, il ragazzo prima di portarlo davanti al giudice. E qui si iniziò a parlare di pestaggio.
Da Regina Coeli, intanto, i medici affermarono che il ragazzo prima di varcare la cella era già in gravi condizioni. Alla fine tutti gli occhi si puntarono sull’ospedale. Iniziarono le perizie. Quella dei medici legali del pm sembrava non lasciare scampo al personale medico e paramedico e ribaltava i risultati della commissione d’inchiesta parlamentare guidata da Ignazio Marino che aveva sostenuto che la morte del ragazzo era avvenuta per fame e sete.
Dai documenti – che scagionarono il personale sanitario del carcere e del Fatebenefratelli – si leggeva che «al Pertini non è stata colta la gravità delle condizioni di salute del degente. Le lesioni riportate da Cucchi non erano mortali, non è morto per disidratazione e con le terapie adeguate poteva essere salvato».

In 13 rinviati a giudizio

Gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenico sono stati accusati di aver picchiato Cucchi nella camera di sicurezza del Tribunale, in attesa di conferma di convalida. Il direttore dell’Ufficio detenuti del Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, Claudio Marchiandi è stato accusato di falso ideologico e abuso d’ufficio.
Il direttore del reparto, Aldo Fierro i cinque medici Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi Preite De Marchis e Rosita Caponetti e i tre infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe sono stati accusati di aver “abbandonato” il paziente mentre si trovava ricoverato al Pertini, e di non avergli garantito “i più elementari presidi terapeutici e di assistenza”, di “semplice esecuzione” e che avrebbero sicuramente “evitato il decesso” del ragazzo.
Intanto la famiglia Cucchi ha chiesto una nuova perizia per verificare se le lesioni provocate dal presunto pestaggio avvenuto nel tribunale abbiano provocato la morte di Stefano. Il Comune di Roma ha chiesto e ottenuto di costituirsi parte civile. La battaglia è appena cominciata.