Estratto di I Demoni di Salvini di Claudio Gatti

Estratto di I Demoni di Salvini di Claudio Gatti

L'autore ricostruisce l'infiltrazione dell'estrema destra nella Lega. Partito usato come veicolo nuovo per restaurare un vecchio pensiero reazionario. 

18 Maggio 2019 08.30

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Chiedersi se Matteo Salvini sia fascista non è solo un esercizio inutile, è un grave errore. Perché vuol dire cercare quello che non c’è. Il fascismo è finito con Mussolini. Quella che non si è mai spenta è la fiamma culturale e ideologica che lo ha alimentato. Grazie al racconto di una gola profonda e ad altre testimonianze esclusive, Claudio Gatti in I Demoni di Salvini (Chiarelettere, euro 16,90) rivela l’identità e la storia dei principali protagonisti di una macchinazione senza precedenti.

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A condurla è stato un manipolo di persone che, dopo aver metabolizzato fascismo e nazismo, con una strategia classificabile come postnazista ha saputo trarre vantaggio da debolezze e difetti della democrazia liberale per egemonizzare il dibattito culturale e prendere il controllo di quello politico. Quella raccontata è la più sorprendente operazione di infiltrazione politica della storia della Repubblica italiana. Un progetto di restaurazione del vecchio pensiero reazionario a vocazione autoritaria e plebiscitaria, dissimulato però come una formula nuova che supera i vecchi schemi politici attraverso un veicolo diverso da tutti gli altri: la Lega Nord. Matteo Salvini oggi, come Umberto Bossi ieri, non ha sposato il pensiero postnazista. Ha fatto di peggio: l’ha cinicamente usato per emergere e rimanere al centro dell’attenzione nazionale. Lettera43.it pubblica un estratto del libro tratto dal capitolo Nei cieli della Padania e dell’Ucraina.

Quella del 2014 è un’estate densa di avvenimenti su fronti diversi. Senza alcun apparente collegamento tra loro.

Langhe piemontesi, provincia di Cuneo

Il quarantottenne ingegnere elettronico Alberto Sciandra ha da anni abbandonato la politica attiva, senza però perdere l’interesse per la cosa pubblica. Nei risultati delle recenti elezioni europee ha registrato il successo del Pd di Matteo Renzi, ma anche la buona tenuta dell’altro Matteo: Salvini, da poco divenuto leader del soggetto politico a cui lui si è dedicato, possiamo dire, anima e corpo.

Sin dai giorni della preistoria leghista, quelli dell’allora Piemont autonomista, Alberto Sciandra si è infatti buttato a capofitto nel movimento che sarebbe successivamente confluito nella Lega Nord. Il suo fine era quello di plasmare il nascente Carroccio a immagine e somiglianza ideologica di quell’etnonazionalismo «guerriero» che aveva scoperto nei primi anni Ottanta al liceo e che nei successivi anni dell’università aveva passato a rielaborare assieme a Maurizio Murelli, il più incisivo dei discepoli di Franco Giorgio Freda, padre della destra eversiva italiana.

«Avevamo un progetto di contaminazione. O d’inseminazione» spiega oggi Alberto Sciandra. «L’idea era quella di dare forma a un corpo che si stava creando e che poteva essere vincente perché veniva dal popolo, ma era privo d’anima, quindi facilmente influenzabile e controllabile. Anche perché ritenevamo che, nel suo profondo, quel corpo avesse esigenze ideologicamente coerenti con il pensiero della destra radicale, la nostra area di appartenenza».

In base a un piano elaborato sotto la guida spirituale di Maurizio Murelli, al fianco di Mario Borghezio, Sciandra si è «infiltrato» nella Lega. L’obiettivo era di fare del Carroccio un soggetto politico che potesse riprendere la «fiaccola metapolitica» del Terzo Reich e della Repubblica di Salò. Proprio quella contro cui suo padre Ugo aveva combattuto, scegliendo di andare in montagna, dove era rimasto per un anno e mezzo, subendo anche una ferita in uno scontro a fuoco.

