Mario Margiocco

La spinta socialista dei democratici favorirà Trump

La spinta socialista dei democratici favorirà Trump

31 Marzo 2019 12.00
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Allora, gli Stati Uniti saranno mai un Paese di “sinistra”? Per alcuni aspetti lo sono da sempre, nati da una rivoluzione. Per altri c’è da dubitare che possano davvero diventarlo. Su questo metro vanno misurati gli attuali entusiasmi per una rinascita “socialista” negli Usa.

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Oltre Atlantico il marxismo e il leninismo non hanno mai avuto grandi fortune, con i voti per il Socialist Party alle Presidenziali, dal 1976 al 2016, oscillanti tra lo 0,01% e anche meno (3-4 mila voti) e lo 0,08%. In altri tempi, inizio Novecento, si arrivò a un massimo di 900 mila voti per Eugene V. Debs, il padre di tutti i socialismi americano. Le spiegazioni più efficaci di questo “eccezionalismo” restano quelle ispirate in qualche modo dall’analisi del 1906 del sociologo tedesco Werner Sombart. «Troppe bistecche e torte di mele», diceva, gli Stati Uniti offrivano cioè molte opportunità e svuotavano così il sogno socialista. «I diseredati della Terra hanno avuto finora due modi per sfuggire alla propria miseria: o socialismo o America», spiegava nel 1930 Leon Samson, uno dei più attivi socialisti americani di quegli anni. L’americanismo batteva il socialismo.

Il socialismo in Usa non è stato ostacolato dal conservatorismo, ma dall’irrefrenabile ottimismo utopistico degli americani

Una scuola di pensiero americana ispirata a Sombart (John R. Commons e poi Selig Perlman e infine Richard Hofstadter) andò oltre per spiegare l’eccezione, sostenendo che il rifornismo di Woodrow Wilson prima e di Franklin D. Roosevelt poi avevano svuotato il socialismo. Infine, Michael Harrington scriveva nel 1970 che «il socialismo non è stato ostacolato in modo determinante dal conservatorismo, ma piuttosto dall’irrefrenabile ottimismo utopistico degli americani». Harrington era discepolo di Norman Thomas, l’ultimo leader carismatico del socialismo americano, eterno candidato presidenziale dal 1932 al 1948 con un massimo di 892 mila voti nel ’36 e un minimo di 79 mila nel ’44. Neppure l’ottimismo americano tuttavia è da alcuni anni quello di una volta.

L'ELETTORATO DEMOCRATICO SI STA SPOSTANDO SEMPRE PIÙ A SINISTRA

Sono alcuni anni che i migliori sondaggi registrano uno spostamento a sinistra – si direbbe in Europa – di parte consistente dell’elettorato democratico. Nel 2014 il Pew Reserach Center registrava un netto aumento della divaricazione tra il repubblicano e il democratico “medio”, misurata rispetto a 10 temi (dall’immigrazione alla spesa pubblica alla povertà, e altro) se confrontata con analoghe analisi fatte nel 2004 e nel 1994. E mentre prima erano stati anche i repubblicani a muoversi, verso destra, nel 2014 il cambiamento era da registrare più fra i democratici.

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Il tutto veniva confermato nel 2017 con The Partisan Divide on Political Values Grows Even Wider, che registrava «netti cambiamenti fra i democratici su aiuto ai poveri, razza e immigrazione» e altro. Per arrivare, sempre con il Pew Center, ai recenti dati del febbraio 2019 con repubblicani e democratici mai così divisi da molti decenni sulla scelta delle priorità nazionali: tutti su sicurezza e terrorismo, economia, immigrazione e debito pubblico i repubblicani, tutti su temi sociali come sanità, educazione e i suoi costi, povertà e ambiente i democratici.

Tra i dem c'è chi invoca politiche “socialiste” come la neodeputata Alexandria Ocasio-Cortez, a capo del Green New Deal, o rivoluzione ecologista

Fra i democratici a scena è affollata di candidati presidente 'di sinistra', sempre come diremmo noi in Europa, e da neofiti, donne in particolare, arrivati al Congresso nel novembre scorso e che invocano politiche “socialiste” come la neodeputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez, a capo del Green New Deal, o rivoluzione ecologista. Come Bernie Sanders che ora si ricandida dopo aver dato filo da torcere nelle Primarie del 2016 a Hillary Clinton, si dichiara socialista ed ha la tessera del Dsa, i socialisti democratici d’America, una costola delle scissioni socialiste degli Anni 70 arrivata dopo Donald Trump a circa 50 mila iscritti, la più grossa realtà 'rossa' americana da oltre un secolo.

GLI ELETTI TRA I DEM STANNO ROMPENDO I RAPPORTI CON WALL STREET

Ma c’è altro. Prendiamo il finanziamento delle spese elettorali e la spesa pubblica. Nel 2013-2014 Cory Booker, primo senatore afroamericano nella storia del New Jersey, riceveva più contributi da Wall Street di qualsiasi altro membro del Congresso; nel febbraio scorso dichiarava invece che non avrebbe più accettato l’aiuto finanziario dei comitati ad hoc creati dal potere economico per sostenere politici amici. Nel 2016 Hillary Clinton dichiarava che l’idea di una sanità pubblica universale «non sarebbe mai, e poi mai passata». Poco più di un anno dopo Joe Manchin della West Virginia, su vari temi alfiere della destra democratica al Senato, dichiarava trattarsi di un’idea «da esplorare».

