Gabriele Lippi

Piero Castiglioni spiega l'evoluzione del design italiano

Piero Castiglioni spiega l’evoluzione del design italiano

10 Aprile 2019 08.54
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Da martedì 9 a domenica 14 aprile Milano torna a riempirsi per uno dei suoi eventi più attesi. Il Salone del Mobile compie 58 anni con un'edizione dedicata a Leonardo da Vinci (di cui ricorre il cinqucentenario della morte) ma non mostra segni di invecchiamento. Il polo fieristico di Rho mette a disposizione degli espositori 205 mila quadrati e si appresta a ricevere un pubblico decisamente nutrito (l'anno scorso fu record, con più di 435 mila visitatori). L'Italia continua a essere un punto di riferimento nel design, e il merito è di chi ha fatto la storia del settore, come la famiglia Castiglioni. Anche se, racconta Piero Castiglioni a Lettera43.it, «il grande motore non sono mai stati i designer o gli architetti, ma gli industriali che nel Dopoguerra hanno messo a rischio una parte della loro produzione per inventare oggetti senza appiattirsi sul mercato. Il coraggio di questi signori è il motore di tutto».

DOMANDA. Architetto, qual è lo stato di salute del design italiano?
RISPOSTA. L'Italia in questo settore è sempre una delle nazioni più sviluppate perché la storia del design nasce di fatto qui nell'immediato Dopoguerra.

Certo, però col tempo le cose possono cambiare.
Sì. Quello che bisogna osservare è l'obsolescenza di certi prodotti. Il design va scomparendo in alcuni settori, quelli ad alta tecnologia.

Per esempio?
È già successo con le radio, che un tempo erano oggetti così importanti da avere una mostra triennale interamente dedicata e ora, con l'avvento del chip, di fatto non esistono più. Le radio di oggi sono gli stessi apparecchi con cui facciamo le telefonate.

E ora a chi tocca?
Scompariranno le lampade, che già coi led sono diventati oggetti piatti. Parlo di quelle tecniche, perché quelle da arredo rimarranno come sculture. Anche il telefonino non ha più design, è un pannellino, un piccolo televisore.

Insomma, cosa sopravviverà?
Continueranno a esistere gli oggetti a bassa tecnologia come tavoli e sedie. Lì cambieranno materiali, sistemi d'assemblaggio, ma resteranno oggetti tridimensionali.

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In questo contesto quali sono i Paesi più all'avanguardia?
I soliti. In Europa la Spagna, soprattutto la Catalogna, poi l'Inghilterra e quindi la Germania. Un po' i Paesi nordici, ma lì è un contesto più sporadico.

E nel resto del mondo?
Gli Stati Uniti d'America. L'Asia fa più fatica, per esempio in India non esiste un movimento di design. Anche se…

Anche se?
L'avvento della Cina fa bene al design.

In che senso?
È un Paese che ormai conta numerosi milionari, una volta si accontentavano della copia, ora vogliono un oggetto originale. È un grande mercato per noi italiani.

Molti temono la Cina.
A me non ha mai spaventato, figurarsi ora.

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Lei è erede di una famiglia di architetti e designer. Che peso ha avuto l'ambiente familiare nella sua formazione?
Nelle famiglie si mangia un po' pane e cultura di un certo tipo. Il figlio di un medico sente parlare di medicina fin da quando è piccolo e quindi ha già una sorta di allenamento mentale sul tema, lo stesso capita con i figli di architetti, probabilmente.

Suo nonno era scultore.
Sì, ma all'inizio del '900 gli scultori erano anche un po' architetti, mio nonno ha fatto un sacco di cimiteri di guerra, di cappelle funerarie che sono edifici veri e propri.

Quali sono le nuove leve più interessanti, a suo avviso?
Io non citerei nessuno perché non voglio fare favoritismi o torti, ma ci sono tanti giovani che lavorano bene.

Il design va scomparendo nei settori ad alta tecnologia. È accaduto con le radio, che un tempo erano oggetti così importanti da avere una mostra triennale interamente dedicata

Come si è evoluto il modo di fare business nel vostro settore?
Non contano tanto le dimensioni dell'azienda, l'importante è sempre il titolare, chi comanda. In Guzzini c'è Domenico Guzzini, Artemide ha Ernesto Gismondi. Finché ci sono questi personaggi l'azienda ha una sua immagine, una sua forza, quando passano di mano diminuisce un po'.

Sempre?
Non necessariamente. C'è chi è bravo e riesce a farle vivere anche meglio, come il caso di Gandini con la Flos, presa in mano da Gavina e migliorata a livello di immagine, produzione e parte commerciale.

Voi invece siete un punto di riferimento del lighting design.
Il lighting designer ha una grande difficoltà in più rispetto al designer della luce teatrale o cinematografica.

Qual è?
Loro lavorano su due dimensioni, noi su tre, dobbiamo stare attenti alle ombre, all'abbagliamento, alla riflessione.

Che cosa è per lei la luce?
La luce è una cosa molto particolare che permette di cambiare la forma agli oggetti a seconda di come la si posiziona. Una luce che arriva dal basso verso l'alto snatura un oggetto rispetto a una luce che va in direzione opposta.

Il lighting designer ha una grande difficoltà in più rispetto al designer della luce teatrale o cinematografica. Lavoriamo su tre dimensioni, dobbiamo stare attenti alle ombre, all'abbagliamento, alla riflessione

Il Salone del Mobile ha quasi 60 anni. È ancora giovane e al passo coi tempi?
Per il successo che ha credo di sì. Un pubblico così vasto a Milano, per un evento, non lo vedo spesso, nemmeno per la moda la città si riempie come per il Salone e il FuoriSalone che fa parte a tutti gli effetti dell'evento.

Qual è il segreto del successo della Design Week?
Intanto l'aspetto sociale dell'incontro, i vecchi amici che si ritrovano, studenti che si sono conosciuti con l'Erasmus e hanno l'occasione per un nuovo contatto. Anche io incontro colleghi che non vedo quasi mai in occasione del Salone.

E il segreto del successo del design?
Credo che il grande motore non siano mai stati i designer o gli architetti, ma gli industriali, che anche dopo la guerra mettevano a rischio una parte della loro produzione per inventare oggetti che non esistevano senza appiattirsi sul mercato. Il coraggio di questi signori è il motore di tutto.

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