Dai gasdotti ai panni sporchi di casa nostra

Stefano Feltri
08/12/2010

Non solo Russia e Wikileaks, ma anche la Finziaria, la finanza e le lotte di Palazzo.

Dai gasdotti ai panni sporchi di casa nostra

Per fortuna che c’è Wikileaks a riempire le pagine di giornali paralizzati, come la politica, in attesa del voto di (s)fiducia al governo il 14 dicembre. Scrive la Jena Riccardo Barenghi sulla Stampa: “Assange in galera e Berlusconi libero, riformata la giustizia”. Mentre Il Fatto Quotidiano promuove una petizione on line per chiedere la liberazione del fondatore di Wikileaks, da ieri in manette a Londra.
Non per aver rivelato i calblogrammi diplomatici degli Stati Uniti (anche se ora rischia un processo americano), ma per le accuse di stupro che gli arrivano da due donne svedesi. Dove stupro è da intendersi in senso un po’ lato: Repubblica prova a spiegare una storia confusa.
Due donne hanno rapporti con Julian Assange nel giro di 24 ore, entrambe accusano il giornalista di «aver rotto apposta il profilattico» o di non averlo proprio usato, per trasmettere non è ben chiaro quali eventuali malattie. Il ministro Franco Frattini esulta per le manette (solo in questo caso).
Repubblica scodella poi due paginate a tripla firma, roba che manco durante il Watergate: Giuseppe D’Avanzo, Andrea Greco, Federico Rampini. Passo da romanzo e sfumature alla John Le Carré, «Berlusconi, l’Eni e la vera storia del gas a Mosca». Notizie pochine, ma piacevole lettura da giorno festivo. Utile leggere subito dopo Il Foglio dove Davide Tabarelli firma il pezzo «Ecco tutte le prove che smontano le tesi anti-Gazprom». Tabarelli guida Nomisma energia, parte del gruppo bolognese di ispirazione prodiana. E proprio sotto il governo Prodi, ricorda anche Repubblica, vennero firmati gli accordi con Gazprom (che poi infatti offrì un posto, rifiutato, a Romano Prodi). Sarà mica che ce la stiamo prendendo con il premier sbagliato?

Il masochismo del Pd e le “faccende” del Pdl

A chi abbia ancora voglia di addentrarsi nei dettagli della cosiddetta crisi di governo, si consiglia di cominciare dalla lettura di Liana Milella, su Repubblica: quei cuor di leone dei giudici della Corte costituzionale hanno deciso di spostare l’udienza sul legittimo impedimento dal 14 al 15 dicembre, causa legittimo impedimento (non previsto dalla norma che, comunque, forse è incostituzionale) degli avvocati-parlamentari di Silvio Berlusconi impegnati a votare la fiducia al presidente-imputato.
La Corte, scrive la Milella, «preferisce mettersi in sicurezza pure dal punto di vista mediatico. Perché è evidente che la contemporaneità avrebbe potuto creare un corto circuito».
Nel frattempo in Senato passa la Finanziaria (in attesa dei nuovi tagli quasi inevitabili a gennaio) e tra deputati proseguono le trattative per la compravendita “vere o presunte”, come i diari di Benito Mussoli pubblicati da Marcello dell’Utri. Per il momento, Berlusconi incassa l’appoggio di un certo Scilpioti, Idv, per il quale Antonio Di Pietro sarebbe ancora disposto a mettere la mano sul fuoco visto che «ci dà pure un sacco di indicazioni mediche, quando qualcuno di noi ha problemi di salute» (Corriere).
Il Cavaliere, già che c’è, prosegue lo shopping con Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze che vorrebbe rottamare il Pd ma intanto va ad Arcore a discutere di non meglio precisati interventi per la Toscana (a una settimana dalla sfiducia?!). Massimo Gramellini, su La Stampa, lo difende: «Il suo modo di essere, di fare e persino di parlare, irrita i dirigenti del Pd, ma evidentemente non gli elettori. Non so dirvi chi abbia ragione. Ma so che Renzi, nel bene o nel male, appartiene all’attualità. Gli altri al Novecento».
Il Pd, infatti, continua a farsi del male da solo, visto che Berlusconi è impegnato in altre faccende. Basta vedere la masochista doppia pagina dell’Unità: «Due milioni a San Giovanni, ‘Sarà una festa di liberazione’». Segue minaccia: «Bersani chiuderà con un lungo intervento».
Se qualcuno avesse ancora voglia di andare in piazza a Roma sabato, nella pagina accanto ci pensa Stefano Fassina, responsabile economico del partito, a raffreddare gli entusiasmi rispondendo al senatore Nicola Latorre: «Improvvisate e illusorie scorciatoie politiciste o ritorni al Lingotto, ci porterebbere, [sic]  di nuovo a sbattere». Chiaro, no?

Gli sprechi di Minzolini e i consigli di Mentana

Alla Scala solita sfilata di pellicce e smoking per la prima Sant’Ambrogio. Dentro il direttore Daniel Barenboim legge la Costituzione per protesta contro i tagli alla cultura, Giorgio Napolitano applaude, fuori la polizia manganella gli studenti che sostengono le stesse idee di Barenboim. Il Corriere: «Alla scala l’appello e il trionfo».
Incredibilmente, Cesare Romiti dice, sempre al Corriere, che «gli studenti hanno ragione». Solo Il Fatto Quotidiano insiste sugli sprechi di Augusto Minzolini, che in poco più di un anno da direttore del Tg1 ha fatto spendere alla Rai 86 mila euro per rappresentanza, ha passato metà del tempo in trasferta, quasi tutto nel weekend, accumulando così anche un tesoretto in permessi e ferie non godute (perché stava, formalmente, lavorando).
Lui annuncia querela, Carlo Tecce racconta sul Fatto che ci sono anche accuse di pubblicità occulta, soprattutto a compagnie di crociere. Enrico Mentana, direttore del Tg La7, dice a Beatrice Borromeo che ormai «in Rai un professionista, a meno che non sia in grande difficoltà, non dovrebbe proprio metterci piede».
Il Giornale si occupa invece di Giancarlo Tulliani (ricordate?) con accuse pesanti: «Tulliani resta a Montecarlo per fare la bella vita. Giancarlo sorpreso dal settimanale Chi a cena con fidanzata e amica in un ristorante extra lusso».

I “redivivi” della finanza italiana

Strepitoso bignami del capitalismo all’italiana in trenta righe sul Corriere della Sera. Sergio Bocconi racconta che Cesare Geronzi ha chiamato come presidente del comitato scientifico della Fondazione delle Generali, il gruppo assicurativo che presiede, l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, che prosegue così il percorso di riabilitazione post scalate bancarie (ma è ancora sotto processo).
Di quel comitato fa parte una efficace sintesi del potere italiano: l’economista Alberto Quadrio Curzio (molto vicino a Tremonti), il sociologo del Censis Giuseppe De Rita, l’oncologo Umberto Veronesi (che di poltrone ne occupa parecchie, ultima quella di presidente dell’Agenzia del nucleare), l’arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi e così via. Manca solo Berardino Libonati, uomo di raccordo dei patti di sindacato che dominano piazza Affari, che doveva farne parte ma è morto la scorsa settimana.
Cosa faranno? «Un club variegato e atipico chiamato a produrre studi e progetti di ricerca su moneta economia e Finanza». Li attendiamo con curiosità.