Colto, sveglio, intelligente e, come ogni buon ingegnere, «ben strutturato», Alberto Sciandra, figlio di un partigiano, non ha avuto difficoltà a far carriera nella Lega. Fino a diventare segretario provinciale, membro del Consiglio nazionale piemontese e organizzatore del primo giorno della più grande kermesse della storia leghista: quella iniziata il 13 settembre 1996 con la raccolta in un’ampolla delle «sacre acque del Po» e finita due giorni dopo con lo spettacolare giuramento di indipendenza della Padania fatto da Umberto Bossi a Venezia.

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Località italiana non conosciuta

In quei caldi mesi estivi del 2014 Maurizio Murelli sta completando la sua prima opera di narrativa, un testo «semiautobiografico» intitolato Indian Summer ’70: c’era una volta San Babila. Ma è solo una digressione temporanea. La sua passione è – e rimarrà – la saggistica. La migliore ricostruzione della sua attività editoriale la offre lui stesso in un’intervista data poche settimane prima a Radio Bandiera Nera, l’emittente di CasaPound, il partito dei sedicenti «fascisti del terzo millennio». La conduttrice della trasmissione presenta la casa editrice di Murelli, Orion Libri, dicendo che «è punto di riferimento delle forze antagoniste dell’alta finanza internazionale, [… avendo] orientato con la propria rivista e i propri libri tutti coloro che si sono ribellati al dominio culturale, politico ed economico dei vincitori della Seconda guerra mondiale e dei loro lacchè nostrani».

Dopodiché chiede a Murelli di spiegare il nazionalcomunismo, un progetto politico da lui diffuso e sostenuto. Murelli non si tira indietro: «È stato un tentativo di bypassare la questione fascismo/antifascismo, andando all’origine di formulazioni nate tra persone che avevano partecipato all’attività dei primi anni Settanta e che si ritrovavano, dopo il carcere e dopo varie esperienze». In pratica, dice, è un tentativo di rilanciare il fascismo rivoluzionario, quello «diciannovista» che ha preceduto il fascismo di regime, quindi non ancora «corrotto» dalle due grandi forze con cui Mussolini è dovuto scendere a patti: la Chiesa e la Corona. Murelli parla anche dell’avventura dannunziana di Fiume usando il termine «fiumanesimo», che presenta come uno di quei «giacimenti sotterranei» alla base dell’ideologia e dello spirito del fascismo della prima ora, quello che piace a lui e vuole far rivivere. Quando la conduttrice gli chiede di illustrare i progetti editoriali su cui sta lavorando per il resto del 2014, Murelli dice: «Il più topico è la riproposizione dell’intera collezione di Gerarchia, la rivista voluta da Mussolini, uscita per oltre vent’anni. Ho recuperato quasi tutti i numeri».

Con l’audience amica di Radio Bandiera Nera, Murelli non esita a scoprirsi, spiegando che il «fiumanesimo» rimane a suo giudizio uno dei perni ideologici attorno ai quali far ripartire un’azione di lotta politica. Lo presenta infatti come antesignano del movimento antimondialista, per via della sua lotta allo «strapotere e all’arroganza della Società delle nazioni», l’organo intergovernativo precursore dell’Onu. «Lì c’è tutto quanto può essere ancora oggi di attualità. È quel fascismo solare, allegro, squadristico nel senso vitale del termine» spiega con enfasi. «Credo che lì i giovani possano trovare quella dimensione che può dare piena soddisfazione e suggerimento per una nuova elaborazione». Quando la conduttrice lo spinge a parlare del suo ruolo nella lotta politica, inizialmente la prende alla larga: «Noi usiamo impropriamente il termine “fare politica”. Ci sono persone che sono impegnate per il mutamento, mentre fare politica significa avere la capacità – o la possibilità – di amministrare lo Stato, o la polis. In realtà noi siamo militanti impegnati per il mutamento».

