Tutte le prove fallite di dialogo tra Pd e M5s

Dagli streaming con Bersani, Letta e Renzi fino all'avvicinamento sull'Italicum e gli incontri prima della formazione del governo pentaleghista. Le occasioni in cui i due "nemici", che ora non escludono un accordo, si sono annusati.

13 Agosto 2019 07.00
Like me!

«Tutte le volte che faccio una intervista contro Salvini e Di Maio parte qualcuno dal Pd che mi attacca. E mentre difendevo la comunità di donne e uomini del Pd dalle schifose strumentalizzazioni di Di Maio sulla vicenda dei poveri bambini di Bibbiano, altri aprivano ai grillini». Lo scriveva su Facebook l’ex premier Matteo Renzi, il 22 luglio scorso, ribadendo le ragioni della propria linea del marzo 2018, quella dei “pop corn”, dell’opposizione a oltranza ai 5 stelle, che pure aveva fatto arrabbiare parecchio l’allora reggente alla segreteria, Maurizio Martina («Altro che “stare a guardare con i pop corn in mano”. Non scherziamo»).

LA GIRAVOLTA AGOSTANA DI RENZI E LOMBARDI

A neppure 20 giorni di distanza, però, quello che la politica proietta in pieno agosto sembra un altro film, perché è lo stesso Renzi a chiedere «un governo NoTax che eviti l’aumento dell’Iva e che metta in sicurezza i conti pubblici italiani», da costruire anche con «chi in questi anni mi ha insultato, offeso, diffamato». Tra l’altro provocando l’ennesimo terremoto in casa Pd con il segretario Nicola Zingaretti contro ogni tipo di apertura ai pentastellati. Nelle stesse ore la capogruppo M5s in Regione Lazio Roberta Lombardi in una intervista a Repubblica ha aperto a un «governo del Presidente. Anche con il Pd».

LEGGI ANCHE: Zingaretti contro Renzi chiede unità al Pd

Beppe Grillo, garante del M5s.

QUANDO GRILLO VOLEVA LA TESSERA DEL PD

Non è la prima volta che Pd e M5s si annusano da lontano. Però è sempre finita in cagnara. Insulti, sberleffi e ingiurie hanno puntualmente prevalso sulla possibilità di costruire un ponte tra i due soggetti politici che facesse leva sui punti in comune, che pure esistono. Del resto, lo stesso Beppe Grillo, prima di fondare i 5 stelle, in una estate di ormai 10 anni fa, provò a tesserarsi nel Partito democratico per correre alle primarie. Gli venne sbattuta la porta in faccia e non gli restò altro che seguire l’invito di Piero Fassino («Fondi un partito, si presenti alle elezioni. Vediamo quanti voti prende»).

La diretta streaming dell’incontro tra Bersani e la delegazione del M5s, il 27 marzo 2013.

LA PRIMA DIRETTA STREAMING E IL NO A BERSANI

Da allora il Movimento 5 stelle ha sempre tenuto una rotta fieramente distante da quella tracciata dal Pd. Anzi, prima del sodalizio con la Lega, era una rotta “equidistante” da tutte le forze politiche (per usare le parole di Grillo, «Pdl e Pdmenoelle», insomma, la stessa roba). Anche se non sono mancate le volte in cui i loro cammini si sono incrociati. La prima, probabilmente anche la più drammatica, risale al marzo 2013 e alla famosa diretta streaming tra l’allora segretario dem Pier Luigi Bersani (che aveva «non vinto» le elezioni) e la delegazione del M5s composta dai “cittadini” (così si chiamavano tra loro) Vito Crimi e Roberta Lombardi. Proprio quella Lombardi che, oltre alla gaffe sulle parti sociali («Noi non incontriamo le parti sociali, perché noi siamo le parti sociali»), respinse con sdegno ogni apertura di Bersani («Ascoltandola mi è sembrato di essere di fronte a una puntata di Ballarò, dato che sono ormai 20 anni che sentiamo sempre le stesse cose») mentre solo pochi giorni fa a Repubblica ha auspicato una «assunzione di responsabilità da parte di tutti». Archiviando in fretta il suo “no” di sei anni fa: «Eravamo molto più schizzinosi».

L’incontro del presidente incaricato Letta con la delegazione del M5s, il 27 aprile 2013.

LETTA? «CAPITAN FINDUS, STOCCAFISSO DEL PDMENOELLE»

Uno streaming di un’era politica fa, insomma, quasi “in bianco e nero”. Eppure, a quella diretta ne seguirono altre. Silurato Bersani, fu il turno di Enrico Letta. «Fate un passo. Se anche non votate la fiducia, fatelo dopo», arrivò a chiedere l’ex premier. «Le dinamiche che hanno portato alla situazione di oggi in cui ci troviamo con lei dall’altra parte del tavolo dopo Bersani, non sono il frutto di incomunicabilità da parte nostra, ma del congelamento cui è stato sottoposto il parlamento in questi 50 giorni», rispose Crimi. «Scongelatevi. Vogliamo dialogare anche con voi», provò a insistere ancora Letta. Ma il blog di Grillo dettò la linea: «Con questi non ci mescoleremo mai», imponendo ai suoi di stare lontani da quell’Enrico Letta «Capitan Findus, lo stoccafisso del pdmenoelle».

Matteo Renzi, senatore dem.

