Cosa non torna del delitto di Cogne

07 Febbraio 2019 16.46
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Annamaria Franzoni è tornata in libertà. Ha terminato di scontare la sua pena per la condanna in via definitiva per l'omicidio del figlio Samuele Lorenzi avvenuto a Cogne nel 2002. Eppure a alcuni punti del "giallo" che ha diviso gli italiani tra innocentisti e colpevolisti sono rimasti avvolti nel mistero. Dall'orario effettivo della morte del bambino all'arma del delitto (mai ritrovata), dal pigiama agli zoccoli di Franzoni sporchi di sangue, dalle lesioni della vittima alla posizione dell'assassino, metà degli italiani ha sostenuto le ragioni dell'accusa, l'altra metà quelle della difesa.

1. L'ORARIO DELLA MORTE DI SAMUELE

L'accusa ha sempre sostenuto che l'alibi di Annamaria Franzoni – assente di casa quel 30 gennaio 2002 dalle 8.16 alle 8.24 per accompagnare l'altro figlio, Davide, alla fermata dello scuolabus – non era sufficiente per dichiararne l'estraneità al delitto. La donna, infatti, avrebbe potuto colpire il piccolo prima di uscire di casa. La difesa ha sempre bocciato questa tesi, sostenendo che già le conclusioni del medico legale sull'orario probabile dell'aggressione portavano a escludere la responsabilità di Annamaria, la quale avrebbe avuto a disposizione un tempo ristrettissimo (1-2 minuti) per colpire, lavarsi, cambiarsi d'abito e disfarsi dell'arma del delitto (non solo mai ritrovata, ma neppure individuata). Ma, sempre secondo la difesa, vi era di più: l'aggressione e la morte cerebrale del piccolo Samuele avvennero un po' più tardi rispetto all'orario indicato dal medico legale, con la conclusione – sempre della difesa – che il bambino fu colpito proprio quando la mamma non era in casa.

2. IL PIGIAMA E GLI ZOCCOLI

Pigiama e zoccoli sono stati due argomenti tra i più controversi dell'inchiesta, oggetto di perizie e superperizie per via degli schizzi di sangue rilevati. Le conclusioni possono essere così riassunte: per l'accusa, quando colpì mortalmente il figlio, Annamaria Franzoni indossava il suo pigiama, o almeno i pantaloni del pigiama. La difesa ha contestato del tutto questa ricostruzione: quel pigiama – ha sempre sostenuto – si trovava sul piumone e si imbrattò quando l'assassino colpì Samuele. Stesso discorso per gli zoccoli bianchi: l'accusa ha ritenuto che si macchiarono di sangue al momento del delitto; la difesa – confortata anche dall'esito di una superperizia – ha sostenuto che Annamaria Franzoni li calzò al ritorno a casa dalla fermata dello scuolabus e solo successivamente si sporcarono di sangue.

3. LE LESIONI E L'ARMA DEL DELITTO

L'accusa, sulla base delle conclusioni del medico legale, ha sostenuto che il piccolo Samuele fu colpito almeno 17 volte con un oggetto, mai identificato, provvisto di manico, probabilmente un attrezzo per il giardinaggio. La difesa, facendo proprie le conclusioni degli esperti dell'Istituto europeo di Scienze forensi, ha proposto una conclusione diversa: i colpi inferti dall'assassino non furono 17, ma circa la metà, dal momento che fu usato un oggetto con la testa «tonda e vuota all'interno», in grado di ruotare intorno a un asse, che ogni volta provocava due ferite e non una.

4. LA POSIZIONE DELL'ASSASSINO

L'accusa, attingendo alle conclusioni del Ris e di un superperito, ha valutato che Franzoni avrebbe colpito il figlio mentre era inginocchiata sul letto, proprio su quell'area del piumone che non si macchiò di sangue. Del tutto diverse le conclusioni della difesa: quell'area del piumone non si macchiò perché proprio lì era poggiato il pigiama di Annamaria. Dunque, secondo la difesa, l'assassino di Samuele non colpì stando inginocchiato sul letto, ma stando in piedi sul lato sinistro guardando la testiera, e il pigiama della donna era sul piumone; con la conseguenza che Franzoni non poteva indossare il pigiama mentre colpiva.

LE CONCLUSIONI CONTRAPPOSTE DI ACCUSA E DIFESA

Per l'accusa Annamaria Franzoni uccise il figlio prima di uscire di casa. Indossava il pantalone del pigiama, e agì stando inginocchiata sul letto. Questa posizione impedì che una parte del piumone si imbrattasse del sangue di Samuele. Secondo la difesa, invece, Annamaria Franzoni non uccise il figlio, il quale fu colpito mortalmente da una persona che si introdusse nella villetta della famiglia Lorenzi mentre la mamma era uscita di casa per accompagnare l'altro figlio alla fermata dello scuolabus. L'assassino non calzava gli zoccoli di Franzoni né indossava il suo pigiama, che era sul letto e si macchiò di sangue ma preservò dagli schizzi una parte del piumone.

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