Dal mare del Messico al tribunale

Redazione
16/12/2010

di Alessandro Carlini Sulla scrivania del giudice distrettuale di New Orleans c’erano già circa 400 pratiche di cause intentate da pescatori,...

Dal mare del Messico al tribunale

di Alessandro Carlini

Sulla scrivania del giudice distrettuale di New Orleans c’erano già circa 400 pratiche di cause intentate da pescatori, gruppi ambientalisti, imprenditori che chiedono al colosso petrolifero britannico un risarcimento per il disastro causato dalla marea nera di greggio fuoriuscita dalla piattaforma Deepwater Horizon, di fronte alla costa della Louisiana. 
Il 15 dicembre, al limite della scadenza decisa dal giudice, è arrivata da Washington la “madre di tutte le cause”, quella del Dipartimento di Giustizia che contiene diversi capi d’accusa rivolti al gruppo di Londra e alle altre società impegnate nei lavori del pozzo petrolifero: si va dall’assenza di controlli efficaci prima dell’esplosione del 20 aprile scorso, alla carenza di strumenti di monitoraggio delle condizioni del pozzo Macondo (guarda la fotogallery di Lettera43 sul tema).
A sei mesi dall’inizio del più grande disastro ambientale della storia americana, Washington ha così citato in giudizio, oltre alla compagnia britannica, Transocean Ltd, Anadarko Petroleum Corp, Mitsui, e i Lloyds di Londra, società assicuratrice di BP. Tranne che per quest’ultima, sono stati chiesti risarcimenti per danni illimitati.
Come sottolinea il Washington Post, il documento di 27 pagine voluto fortemente dall’amministrazione Obama non solo è stato spedito all’ultimo istante alla corte di New Orleans, ma offre ben poche evidenze per tutte le accuse contenute al suo interno, dato che ci sono indagini tuttora in corso. Secondo Roger Marzulla, un legale che guidava la divisione ambiente del Dipartimento di Giustizia ai tempi di Ronald Reagan, sembra proprio che «il governo si sia affrettato per rispettare la scadenza. Hanno promosso un’azione giudiziaria il più possibile generica con l’idea di risolvere il problema dopo».
E questo si ritrova anche nelle dichiarazioni fatte dal ministro della Giustizia, Eric Holder, quando ha annunciato l’azione legale, di tipo civile, mentre va avanti un’indagine penale che riguarda BP, Transocean e il gruppo Halliburton, che doveva cementificare il pozzo. «Intendiamo provare», ha detto il ministro, «come gli imputati siano responsabili dei costi legati alla rimozione del greggio, alle perdite economiche e agli illimitati danni ambientali.
L’indagine è ancora in corso, ma non esiteremo a fare i passi necessari per accertare le responsabilità del versamento in mare del greggio». I due punti di riferimento normativi sono il Clean Water Act e l’Oil Pollution Act, che lasciano ampi margini di manovra all’accusa. «Devi solo dimostrare», ha spiegato William Carter, ex procuratore in materie ambientali, «che un determinato evento si sia verificato per colpa di una persona giuridica o fisica».
E il Washington Post ha cercato anche di definire la portata di un’azione legale del genere. In base al Clean Water Act, se l’amministrazione Obama fosse in grado di provare che BP e altre compagnie sono colpevoli di «grave negligenza», ogni società sarebbe costretta a pagare fino a 4300 dollari per ogni barile di petrolio versato in mare. Contando che sono circa 5 milioni i barili di greggio finiti nel Golfo del Messico, si arriverebbe a 21,5 miliardi di dollari per ciascuna.
Intanto a Londra, il titolo BP ha perso il 2,5% nelle prime contrattazioni della mattinata. E la situazione per il colosso potrebbe peggiorare, dicono gli analisti. I legali di BP si sono affrettati a dire, come riporta la Bbc, che risponderanno alle accuse che arrivano dall’America in tribunale e che fino ad ora non c’è stato alcun riscontro delle responsabilità contenute nell’azione legale. Si andrà avanti per molto tempo ma alla fine, come ha spiegato Robert Preston, giornalista economico della Bbc, il gruppo potrebbe uscire con le ossa rotte. Se fosse provata la colpevolezza di BP, potrebbe non bastare il fondo da 40 miliardi di dollari stanziati per coprire i costi derivanti dal disastro.