Deputati? No, surfisti

Antonietta Demurtas
13/12/2010

Per Verzichelli ormai i politici vogliono solo rimanere a galla.

Deputati? No, surfisti

Alla vigilia del voto di fiducia al governo, il 13 dicembre, alla Camera e al Senato deputati e senatori hanno ascoltato il discorso del premier e le dichiarazioni di voto sono diventate l’occasione per esprimere i problemi di una classe politica allo stremo.
Sono i professionisti della politica, quelli che Luca Verzichelli, preside della facoltà di Scienze politiche dell’università di Siena e direttore della Rivista italiana di scienze politiche (Risp) ha descritto nel suo ultimo libro Vivere di politica. Come (non) cambiano le carriere politiche in Italia, pubblicato dal Mulino.
In realtà, guardando gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama, a non cambiare sono proprio i politici perché «al di là dell’uragano che sta per scoppiare, il problema è antico», ha spiegato il professore, «chiamatelo trasformismo, qualunquismo o come volete, ma il nocciolo della questione è che manca ancora una volta la responsabilità nei confronti della cosa pubblica. I riformatori non riescono a cambiare perché per farlo dovrebbero tagliare prima di tutto se stessi. Non c’è una visione unitaria del bene comune, ci sono troppi interessi individuali. È un problema strutturale delle democrazie del nostro secolo che si sta incancrenendo».
E la situazione è così peggiorata da far rimpiangere i vecchi tempi: «Almeno nella prima Repubblica c’era un ceto politico, che aveva alle spalle una storia comune forte: cattolici e laici, comunisti e democristiani si erano uniti per scrivere la Costituzione e c’erano le ideologie che sopperivano ad alcune mancanze. Oggi niente di tutto ciò».

Da De Mita a Calearo, fenomenologia del politico

D. Lei divide i nostri governanti in «surfer», «comprimari», «irriducibili». È una nuova antropologia politica?
R.
Irriducibili come Clemente Mastella e Ciriaco De Mita che si sono rimessi in gioco dopo decenni di politica. Non erano d’accordo con i loro partiti ma grazie a un consenso localistico, seppur limitato, hanno portato consensi e grazie a questi si sono fatti eleggere nel Parlamento europeo. O surfisti che pur di galleggiare sono passati dal Popolo della libertà a Futuro e libertà. Massimo Calearo, per esempio, è stato selezionato con l’idea veltroniana di portare qualcuno della società civile in Parlamento ma senza capire che era capace di fare un surfing evidente dal Partito democratico all’Alleanza per l’Italia, sino a strizzare l’occhio a Berlusconi. O come i battitori liberi, stile Paolo Guzzanti per il quale i suoi ex compagni non si dovrebbero stupire se passa sa una parte all’altra. Semplicemente, per costruire una democrazia più stabile, ci dovrebbero essere meno battitori liberi, meno surfisti, meno irriducibili e più regole. Insomma, un vero gruppo dirigente.
Domanda. Il problema è che la caduta di peso della politica e lo scollamento tra la gente e i partiti permette il consolidamento di una leadership debole?
Risposta.
Prima i partiti di massa riuscivano a disciplinare la classe politica e a plasmarla, esistevano le scuole di partito, che oggi alcune fondazioni cercano di scimmiottare, ma ancora non c’è una capacità di formazione politica. Ci sono troppi ex portaborse che fanno carriera solo perché sono stati una vita vicino al politico di turno. Serve più selezione e preparazione.
D. Ma se il ventesimo secolo è l’età delle carriere politiche professionali, intese secondo la teoria weberiana del vivere di politica, qual è l’anomalia?
R. Il lungo processo di estensione sia del numero dei politica che dei loro benefit. Abbiamo 945 parlamentari eletti in un Paese di 60 milioni di abitanti, 1.100 consiglieri regionali, 8 mila sindaci e oltre 25 mila rappresentanti. È un problema strutturale di autoreferenzialità del politico. In Italia il merito non è metro di valutazione, le carriere politiche durano 30 anni e, alla fine di questo percorso, non nascono leader ma solo surfisti che saltano da una zattera all’altra senza rendere conto del proprio lavoro. Sono solo burocrati, personaggi grigi.
D. Ma il governo cadrà oppure no?
R. Tutti quei 945 parlamentari in attesa del voto sono preoccupati per il loro futuro. Ognuno vuole rimanere sulla cresta dell’onda, essere appagato e pagato. Da un lato questo è giusto perché ognuno agisce per soddisfare le proprie voglie (è la cosiddetta debolezza funzionale alla stessa passione politica), ma dall’altro la difesa del seggio a tutti i costi diventa una stortura. Quando non c’è responsabilità verso il proprio partito, gli elettori e il territorio, si perde la missione politica.
D. In quanti, nel nostro Parlamento, l’hanno persa di vista?
R. Negli ultimi 15 anni c’è stato un vergognoso cambio di casacca, non si discute la scelta di un gruppo di uscire dal Pdl per formare l’Api o Fli, ma il fatto che siano passaggi individuali, fatti al buio, senza alcun criterio di trasparenza e dietro i quali spesso si cela un tornaconto economico. È questo comportamento che trasforma il nostro Paese nella Repubblica delle banane. Se c’è il corruttore c’è anche il corrotto. Se alcune regole a costo zero potrebbero evitare il malaffare politico, dovremmo anche rafforzare le capacità di immunizzazione dei politici. Ed è qui che entrano in ballo i partiti, che devono riscrivere i loro statuti interni e valorizzare i loro codici etici, che sono sì online, ma non in Parlamento, dove ci si vende ancora per un piatto di lenticchie.
D. Al Senato il premier ha chiesto a chi è stato eletto nel Pdl di non tradire il mandato degli elettori. Cosa ne pensa?
R.
Il richiamo agli eletti che avevano stretto un patto di maggioranza può essere giusto, ma il fatto è che un partito, il Fli, si è ormai staccato e ora bisogna vedere chi dei due è più fedele agli elettori e al programma sottoscritto con loro. In fondo, è stato eletto il Parlamento non il presidente.
D. Berlusconi potrebbe perdere?
R. Non credo che il premier abbia i numeri in tasca, visto il passaggio adulatorio fatto ai liberali e in particolare a Guzzanti, ma se li otterrà avrà comunque un numero scandalosamente piccolo per governare, quindi sarà comunque necessaria una nuova legge elettorale e il voto anticipato. E forse anche le quote rosa e verdi, su cui non sono favorevole, ma che penso siano inevitabili per rompere un circolo vizioso e far entrare a pieno diritto le donne e i giovani, i veri esordienti della politica. Basta galleggiare.