L’appello degli intellettuali francesi per Depardieu e le altre petizioni discutibili della gauche

Marco Fraquelli
27/12/2023

La lettera pubblicata su Le Figaro da 50 personalità del mondo della cultura contro il linciaggio subito dall'attore accusato di violenze sessuali si inserisce in una tradizione tutta d'Oltralpe. Dallo storico J'accuse! di Émile Zola in difesa di Dreyfus alle battaglie meno edificanti degli Anni 70 e 80 a sostegno di pedofili. Le storie.

L’appello degli intellettuali francesi per Depardieu e le altre petizioni discutibili della gauche

«Siamo artisti, scrittori e produttori cinematografici. È in questa veste che ci esprimiamo. Non vogliamo entrare in polemica, e lasciamo che la Giustizia faccia il suo lavoro. Gérard Depardieu è probabilmente il più grande degli attori. L’ultimo mostro sacro del cinema. Non possiamo più restare in silenzio di fronte al linciaggio che si abbatte su di lui, di fronte al torrente di odio che si riversa sulla sua persona, senza sfumature, e a dispetto di una presunzione di innocenza di cui avrebbe beneficiato come tutti se non fosse il gigante del cinema che è». È il passaggio chiave di una lettera aperta, dal titolo emblematico Non cancellate Gérard Depardieu, inviata a Le Figaro da una cinquantina di esponenti del mondo della cultura francese, e non solo (figurano attrici come Charlotte Rampling e Carole Bouquet, il cantante Jacques Dutronc, lo scrittore Boualem Sansal, ma anche l’archistar Rudy Ricciotti, l’ex première dame Carla Bruni, e altri), pubblicata il 26 dicembre. La lettera è un vero e proprio appello contro il “linciaggio” subito, a detta dei firmatari, dall’attore francese, in seguito alle denunce nei suoi confronti per presunte violenze sessuali e sessiste. Linciaggio culminato con la diffusione di un documentario della trasmissione Complément d’enquête intitolato La chute de l’ogre, la caduta dell’orco. Dopo la cui messa in onda, il 13 dicembre scorso, l’attrice Emmanuelle Debever, una delle accusatrici, si è tolta la vita.

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L’appello su Le Figaro contro il linciaggio mediatico di Gérard Depardieu.

Appelli e lettere aperte: una tradizione molto francese

La lettera pubblicata da Le Figaro rimanda a una consuetudine molto, per non dire “tutta”, francese: da oltre un secolo, infatti, il mondo della cultura d’Oltralpe utilizza l’appello a mezzo stampa per perorare la causa di questo o quel personaggio. Il primo e più emblematico caso risale al 13 gennaio 1898, quando il giornale socialista L’Aurore pubblicò il celeberrimo editoriale J’Accuse…! (Io accuso…!) dello scrittore Émile Zola, che, in forma di lettera aperta all’allora presidente Félix Faure, denunciava pubblicamente i persecutori di Alfred Dreyfus, capitano – ebreo – dello Stato Maggiore, ingiustamente accusato di alto tradimento. Zola si scagliava contro le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo che, secondo molti storici, ha rappresentato la più eclatante prova di un moderno antisemitismo radicato nella cultura e politica francesi, persino antecedente a quello della Germania nazista.

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Il celebre J’Accuse! di Émile Zola (Getty Images).

Petizioni meno nobili: il “Caso Versailles”

Non sempre gli appelli della intellighenzia francese hanno tuttavia avuto per oggetto cause così nobili. Basti ricordare, su tutti, almeno due episodi, a cominciare dal cosiddetto “Caso Versailles” del 1977. Il 26 gennaio di quell’anno, Le Monde pubblicò una petizione (subito rilanciata da Libération) in favore di tre uomini comparsi davanti alla Corte d’assise di Versailles con l’accusa di attentato al pudore senza violenza su minori di 15 anni e per aver fotografato i loro partner. I tre anni di detenzione preventiva comminata ai pedofili avevano suscitano molte discussioni. Di qui il lancio della petizione firmata da diverse e importanti personalità pubbliche di differenti schieramenti politici, ma prevalentemente di sinistra, tra cui Louis Aragon, Roland Barthes, Simone de Beauvoir, Gilles Deleuze, André Glucksmann, Guy Hocquenghem, Bernard Kouchner, Jack Lang, Ren, Jean-Paul Sartre e altre ancora, con la quale si criticava la condanna considerata eccessiva visto che i ragazzini non avevano subito alcuna violenza e risultavano consenzienti. Tra i firmatari figurava pure Gabriel Matzneff, celebre scrittore e conclamato pedofilo, che solo nel 2013 confessò di essere stato il promotore (e l’autore) della petizione, sottolineando come, all’epoca, avesse ricevuto pochissimi rifiuti alla richiesta di firme, per esempio quelli di Marguerite Duras e Michel Foucault.

