Dall’Asia con Assange

Redazione
05/12/2010

È l’Asia la nuova protagonista delle ultime rivelazioni di Wikileaks. In prima fila la Cina, paladina della difesa dell’allora presidente...

Dall’Asia con Assange

È l’Asia la nuova protagonista delle ultime rivelazioni di Wikileaks. In prima fila la Cina, paladina della difesa dell’allora presidente Usa George W. Bush, possibile bersaglio di al-Qaeda durante le Olimpiadi del 2008. Ma anche nemico degli Stati Uniti nella guerra di hackeraggio intrapresa ormai da anni dal governo cinese.
I file di Assange aprono però anche nuovi scenari sul Medio Oriente. I documenti divulgati il 5 dicembre dai partner di Wikileaks raccontano  di un’amministrazione americana frustrata nei confronti dei paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa. Secondo quanto scritto dal dipartimento di Stato Usa, sono proprio i sauditi i primi finanziatori del terroristi che dovrebbero in teoria contribuire a combattere.
Il bollettino giornaliero di Wikileaks si arricchisce anche di nuove accuse di Julian Assange agli Stati Uniti. In una chat sul quotidiano spagnolo El Pais l’haker ha dichiarato: «Riceviamo minacce di morte dai personaggi vicini ai militari Usa. Ci sono precise richieste per il nostro assassinio, rapimento, esecuzione da parte dell’elite della società americana». E il fondatore del sito più temuto del mondo ha rivolto un affondo contro Barack Obama. Commentando lo spionaggio ai danni delle alte sfere dell’Onu portato avanti dagli Stati Uniti (leggi l’articolo), Assange ha dichiarato: «Barack Obama deve dirci se sapeva di questo ordine illegale. Se rifiuta di rispondere o ci sono prove del suo coinvolgimento, si deve dimettere».

Il Partito comunista dietro gli attacchi a Google

Che ci fosse Pechino dietro l’attacco informatico di dicembre 2009 contro Google lo si era sempre sospettato: i nuovi documenti pubblicati dal giornale britannico Guardian rivelano però per la prima volta che quell’assalto fu ordinato direttamente da influenti membri del Politburo, «infastiditi» per aver trovato sul motore di ricerca critiche alla Cina e alle loro persone.
Non è chiaro, dalla documentazione dell’ambasciata statunitense a Pechino, se Hu Jintao e Wen Jiabao, rispettivamente presidente e premier cinese, abbiano personalmente dato il via libera all’operazione.
Non solo: l’attacco contro Google rientrava in una vera e propria cyber-war lanciata a partire dal 2002 contro agenzie governative e installazioni militari straniere, portata a termine da hacker professionisti. Come è noto, i militari cinesi hanno inaugurato proprio nel luglio di quest’anno il primo quartier generale per la guerra cibernetica, e l’Esercito (Pla) dispone di una imponente schiera di “soldati telematici”.
Pechino ha tuttavia sempre smentito con forza di aver mai ordinato attacchi informatici contro aziende e agenzie straniere.
L’attacco contro il colosso americano della ricerca online, si legge nei cablogrammi, venne «coordinato direttamente» da Li Changchun, membro del Politiburo e responsabile della propaganda del partito comunista cinese, e Zhou Yongkang, anch’egli membro del Politburo, tra i massimi responsabili della sicurezza del Paese. All’epoca dei fatti, Google non riuscì a provare che dietro gli attacchi ci fosse il governo di Pechino.

Al-Qaeda voleva uccidere Bush a Pechino

Gli 007 di Pechino misero però anche in guardia gli Usa da un possibile attentato contro l’allora presidente americano George W. Bush, ordinato dal numero due di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, durante le Olimpiadi di Pechino del 2008. Lo si legge in un cablogramma dall’ambasciata Usa a Pechino siglato dall’allora incaricato d’affari Dan Piccuta.
Un agente dei servizi segreti cinesi avvertì Washington che al-Zawahiri, nel luglio 2008, aveva dato ordine a un gruppo di terroristi dell’Est Turkestan (come i nazionalisti uighuri chiamano la regione cinese dello Xinjiang) di compiere attentati in Cina, durante le Olimpiadi.
«I potenziali bersagli includono: il presidente e il segretario di Stato Usa, il premier e il ministro degli esteri britannici , le cerimonie di apertura e chiusura, i turisti VIP, il presidente afghano», si legge nel dispaccio.

