De Michelis e quell’alleanza tra moderati e socialisti ancora attuale

Nel 2006 lavorai con lui a una lista pensata per unire ex Dc ed ex Psi. Funzionò. Ripensando a quell'avventura oggi mi chiedo: eravamo in ritardo o in anticipo sui tempi?

17 Maggio 2019 10.43
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Si è scritto tanto di Gianni De Michelis in questi giorni: «È andata bene sulla stampa», commenterebbe lui sfoderando quel pó di cinismo socialista a cui non rinunció mai.

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Eppure noi amici non siamo rimasti soddisfatti: molti necrologi non sono usciti dal cliché un po’ usurato del ministro discotecaro. De Michelis è stato molto altro e molto di più, nella Prima e anche nella Seconda Repubblica. Io l’ho conosciuto nella Seconda Repubblica e siamo divenuti subito amici. Di lui ricordo il nitore con cui fotografó l’inizio del declino berlusconiano. Eravamo all’indomani delle elezioni politiche del 2006, quelle che Silvio Berlusconi aveva pareggiato con Romano Prodi proprio grazie a una lista formata da democristiani e socialisti e allestita da me e De Michelis. Il nostro fu un matrimonio di interesse per centrare il quorum, ma divenne un matrimonio d’amore: concepivamo l’incontro di cattolici e socialisti come un esito ineludibile del crollo del pentapartito; e la nostra intesa ambiva a essere la premessa di una prospettiva diversa da dare all’alleanza berlusconiana.

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Poi un giorno Gianni mi disse: «Qui va tutto per aria, e io un’altra volta sotto le macerie non ci resto». Disdisse l’alleanza e si tuffó nell’ultimo, romantico tentativo di riunire in Italia un socialismo che non c’era più. Oggi mi torna in mente quell’ircocervo democristosocialista e chissà perché mi pare più attuale oggi di allora. In fondo il parlamento europeo è governato da un’alleanza di popolari e socialisti, e qui in Italia Peppino Caldarola teorizza proprio su Lettera43.it una nuova alleanza di moderati e sinistra. E mi torna alla mente quella pazza avventura con Gianni De Michelis, i nostri comizi nelle province italiane al suono del Bianco fiore e dell’Internazionale, i discorsi che cominciavano con «amici e compagni». E mi viene una domanda postuma, Gianni: eravamo in ritardo o in anticipo sui tempi?

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