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Lo scrittore francese Gabriel Matzneff (Getty Images).

La battaglia per la revisione del codice penale sulle relazioni tra minorenni e adulti

Lo stesso anno, sempre su Le Monde, apparve un’altra petizione, questa volta dedicata alla revisione del codice penale sulle relazioni tra minorenni e adulti, che raccolse ancora più consensi della prima, e vedeva tra i firmatari, oltre agli stessi della prima petizione, altre personalità di spicco – e di sinistra – come Louis Althusser e Jacques Derrida. In molti si chiesero perché tutti quegli intellettuali di gauche avessero difeso con tanto ardore posizioni che oggi sembrano davvero scioccanti. E forse la risposta più convincente l’ha data qualche anno fa Vanessa Springora, editrice e scrittrice francese, sostenendo che, negli Anni 70, gli intellettuali di sinistra, obnubilati dalla liberazione dei costumi e dalla rivoluzione sessuale, volevano difendere «il libero godimento di tutti i corpi». «Impedire la sessualità giovanile era sinonimo di oppressione sociale», spiegava Springora, «e limitare la sessualità tra individui della stessa classe di età equivaleva a una forma di segregazione. Lottare contro la reclusione dei desideri, contro ogni forma di repressione, queste erano le parole d’ordine di quegli Anni 70…». Vanessa Springora ha affidato queste riflessioni al suo Il consenso, pubblicato nel 2020, libro nel quale la scrittrice racconta in modo dettagliato la relazione da lei avuta, quando aveva 14 anni (era il 1986) proprio con Gabriel Matzneff, allora 50enne. Libro che, come immaginabile, suscitò un enorme scalpore, abbattendo, finalmente, un muro di tolleranza, e se non connivenza, con il celebre e osannato scrittore (difeso pervicacemente anche allora da Giuliano Ferrara e Giampiero Mughini).

Duhamel e le accuse di abusi sul figliastro 14enne

A una trasmissione televisiva, e non a un appello via giornali, fu affidata invece la difesa di un altro protagonista di una scabrosa vicenda a sfondo sessuale, Olivier Duhamel, celebre politologo e costituzionalista, accusato dalla figliastra Camille Kouchner, figlia dell’ex ministro socialista degli Esteri e medico umanitario (è il fondatore di Medici Senza Frontiere) Bernard Kouchner e della scrittrice Évelyne Pisier, di aver ripetutamente abusato, negli Anni 80, di suo fratello gemello Julien, e quindi a sua volta figliastro di Duhamel. Camille Kouchner ha denunciato tutto questo in un libro pubblicato nel 2021, La Familia grande. E a pochi giorni dalla pubblicazione, nella sua trasmissione televisiva 24H Pujadas, in onda su LC1, Alain Finkielkraut, filosofo, giornalista e commentatore politico, personalità di rilievo dell’Intellighenzia di sinistra, difese in qualche modo Duhamel. Pur prendendo le distanze dal politologo, definendo il suo comportamento come grave e senza scusanti, aggiunse però di sentirsi in dovere di condannare il linciaggio mediatico a cui l’intellettuale era in quel momento sottoposto, sottolineando, peraltro, che Julien Kouchner, all’epoca dei fatti, aveva 14 anni, quindi era adolescente e non più un bambino. Per la cronaca, l’emittente sospese immediatamente la trasmissione di Finkielkraut e la Procura di Parigi decise di aprire a carico del politologo un’indagine per stupri e aggressioni sessuali, conclusasi nell’aprile 2021 con l’ammissione di colpevolezza (per gli abusi, ma non per lo stupro) da parte di Duhamel che comunque non fu condannato. La vicenda, infine, si rivelò particolarmente dolorosa per il padre naturale di Julien, Bernard Kouchner che, proprio nel 1977, figurava tra i firmatari dell’appello in difesa dei pedofili del “Caso Versailles”.

L'appello degli intellettuali francesi per Depardieu e le altre petizioni discutibili della gauche
Olivier Duhamel nel 1981 (Getty Images).