Danny, la voce dei coloni

Gea Scancarello
27/09/2010

Danon, 39 anni, sionista convinto. E' uno dei nuovi leader del Likud.

Danny, la voce dei coloni

Mentre il capo del governo Benjamin Netanyahu trascorreva le ore al telefono sudando freddo per trovare un compromesso sulla riapertura delle costruzioni nei territori occupati, Danny Danon, il 39enne leader della frangia più integralista del Likud, il partito del premier, arringava la folla: «Stiamo pronti a metterci a scavare nel secondo esatto in cui scatta la mezzanotte». Quello che si dice lavorare di sponda.
La diplomazia, d’altra parte, non è il punto forte del giovane, né il benessere dei cugini arabi si piazza in cima alle sue priorità: «I discorsi su uno Stato palestinese devono cessare immediatamente», si legge al primo punto del programma del World Likud, l’organizzazione che riunisce tutti i sostenitori dello schieramento nel mondo, di cui è presidente.
Nel caso in cui il concetto non fosse sufficientemente chiaro, il testo poco più avanti aggiunge: «Israele annetterà la maggior parte della Giudea e della Samaria». Detto, fatto: all’alba del 27 settembre, con lo scadere della moratoria sull’edificazione nelle zone arabe, i coloni lavorano proprio in quella direzione.

In nome del sionismo

Danny Danon si è abbeverato agli esercizi di sionismo fin da ragazzino. Nato a Ramat Gan, storico insediamento agricolo a sud di Tel Aviv, ha preso laurea e master in Affari internazionali e Pubblica amministrazione nell’università Hebrew di Gerusalemme, culla della cultura ebraica.
Dopo aver servito i tre anni obbligatori nell’esercito, dove ha conquistato la mostrina di tenente e diretto il programma Marva che educa giovani volontari alla vita militare, si è avvicinato all’Agenzia ebraica, responsabile per gli ebrei della diaspora, che lo ha spedito in Florida per trovare nuovi adepti.
Rientrato in patria nel 1996, a 25 anni è diventato assistente di Uzi Landau, il politico ultranazionalista che di lì a poco, nel 2001, fu nominato ministro della Sicurezza interna nel governo dell’allora premier Ariel Sharon. La sintonia tra Danon e Landau era totale: quando nel 2003 il secondo decise di dimettersi dall’incarico contro la decisione del governo di smantellare gli insediamenti dei coloni nella Striscia di Gaza (territorio palestinese), Danon divenne uno dei principali attivisti contro il ritiro, guadagnandosi un posto sul palco in ogni manifestazione e comizio.

Un posto alla Knesset

Tutti i suoi sforzi, di lì a poco, sono stati premiati: nel 2006 ha meritato la carica di presidente del World Likud e nel 2007 si è posizionato terzo nella battaglia per la guida nazionale del partito; nel 2009, infine le urne lo hanno benedetto con un posto alla Knesset, il Parlamento israeliano.
I contribuenti di certo non gli versano lo stipendio per niente: è membro di 13 commissioni, tra cui quella per le Abitazioni, per l’Immigrazione e gli affari della diaspora e per lo Stato della donne; presiede la lobby per le vedove e gli orfani dei membri dell’esercito e per la Promozione dei valori sionisti; e fa parte di altre tre, tra cui quella per il Rafforzamento della periferia. Un politico insomma di cui tutti possono essere contenti. Tranne, probabilmente, i palestinesi.