Dalla piazza ai social network

Redazione
17/12/2010

di Stefania Romani Prima c’erano la piazza, il bar o gli scalini della chiesa. Ora, per fare due chiacchiere, i...

di Stefania Romani

Prima c’erano la piazza, il bar o gli scalini della chiesa. Ora, per fare due chiacchiere, i ragazzi (e non solo) scelgono sempre più spesso Facebook o Twitter. E proprio su questo tipo di cambiamento punta i riflettori la rassegna Community La ritualità collettiva prima e dopo il web visitabile al Marca di Catanzaro dal 19 dicembre al 27 marzo. In un percorso che va dai grandi della fotografia italiana, come Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Nino Migliori, fino ad artisti contemporanei del calibro di Vanessa Beecroft e ai rappresentanti dei new media, si consuma il passaggio dei riti di gruppo dai luoghi d’incontro tradizionali alla rete.
La mostra offre una carrellata di materiale sul concetto di comunità dagli anni Cinquanta a oggi. Scatti fotografici, video e installazioni interattive sono proposti attraverso un allestimento di forte impatto visivo (guarda la gallery di Community), «e accomunati dall’utilizzo dell’immagine e da un attento sguardo indagatore nei confronti di una società in continua evoluzione», spiega Luca Panaro, curatore della rassegna assieme ad Alberto Fiz.
«Dalla comunità rigida, basata su precise linee guida, si è passati a quella fluida, priva di un riferimento territoriale, che si sviluppa prevalentemente in base all’esperienza dei singoli individui. Un percorso che va incontro a una cultura partecipativa, descritta con efficacia dal taglio inedito dell’esposizione», aggiunge Fiz.

Immagini neorealiste e ritualità collettiva

Si parte così da posti come strade, parchi, case, bar che ricorrono nella fotografia neorealista di Migliori, nelle famiglie della Basilicata colte dall’obiettivo di Mario Cresci negli anni Settanta o, ancora, nella Festa del proletariato giovanile al Parco Lambro, immortalata nel 1976 da Basilico, che rende benissimo la filosofia provocatoria degli hippy. Tocca quindi all’integrazione fra individui di etnie diverse e alla ritualità legata al calcio, con il lavoro di Cristian Chironi, che gioca sulla complicità degli spettatori.
Le opere della Beecroft puntano invece sull’universo femminile, in un’epoca contrassegnata dal culto del corpo. Poi è il turno della rete, con blog, chat e social network. Alcuni esempi?
Naomi Vona propone i volti di migliaia di persone che hanno postato su Youtbe le loro foto prima e dopo la visione di una sequenza proibita. Carlo Zanni coinvolge i patiti del web, dando loro la possibilità di connettersi con il suo lavoro per modificarlo direttamente.
Infine Flatform, un gruppo di artisti nato nel 2006 a Milano, ha realizzato un progetto ad hoc per Catanzaro: con un’installazione mobile su ruote, nella settimana che precede la rassegna, ha registrato nei quartieri della città le reazioni delle persone a due video differenti. Il tutto viene presentato in mostra, secondo un approccio che vuol far uscire il museo per le strade.