La lotta al terrorismo e la pulizia etnica

I terroristi erano «esperti con gli esplosivi» e potevano portare micro-bombe in molti modi. Nel corso del 2008, Pechino affermò di aver sventato diversi piani di attentato, sugli aerei piuttosto che contro gli atleti delle Olimpiadi, che portarono in un anno all’arresto di circa 1.300 persone per reati «relativi alla sicurezza» nello Xinjiang, dove si verificarono comunque numerosi attentati terroristici nel corso del mese olimpico.
Una ventina uighuri, la minoranza musulmana della regione cinese, catturati lungo il confine afgano-pakistano nei primi anni 2000, sono invece finiti a Guantanamo accusati di avere legami con la rete terroristica di Bin Laden. Successivamente sono stati espulsi verso altri Paesi.
Contro gli uiguri, dietro il pretesto della lotta al terrorismo, la Cina porta avanti una vera e propria campagna di pulizia etnica nella regione dello Xinjiang, di cui i suoi abitanti chiedono l’indipendenza da Pechino.

L’Arabia Saudita bancomat dei terroristi

Il New York Times, media partner di Wikileaks, ha alzato un velo anche sui finanziatori del terrorismo di stampo islamico. Secondo i cablogrammi raccolti da Assange, l’Arabia Saudita e altri stati definiti alleati non hanno mai smesso di riversare milioni di petrol-dollari nelle tasche degli estremisti, nonostante le pressanti richieste dell’amministrazione Usa di chiudere i rubinetti. Proprio le donazioni dei cittadini sauditi sarebbero la prima fonte di sostentamento per i guerruglieri in lotta contro l’America.
«È una sfida ancora in corso quella di convincere i funzionari sauditi a trattare il finanziamento ai terroristi proveniente dal loro paese come una priorità strategica», ha scritto il segretario di stato Hillary Clinton in uno dei documenti intercettati dall’hacker di Wikileaks.
Una considerazione frustrante, che rivela altresì il doppio binario su cui si gioca la partita: pubblicamente, gli Usa hanno sempre dichiarato grandi progressi sul fronte del taglio dei finanziamenti.
Dai documenti risulta invece la consapevolezza statunitense di tutti i metodi utilizzati dai terroristi per finanziarsi: dal riciclaggio di denaro nelle banche degli Emirati all’uso dei proventi delle offerte del pelligrinaggio alla Mecca. Nei cablogrammi si legge anche che gli Emirati Arabi Uniti sono un «gap strategico» che i terroristi potrebbero sfruttare, che il Qatar è «il peggiore nella regione» in materia di anti-terrorismo mentre il Kuwait è un «punto di transito chiave» per i terroristi.

Per Abdullah l’Iran è il male

I documenti di Assange offrono anche un inedito sostegno al presidente Usa Barack Obama.
«Il mondo ha bisogno di Obama»: così il re saudita Abdullah si è rivolto il 15 marzo del 2009 al consigliere l’Antiterrorismo, John Brennan, in un incontro avuto nel suo Palazzo reale a Riad, in Arabia Saudita. 
«Ringraziamo Dio per aver portato Obama alla presidenza» ha detto re Abdullah a Brennan, secondo quanto riporta l’ambasciata Usa di Riad in un cablogramma datato 22 marzo 2009. A riferirlo è direttamente il New York Times che pubblica il testo inviato dall’ambasciata Usa su quell’incontro e ottenuto da Wikileaks. Nel testo si legge che  Abdullah disse a Brennan che Obama «ha creato grande speranza nel mondo musulmano…Possa Dio garantirgli forza e pazienza. Possa Dio proteggerlo. Sono preoccupato per la sua sicurezza personale. L’America e il mondo hanno bisogno di un presidente come lui». 
Nello stesso incontro, Abdullah  riferisce a Brennan di un incontro appena avuto con il ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki. «Non vedo l’Iran come un vicino che uno desidera avere, ma come un vicino che uno desidera evitare», ha detto re Abdullah. Gli iraniani «lanciano missili con la speranza di far paura al mondo». Di certo una soluzione al conflitto arabo-israeliano “aiuterebbe”, ma secondo Abdullah «l’Iran troverebbe altri modi per creare problemi…È un Paese avventuroso, nel senso negativo del termine. Possa Dio evitarci di cadere vittima del loro male». Abdullah disse anche a Brennan di essersi rivolto in questi termini a Mottaki, rifiutando un invito a Teheran: «Tutto ciò che voglio da voi è che ci risparmiate dal vostro male». «La verità – ha concluso Abdullah – è che con loro abbiamo avuto relazioni corrette per anni, ma al fondo di tutto è che non ci si può fidare di loro».