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Nel clima gioviale e rilassato di quell’intervista, Murelli non resiste alla tentazione di essere più specifico: «Credo sia opportuno che quelli della mia età si mettano nelle retrovie e si occupino della logistica, mandando avanti i giovani. Noi mettiamo a disposizione il munizionamento. Fabbrichiamo munizioni. Che poi le usino come meglio credono». Di «munizioni» Murelli è senza dubbio un esperto. Nell’intervista radiofonica si riferisce a quelle di natura intellettuale, ma nella sua vita di «guerriero» ha maneggiato anche munizioni di genere militare. Mi riferisco al suo ruolo nel cosiddetto «giovedì nero di Milano», giorno in cui una bomba a mano uccise l’agente di polizia Antonio Marino. Non è, ovviamente, un tema di cui ama parlare. Ma se si vuole conoscere Murelli non lo si può ignorare.

È il 12 aprile 1973 e il teatro è quello di Milano. Da ore nella zona tra Porta Monforte e Porta Venezia centinaia di giovani neofascisti si scontrano con reparti della Celere. Bulloni, sassi, biglie d’acciaio e bottiglie molotov contro lacrimogeni e manganelli. In via Bellotti infuria la guerriglia urbana. I suoni degli spari dei candelotti lanciati dalla polizia, il fumo irritante che acceca e prende alla gola, le urla dei dimostranti. Poi, un boato. Due poliziotti vengono travolti e gettati a terra. Uno si rialza. L’altro, Antonio Marino, no. Viene immediatamente circondato dai colleghi del Terzo Reparto Celere. Non si muove. Ha il petto squarciato e nel giro di pochi secondi si forma una pozza di sangue. Si capisce subito che non c’è niente da fare per quel giovane ventiduenne originario di Caserta. A ucciderlo è una bomba a mano di tipo Srcm lanciata da Vittorio Loi, giovane neofascista figlio del pugile Duilio Loi. Gliel’ha data Murelli, che ne ha altre due. Una l’ha lanciata lui stesso poco prima in piazza del Tricolore. «Per creare panico» scriverà il giudice.

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Della sua responsabilità in quell’omicidio Murelli non si è mai dichiarato pentito: «Io non credo di aver fatto nulla di sbagliato. Nel fatto specifico, è chiaro che sono dispiaciuto di essere stato coinvolto nella morte di un giovane. Questo va da sé. Ma è stata una situazione in cui non è dipeso tutto da me» mi dice quando ci parliamo telefonicamente. Gli faccio notare che ha fornito lui la bomba a mano che ha ucciso Marino. E che in quarant’anni ha avuto tutto il tempo per riconoscere perlomeno di aver fatto «un errore». Ma lui non ha detto neppure questo. Mi risponde che la responsabilità va attribuita piuttosto alla Prefettura milanese la quale, dopo aver inizialmente concesso l’autorizzazione per un comizio del Msi, nel giorno stesso in cui si sarebbe dovuto svolgere quel comizio, aveva ritirato il permesso: «Non si può parlare di errore. È una contingenza specifica da cui viene fuori un fatto luttuoso. C’è una repressione, c’è una reazione e ci scappa il morto. Punto. Io ero dalla parte del giusto da quel punto di vista. In un’intervista trasmessa dalla televisione, dico che sono dispiaciuto di questa cosa. Ma il vero responsabile di quella morte non sono io. A parte il fatto che non l’ho ucciso io materialmente… Tenga presente che lei parla di bomba, ma non erano bombe. Erano Srcm, che sono poco più di petardi. L’Srcm è una bomba d’assalto che non produce schegge. La sfortuna è stata che lo ha colpito sul petto. […] Ma era considerata un petardo, che ha avuto purtroppo un effetto che non doveva avere. […] Se si parte dicendo che era una bomba, chiaramente la cosa diventa pesante. Ma non è così. Furono degli scontri di piazza, nei quali furono usati dei petardi. E un petardo ha avuto un effetto letale».

Non è vero. Quelle che Murelli chiama «petardi» sono infatti classi cate come «bombe da addestramento». E, in un post nel blog fascinazione.info del 19 ottobre 2010, lui stesso lo ha riconosciuto, scrivendo che l’agente Marino è stato «ucciso da una Srcm, ovverosia una bomba da esercitazione». In carcere Murelli ha scoperto la «via del sacerdote». Questo lo ha portato prima ad aprire una piccola casa editrice a Saluzzo, in provincia di Cuneo, la Società Editrice Barbarossa, e poi a lanciare Orion, una rivista «di idee e di azione». Le sue idee. Le azioni degli altri.

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