L’INCONTRO-SCONTRO TRA GRILLO E RENZI

Febbraio 2014, terzo streaming. Il Pd aveva mutato ancora leader ma, questa volta, anche atteggiamento. Al posto che fu prima di Bersani, poi di Letta sedeva Renzi, che non aveva alcuna intenzione di stringere alleanze con i pentastellati. Anzi, si prestò a quello streaming animato dal solo il desiderio di revanscismo: fare capire che il cambio di passo tra le file dei dem era avvenuto, che le guance da porgere in diretta social erano finite. E i 5 stelle lo avevano capito. Tant’è che all’incontro si presentò Grillo in persona (tra i suoi accompagnatori anche un silenziosissimo Luigi Di Maio), l’unico in grado di replicare agli sfottò dell’interlocutore fiorentino. Che pure furono tanti ed efficaci: «Esci da questo blog, Beppe, questo è un luogo dove c’è il dolore vero delle persone», drammatizzò Renzi. «Tu non sei credibile, non crederemo a nulla di ciò che dirai», la risposta di Grillo.

LEGGI ANCHE: M5s, per Nicola Biondo «la leadership di Di Maio è frutto di vecchia politica»

salvini di maio crisi di governo
Luigi Di Maio e, alle sue spalle, una foto di Matteo Salvini.

L’AVVICINAMENTO SALTATO SULL’ITALICUM

Seguì un ultimo paio di incontri, nel luglio 2014, per provare a modificare assieme l’Italicum post riforma costituzionale (erano i tempi in cui il Senato sarebbe dovuto diventare non elettivo). Renzi aveva il vento in poppa portato dalla vittoria alle Europee (Pd al 40,8%, M5s al 16,8) ed era accompagnato da Debora Serracchiani, Lorenzo Guerini, Alessandra Moretti e Roberto Speranza. Dall’altra parte del tavolo sedeva un M5s acciaccato (Renzi non mancò di sfotterli: «il vostro “#vinciamonoi” è diventato “#vinciamopoi”») con Di Maio (nel frattempo aveva iniziato la sua ascesa nel movimento), Danilo Toninelli, Vito Petrocelli e Paola Carinelli. Per la prima volta sembrò che i due partiti si fossero sfiorati e che l’intesa non fosse così lontana. Poi però Renzi cambiò idea e disegnò in solitaria la nuova legge elettorale.

LEGGI ANCHE: Pd-M5s, quando Renzi trattava con Di Maio

IL TEATRINO DOPO LE POLITICHE E L’ALLEANZA CON SALVINI

Le ultime prove di dialogo risalgono al periodo immediatamente successivo alle Politiche 2018. Il 6 marzo Di Maio scriveva a Repubblica: «Tutte le forze politiche devono manifestare responsabilità, insieme abbiamo la storica occasione di cambiare l’Italia». Questa volta è il M5s a dover corteggiare e il Pd a fare il capriccioso. Renzi infatti non ci sta. Ha bisogno di tempo per recuperare il terreno perduto dal 4 dicembre 2016 al 4 marzo 2018. Ma, soprattutto, ha bisogno di un governo fallimentare così da potere imbastire una opposizione efficace. I 5 stelle trovano la quadra con la Lega – per molti osservatori decisa prima del teatrino col Pd – che nel frattempo ha mutato pelle: da verde a blu. Matteo Salvini però dopo poco più di un anno di governo ha preferito le piazze ai Palazzi della politica, riuscendo a fare opposizione stando al governo e continuando a stritolare l’alleato pentastellato.

MA IL PD NON ERA IL «PARTITO DI BIBBIANO»?

I 5 stelle da allora non hanno rinunciato ad attaccare il Pd diventato recentemente il “partito di Bibbiano“. Anche i minori presunti vittime di abusi sono stati stritolati dagli ingranaggi propagandistici di una campagna elettorale che non si è mai conclusa. «Io con il partito di Bibbiano», tuonava Di Maio via Facebook, «che toglie i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli, non voglio averci nulla a che fare». «Gigggino Di Maio faccia di bronzo», la replica di Renzi che lo accusava di continue «operazioni di sciacallaggio», dal ponte Morandi a Bibbiano.

L’ULTIMO DIETROFRONT DI RENZI

E si arriva così al post del 22 luglio scorso del senatore di Rignano con cui si è aperta questa rassegna: «Ci vuole chiarezza, una volta per tutte», scriveva Renzi rivolgendosi al Pd, «prendo sul serio le parole di oggi di Dario Franceschini, in una intervista in cui per metà attribuisce a me la colpa di tutto ciò che è successo in questi mesi e per metà fa l’elogio del Movimento cinque stelle: “Insieme possiamo difendere certi valori” dice Dario dei grillini. Insieme a loro, ok. Ma #senzadime, sia chiaro». Tutto questo accadeva prima che i cittadini rivoluzionari e il rottamatore si trovassero nuovamente sulla stessa strada. Pronti a sperimentare quello che è stato definito da ambo i lati e pure da Salvini «inciucio», «giochi di Palazzo» o «rimpasto da Prima Repubblica». E poco male se Grillo continui ad attaccarlo.

«Grillo mi chiama ‘avvoltoio’. Un onore essere insultato da lui», ha scritto l’ex premier su Twitter. «Ma si fa politica per il bene comune, non per ‘ripicca personale’. Il governo istituzionale è la risposta a chi vuole pieni poteri per orbanizzare l’Italia. Avanti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *