Il caso De Vito e i 5 stelle che si scoprono corrotti

21 Marzo 2019 08.56
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«Ci restano due anni, questa congiunzione astrale è come la cometa di Halley». L’avvocato Camillo Mezzacapo, nome che ricorda personaggi di Totò e Peppino, spiega così al suo sodale (presunto o meno sta ai magistrati accertarlo) che il tempo per spartirsi la torta non è infinito. Dunque bisogna darsi una mossa. La cometa di Halley, il cui ultimo passaggio risale al 2017, dovrebbe riappalesarsi secondo stima nel luglio del 2061, evento cui solo augurando loro lunga vita Mezzacapo e Marcello De Vito potranno assistere. E allora, detto in termini meno astronomici, ogni lasciata è persa.

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La conversazione tra i due intercettata fa anche una certa tenerezza nel suo crepuscolarismo: il presidente del Consiglio comunale di Roma e il suo amico immaginano un pensionamento dignitoso, senza eccessive pretese: «Una sigaretella, un sigarozzo e una canna da pesca», versione dopolavoristica di «due amici, una chitarra e uno spinello» canzone di un qualche successo di un’altra meteora, il cantante romano Stefano Rosso.

Il problema, che è poi una nostra debolezza, è che ogni volta che prendono un grillino con le mani nel sacco affiora latente un contenuto godimento

Niente di nuovo e ripetiamo, se acclarata, quella che ruota sempre intorno al progetto per la costruzione del nuovo stadio della Capitale, è una storia come tante di ordinaria corruzione, dove in ballo ci sono cifre che non ti cambiano la vita ma sicuramente ti aiutano a viverla meglio. Come si evince dal dialogo, nessuna spiaggia caraibica all’orizzonte ma al massimo il lido di Ostia o il lago Trasimeno. Il problema, che è poi una nostra debolezza, è che ogni volta che prendono un grillino con le mani nel sacco affiora latente un contenuto godimento. È come quel film credo di Dino Risi in cui Ugo Tognazzi, nei panni di un inflessibile presidente della Commissione censura cinematografica che taglia anche il minimo lembo di pelle femminile scoperta, la sera frequenta i cinema porno.

IL M5S E QUELLO STATO ETICO IMMAGINATO DA CASALEGGIO

Viene sempre in mente quella scena dei funerali di Gianroberto Casaleggio a Santa Maria delle Grazie in cui lo stato maggiore dei pentastellati entra in chiesa sulle ali di un «onestà, onestà» scandito dai militanti con i toni di un coro da stadio. E chi timidamente faceva osservare che quello era il preludio dello Stato etico e dell’insediamento dei tribunali del Popolo, ancorché digitali, veniva tacciato di connivenza con l’ancien régime e la Casta, quindi indicato al pubblico disprezzo.

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Ma a parte che l’onestà è come la carità per San Paolo, non la si dice ma la si pratica, era facilmente intuibile che al primo inciampo l’assunto della supremazia morale sarebbe venuto giù come un castello di carte. A questo si devono aggiungere le conseguenze dell’effetto mediatico che obbedisce a una ineludibile regola, ovvero che la caduta è direttamente proporzionale al tempo e all’enfasi della salita. Cosa che, almeno a vedere i sondaggi che settimanalmente ne rilevano la decrescita, sta puntualmente avvenendo.

I pentastellati dovrebbero ora dimostrare che gli episodi di ordinaria corruzione sono subissati da quelli di buon governo

Il Movimento 5 stelle avrebbe un solo modo (ma il successo non è garantito) di parare il colpo: dimostrare che gli episodi di ordinaria corruzione, mele marce in un cesto di sane di cui il capo si libera con decisioni sommarie, sono subissati da quelli di buon governo in cui i pentastellati danno prova di sana gestione e competenza. Ma a pensarci, per la verità, non ce ne vengono in mente tantissimi.

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