Carlo Terzano

Un anno di convivenza Di Maio-Mattarella fra attacchi e imbarazzo

Un anno di convivenza Di Maio-Mattarella fra attacchi e imbarazzo

Tutto iniziò dopo il no a Savona. La richiesta di dimissioni, l'impeachment minacciato, la retromarcia, il gelo del giuramento. Fino al «nostro angelo custode». Come il grillino ha cambiato idea sul capo dello Stato.

11 Maggio 2019 07.00

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In Francia la chiamano coabitazione: è la situazione nella quale il presidente della Repubblica si trova a dover spartire il potere con un primo ministro di diversa e opposta estrazione politica. Può verificarsi nei sistemi semi-presidenziali. Non avrebbe ragion d'essere in Italia, dato che la Costituzione non ha posto al centro di tutto né l'inquilino del Quirinale né l'inquilino di Palazzo Chigi, ma il parlamento. Eppure il 27 maggio 2018 ha avuto inizio una difficile e a tratti imbarazzante coabitazione tra il presidente Sergio Mattarella e il vicepremier Luigi Di Maio, con quest'ultimo che si era detto pronto a spedire il capo dello Stato davanti ai giudici per un reato che prevede persino l'ergastolo. A distanza di un anno Di Maio sembra aver cambiato idea sul conto di Mattarella. Ma andiamo con ordine e ripercorriamo questo periodo di zoppicante convivenza tra i due.

LISTA DEI MINISTRI: SAVONA FECE SALTARE TUTTO

La situazione tra l'arrembante capo politico del Movimento 5 stelle e il Quirinale precipitò la sera del 27 maggio. Dopo 84 giorni di impasse, le due forze politiche vincitrici della tornata elettorale del 4 marzo, M5s e Lega, salirono al Colle insieme con Giuseppe Conte per presentare la lista dei ministri. Il presidente bocciò la scelta di mandare l'economista Paolo Savona, noto euroscettico nonché teorico di una possibile exit strategy dalla moneta unica, al Tesoro. A Conte non restò altro che sciogliere negativamente la riserva e rimettere il mandato nelle mani di Mattarella, che in tutta fretta convocò per la mattina successiva l'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli per la formazione di un governo tecnico d'emergenza.

SALVINI E DI MAIO: «UN "NO" SU PRESSIONE DI CHI?»

Dopo appena qualche minuto i due contraenti del contratto per il governo del cambiamento apparvero sui social, gridando al mondo la loro indignazione. Il segretario della Lega Matteo Salvini su Facebook scrisse: «Abbiamo lavorato giorno e notte per far nascere un governo che difendesse gli interessi dei cittadini italiani. Ma qualcuno (su pressione di chi?) ci ha detto no. Mai più servi di nessuno, l’Italia non è una colonia, non siamo schiavi di tedeschi o francesi, dello spread o della finanza. A questo punto la parola deve tornare a voi».

Prima gli italiani, il loro diritto al lavoro, alla sicurezza e alla felicità.
Abbiamo lavorato per settimane, giorno e…

Geplaatst door Matteo Salvini op Zondag 27 mei 2018

Quindi l'intimazione su Twitter: «Vogliamo domani una data per le elezioni, altrimenti veramente andiamo a Roma». Di Maio decise invece di affidarsi a un videomessaggio. Apparve così, scuro in volto, sul browser di migliaia di italiani: «Abbiamo un grande problema che si chiama “democrazia”. Questa non è una democrazia libera. Sono stato un grande estimatore del presidente Mattarella, ma questa scelta non è comprensibile».

IL CAPO DELLO STATO: «NON POSSO SUBIRE IMPOSIZIONI»

Mattarella, però, al termine dell'ennesima fumata nera che archiviò la possibilità di formare un governo politico ai cronisti dichiarò: «Ho agevolato in ogni modo il tentativo per dar vita al “governo del cambiamento”: ho atteso i loro tempi, accolto la proposta dell'incarico a Conte superando le perplessità che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in parlamento e ne ho accompagnato con piena attenzione il lavoro per formare l'esecutivo. Nessuno può dunque sostenere che io abbia ostacolato la formazione del governo. Ma il presidente della Repubblica non può subire imposizioni».

LA TELEFONATA "BERLUSCONIANA": «MESSA IN STATO D'ACCUSA»

Come nei tempi del lungo periodo berlusconiano, anche Di Maio decise di alzare la cornetta per irrompere nelle trasmissioni della Rai. Il 27 maggio era domenica, perciò sulla rete ammiraglia andava in onda Fabio Fazio con Che tempo che fa. Rispetto al messaggio lasciato poche ore prima su Facebook, il numero uno dei grillini fu molto più combattivo: «Siamo molto arrabbiati. Chiedo di parlamentarizzare questa crisi utilizzando l'articolo 90 della Costituzione. Dobbiamo discutere la messa in stato d'accusa del presidente per evitare atti che scongiuro nella popolazione».

