Paolo Madron

La pubblicità al gioco d’azzardo e lo Stato regolatore

La pubblicità al gioco d’azzardo e lo Stato regolatore

04 Luglio 2018 07.11
Like me!

Forse del cosiddetto Decreto dignità, la serie di provvedimenti omnibus appena varati dal governo, è quello che ha fatto e farà più discutere. Parliamo del divieto assoluto di pubblicizzare il gioco d’azzardo in tutte le sue forme, eccezion fatta quando attraverso lotterie e gratta e vinci è lo Stato che si fa biscazziere. Il provvedimento ha fatto molto rumore, se non altro perché va a incidere su un mercato in grandissima ascesa. Non c’è ormai partita di calcio o qualsivoglia evento sportivo trasmesso in tivù che non sia accompagnato da una (francamente esagerata) miriade di spot che ci invita ad essere tutti scommettitori. Naturalmente, colpiti nei loro interessi, aziende del settore, emittenti e squadre di calcio hanno levato gli scudi.

UNA LEGGE ANCORA MODIFICABILE. Il risultato, almeno così si dice, è che dalla scure del Decreto dignità sono stati risparmiati i contratti in essere fino al loro esaurimento. Sarebbe interessante capire, ma lo si scoprirà presto, se consapevoli del rischio divieto le società di scommesse abbiano giocato d’anticipo allungandone la durata. La decisione dell’esecutivo, per altro passibile di essere modificata in sede di discussione parlamentare, pone una serie di questioni che sarebbe ingiusto ridurre allo scontro tra censori del gioco d’azzardo e sostenitori del suo diritto d’esercizio.

IL NODO DEL LIBERO ARBITRIO. Quando lo Stato si riserva di decidere cosa è bene e cosa è male per i suoi cittadini, rischia sempre di invadere il campo delle libertà individuali, il cui valore è tale anche quando queste danno la stura a conseguenze dannose per la salute e per la società, nella fattispecie il fenomeno in preoccupante crescita della ludopatia. Insomma, il diritto di farsi del male è sacrosanto perché attiene alla sfera del libero arbitrio. In genere, la scelta va nella direzione del compromesso.

Che fumare faccia male è acclarato, ma lo Stato non vieta il consumo di sigarette, solo la possibilità di pubblicizzarle. Consapevole che dietro al compromesso ci sia una certa coda di paglia, ha però infarcito i pacchetti di terrorizzanti messaggi sulle conseguenze del fumo. Come dire: io non ti impedisco di fumare, ti avviso solo che lo fai a tuo rischio e pericolo. Oltre a questo, ha reso per anni il settore terreno privilegiato per aumentare il gettito erariale: quando occorreva trovare le risorse per un provvedimento di finanza straordinaria, benzina e sigarette erano la vacca da mungere.

CHI CI PERDE SONO I MEDIA. Ora, nel caso del gioco, a preoccuparsi sono più i destinatari della sua pubblicità che le aziende di scommesse, che pure hanno comprato pagine di giornale per denunciare la loro decisa contrarietà. Così come il divieto di pubblicizzare le sigarette non ne ha ridotto il consumo, è facile immaginare che lo scommettitore continuerà a giocare anche senza la marea di spot che lo inducono a farlo. A perderci, e di brutto, sono i media che li ospitano.

SI POTEVA SEGUIRE L'ESEMPIO DEL TABACCO. Si poteva fare diversamente? Beh, forse si poteva seguire l’esempio del fumo. Inasprire il regime fiscale e rendere più palesi gli avvisi sulle nefaste conseguenze dell’assuefazione all’azzardo, ora concentrate in un frettoloso “warning” pronunciato alla velocità della luce in coda agli spot. La cui scomparsa, per altro, se penalizza i conti delle televisioni, rende molto più piacevole la visione dei programmi sportivi liberati dall’angosciante presenza di qualcuno che ogni tre per quattro ossessivamente ti invita a scommettere sul risultato di quello che stai guardando.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *