Dalla parte della rivolta

Gabriella Colarusso
21/12/2010

Da Melissa P. a Emma Dante: ragazzi non fatevi male.

Dalla parte della rivolta

Riprendersi il futuro, e farlo con il sorriso. Dopo Roberto Saviano, che ha esortato gli studenti a lasciare da parte la «vecchia violenza», anche la scrittrice Melissa P, sul suo blog, ha lanciato un appello ai giovani in rivolta: «Trasformare la rabbia in creatività e bellezza, allontanare l’odio: è questo che ci rende diversi da loro. Tifando sempre e solo rivolta. Ridendo, però».
Un neonato e ineffabile movimento scende in piazza, senza leader e senza agenda, e le vie di Roma si riempiono di fumo e lacrimogeni (leggi l’articolo). Rivolta e repressione. Maurizio Gasparri del Pdl arriva a chiedere persino «arresti preventivi» per evitare nuovi scontri tra polizia e studenti. Ma la rabbia che in queste settimane è esplosa nelle strade d’Italia non è solo di universitari o liceali. Un’intera generazione di scrittori, artisti, intellettuali, cresciuti negli anni 80, la sente come propria. Perché, dicono, la violenza, quella «vera» è «non avere un futuro».

Un movimento senza leader né agenda

«GIOVANI SENZA PROSPETTIVE». «Che cos’è più violento? Rompere un bancomat o l’affermazione di un presidente del consiglio che definisce eroe un mafioso?», chiede Nicola Lagioia, scrittore pugliese, che nel suo libro Riportando tutto a casa, è riuscito forse meglio di altri a raccontare lo stordimento e la disillusione di una generazione, quella dei nati alla fine degli anni Settanta, cresciuta tra l’eroina e Drive In. «Noi abbiamo scoperto dopo l’università che il futuro che ci attendeva non era affatto luccicante, i ragazzi che scendono ora in piazza sanno già di non averlo un futuro». Più di ogni altro, riflette Lagioia, c’è un sentimento che percorre le urla e le notti della rivolta: «La disperazione per la mancanza assoluta di prospettive». Faranno i camerieri dei loro cugini tedeschi o cinesi, come ha scritto Curzio Maltese, o elemosineranno un lavoro precario. In ogni caso, avranno «meno possibilità dei loro genitori». E anche pochi punti di riferimento. Non ci sono maestri tra i Book block, né buoni né cattivi. «E meno male. Di quelli del passato ne abbiamo fatto dei feticci. Valle Giulia ormai sta bene solo in una teca della boutique di Veltroni».
Una generazione orfana di ideologie scende piazza per ripendersi il futuro, ma lo fa senza leader e senza organizzazione. Niente a che vedere, insomma, con il popolo di Seattle che all’inizio degli anni 2000 animò le strade di Genova e di Porto Alegre chiedendo una globalizzazione più «equa», flexsecurity, diritto d’accesso all’economia della conoscenza. «Questo non vuol dire che il livello di elaborazione di chi protesta non sia complesso», riflette Lagioia. «Forse sono meno attrezzati ideologicamente di quelli che come me erano a Genova nel 2001»: niente slogan contro la globalizzazione, nessun idolo rivoluzionario, niente libretti di Marcos sul comodino o copie di Impero di Toni Negri nello zaino. «Ma si trovano in condizioni peggiori delle nostre e per questo forse corrono di più». L’unico modo per evitare la violenza, conclude lo scrittore pugliese, «è dare loro rappresentanza, ma è impossibile aspettarselo da questa politica».

La rabbia di un paese “deculturalizzato”

C’E’ BISOGNO DI NUOVE NARRAZIONI. L’idea di una violenza «necessaria a questo punto di degenerazione del tessuto sociale collettivo», non stupisce neanche Giuseppe Genna, anche se delle rivolte scoppiate nelle ultime settimane, in Italia e in Europa, lo scrittore nato nel 1969, fa un’analisi molto disincantata: «I giovani che sono scesi in piazza si stanno battendo per diritti che porterebbero solo ed esclusivamente a una acquisizione di mercato. Non c’è una messa in discussione del sistema. I ragazzi chiedono di studiare ma è già da vent’anni che le strutture pedagogiche nel nostro paese sono state demolite». La richiesta di futuro, dice Genna, è paradossalmente un ritorno al passato. A diritti dei quali sono «già stati privati. Universitari e studenti liceali sono stretti tra un messianesimo tecnologico e la degradazione di un sistema che è molto più ampia di quella che ha investito palazzo Madama». Quello che sta per succedere, i “rivoltosi”, lo sanno già. «Se mi ritroverò a 60 anni con un cancro, che cosa farò? Sono precario da quando avevo 17 anni, non avrò una pensione. Questo è il futuro che attende noi e loro».
L’antidoto? Utopia. «Impossibile pensare a una reazione politica di questa generazione che non passi attraverso una disseminazione culturale» e un nuovo progetto di paese. Cultura, non violenza. L’aveva già invocata, nel 2003, Tiziano Scarpa nel suo Kamikaze d’Occidente – «Scarpa diceva già quello che ha detto ora Saviano» – eppure, conclude Genna, a nulla è servito. Perchè se neghi la cultura, vince la violenza: «difficile far passare quello che dice Saviano, le nuove narrazioni, quando l’espropriazione di contenuti, forme, simboli è già avvenuta. Dietro questi ragazzi c’è un paese deculturalizzato. L’aveva detto Craxi: diamo a tutti un Vhs e vedrete come scompare il movimento operaio. E così è stato».
INDIGNATEVI MA NON FATEVI MALE. A Palermo, dove è rintanata per le prove dei suoi spettacoli, l’attrice e regista Emma Dante, guarda invece con sollievo alle proteste di queste settimane: «Sono necessarie, legittime, vitali per un paese in declino. Spero solo che questi ragazzi vengano ascoltati perché si sono fatti portavoce di un desiderio di rottura di cui da tempo si sentiva il bisogno». La violenza però lasciamola a casa: «sono una pacifista convinta, ma riconosco che non è più il tempo delle mediazioni. Bisogna pestare i piedi a terra e urlare, farsi sentire, indignarsi. C’è un’idea nuova di futuro che va difesa. Ai ragazzi che si preparano di nuovo a scendere in piazza mercoledì prossimo voglio dire: tenete alta l’indignazione, alzate la voce per difendere i vostri diritti, ma non fatevi del male».