TWEETSTORMING #MATTARELLADIMETTITI: INDAGÒ PURE L'ANTITERRORISMO

Mentre la crisi istituzionale raggiunse picchi inusuali per la storia della Repubblica, sui social accadde qualcosa di ancor meno atteso: una tempesta di tweet che colpì l'inquilino del Colle al grido: #MattarellaDimettiti. Almeno 400 profili, forse fasulli e coordinati da un'unica mano d'origine russa, inondarono il web con post ostili sui quali indagò persino l'antiterrorismo.

INPINGEMENT: L'IGNORANZA DEGLI ITALIANI SU GOOGLE

Se chi sbraitava contro Mattarella era un fake e un troll, la parte più autentica del web però fu quella che si riversò su Google per cercare il termine «impingement» (o simili) e capire cosa diavolo stesse accadendo. Le brutture grammaticali degli italiani vennero tristemente fotografate da Google: impeachement, impichment, impicment

IL GRILLINO RIMASTO DA SOLO: «SALVINI CUOR DI LEONE»

La crisi, all'apparenza insanabile, tra Di Maio e il presidente Mattarella si sciolse nel giro di 48 ore. La notte portò consiglio, almeno a Salvini, che il mattino successivo inviò messaggi distensivi al Colle (a Radio Capital si limitò a dire: «Non ho elementi concreti, devo studiare»). Rimasto solo (al più, con Giorgia Meloni), il 29 maggio Di Maio sbottò: «Prendo atto che Salvini non lo vuole fare, prendo atto che è un cuor di leone e che l'impeachment non è più sul tavolo».

CHI ERA L'EVENTUALE SOSTITUTO DI SAVONA? SIRI…

Nelle stesse ore, Alessandro Di Battista a Otto e mezzo nell'accusare il Quirinale rivelò un dettaglio oggi molto più scomodo al M5s: «Di Maio aveva concordato l'ipotesi di avanzare, al posto di Savona, i nomi di Bagnai e di Siri». Dunque l'ex giornalista Mediaset al centro del recente scontro tutto interno al governo tra Lega e M5s dopo l'accusa di corruzione era stato accettato da Di Maio come ministro in pectore, nonostante tre anni prima avesse patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta.

RETROMARCIA E GELO AL GIURAMENTO DEL PRIMO GIUGNO

Fu da un comizio a Napoli che il capo pentastellato riconobbe lo sbaglio: «Se abbiamo fatto degli errori siamo disposti ad ammetterli». Come se fosse un gioco, cancellò la crisi delle precedenti 48 ore con una frase: «Niente più impeachment, siamo pronti a collaborare con il Colle». E a chi da sotto al palco gridò contro Mattarella, rispose: «Calmi, il presidente è mal consigliato». Il primo giugno giurò nelle mani dell'uomo che voleva far processare per un reato che prevede l'ergastolo. Tra i due la tensione venne ben documentata, con la consueta ironia, da Zoro.

L'AMMISSIONE DI COLPA: A LUGLIO INOLTRATO

Si attese parecchio per ascoltare il mea culpa di Luigi Di Maio. Almeno la metà del luglio 2018, quando il vicepremier ospite dell'incontro Liguria d'Autore, alla fine ammise: «Quello è stato un momento di grande rabbia». Ma subito si auto-assolse: «Ho imparato che quando si prende una strada sbagliata c'è sempre tempo per tornare a quella giusta. Grazie a quel cambio di idea è nato questo governo».

SVOLTA A NATALE: MATTARELLA DIVENTÒ «IL NOSTRO ANGELO CUSTODE»

Di Maio non è mai riuscito a pronunciare scuse vere. Però dopo quel 29 maggio ha speso diverse parole zuccherose nei riguardi di Sergio Mattarella. Il 21 dicembre, quando infine il titolare del Mise trovò sotto l'albero di Natale una insperata firma dell'Unione europea sulla manovra, arrivò persino a dire: «Il presidente Mattarella è stato fondamentale. Come garante della Costituzione è stato un po’ l’angelo custode del governo». A L'Aria che Tira ha ammesso: «Oggi sicuramente non richiederei l'impeachment. Siamo molto fortunati ad averlo come presidente». Lo scorso 20 marzo, alla consegna dei Premi Leonardo 2018, ha dichiarato: «Mattarella è il miglior interprete del cambiamento». Come il governo del cambiamento. Come le idee di Di Maio, in continuo cambiamento. In grado così di affermare tutto e il suo contrario.

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