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La spinta a sinistra viene da gruppi nati fuori dal Partito democratico ma che ormai sono entrati nella cittadella. Sanders, per la sua campagna nel 2016, usò molto la rete organizzativa di Occupy Wall Street. Gli attivisti di End Citizens United, schierati contro la sentenza della Corte Suprema che dal 2010 ha tolto i limiti ai contributi corporate alla politica, sono ugualmente assimilati. La conseguenza è che mentre nel 2016 di 41 deputati impegnati nelle competizioni più difficili solo tre non presero finanziamenti dal potere economico, nel 2018 li rifiutavano 45 su 73.

LE POLITICHE SOCIALISTE HANNO SEMPRE FABORITO I CONSERVATORI

La storia dei democratici ricorda che il partito si spostò a sinistra sempre su spinte esterne. Franklin D. Roosevelt era un moderato che arrivò nel 1933 alla Casa Bianca deciso a pareggiare il bilancio e difatti tagliò la spesa federale di 500 milioni. Ma dovette affrontare la crescita di un populismo, di destra peraltro ma attento al little man, con campioni come il prete cattolico radiofonico Charkles Coughlin o il governatore della Louisiana Huey P.Long e il suo movimento Share the Wealth, condividiamo la ricchezza, tutto patrimoniali tasse e distribuzione. Intanto aumentavano gli scioperi e la sindacalizzazione. «Per tenere il Paese insieme dobbiamo spostarci più a sinistra…», scriveva Roosevelt nel settembre 1934 al suo stretto collaboratore e confidente Harold L. Ickes .

Dal movimento dei diritti civili, venne la spinta che indirizzò a sinistra John F. Kennedy

Ugualmente dall’esterno, dal movimento dei diritti civili, venne la spinta che indirizzò a sinistra John F. Kennedy, un moderato con venature di destra nella storia politica sua e della famiglia, e poi il successore Lyndon B. Johnson, un vero New Dealer texano insieme progressista e conservatore. E ugualmente dall’esterno del Partito democratico, ovvero dal movimento pacifista, venne la spinta che tra il 1968 e il 1972 spostò decisamente ancora più a sinistra i dem, e per lungo tempo.

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Il ricordo di quest’ultima svolta però turba ancora i sonni dell’establishment democratico. Portò nel 1972 alla candidatura di John McGovern sconfitto il 7 novembre dal rieletto Richard Nixon con una delle peggiori batoste, in quanto a Stati conquistati, della storia presidenziale americana, 49 a 1 (Massachusetts), risultato eguagliato nel 1984 dal democratico Walter Mondale contro Ronald Reagan. «Te lo farò sapere quando arriverò a quel punto», rispondeva McGovern nel 1984 a un Mondale che gli chiedeva quanto tempo occorre per riprendersi da una legnata del genere.

QUEI 25 FUORI DALLA CASA BIANCA DELL'ASINELLO

E la legnata fu durissima per i democratici, che totalizzarono 25 anni fuori dalla Casa Bianca, se si esclude il quadriennio (86-90) di Jimmy Carter, estraneo o quasi al partito, una presidenza frutto dello scandalo Watergate. Torneranno nello studio ovale solo nel 1992, con un Bill Clinton che aveva preso in mano il partito e lo aveva ricollocato non solo al centro, con i suoi New Democrats, ma ne aveva fatto un vero interlocutore per il big business e per Wall Street. Cosa che farà anche Barack Obama, nonostante una campagna elettorale di sinistra, inevitabile per il primo candidato afroamericano e incarnazione quindi di tutti i sogni e i miti del progressismo americano.

Obama fu il candidato presidenziale che in assoluto ha preso più finanziamenti da Wall Street

Ma Obama fu il candidato presidenziale che in assoluto ha preso più finanziamenti da Wall Street, e che onorò l’impegno affidando una volta eletto a uomini fidati del potere finanziario le redini dell’economia. E dopo il crack del settembre 2008 e tutti i dissesti portati a milioni di famiglie. Anche per questo la parola d’ordine dei democratici oggi sembra essere quella di tenere le distanze dal big business e soprattutto dalla finanza.

Resta il fatto che c’è da battere Donald Trump nel novembre 2020 e che il presidente Usa ha vinto nel 2016 per appena 80 mila voti in tre Stati, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, considerati prima i blue-wall states, gli incrollabili Stati democratici che non avevano votato per un repubblicano da oltre 20 anni. Ora l'Asinello dovrà riprenderseli. Ma non sarà facile se ha ragione Ed Rendell, ex governatore dem della Pennsylvania ed ex sindaco di Philadelphia: «Più abbiamo candidati presidenziali e neoletti al Congresso che parlano del New Deal Verde, di “medicina per tutti” e di socialismo, e più il tutto finirà per fornire carburante a Trump».

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