Nel disastro qualcosa funziona: la didattica (universitaria) a distanza

Fabiana Giacomotti
05/04/2020

Ottime interazioni, alta partecipazione e qualità di risposta strepitosa. A uscirne valorizzato è il senso dello studio. Ecco perché dopo la pandemia bisognerà proseguire su questa strada.

Nel disastro qualcosa funziona: la didattica (universitaria) a distanza

Un po’ demoralizzata per i tempi presumibili di riapertura delle aziende, un dramma anche e soprattutto per il settore della moda, sostanzialmente dimenticato dal decreto Cura Italia (è inutile provarci e riprovarci: 2 mila anni di disprezzo moralistico nei confronti del comparto non si estirpano nemmeno con l’evidenza che quasi un milione di persone in Italia ne trae il proprio reddito), cerco di concentrarmi su quella che percepisco come una corrente positiva, cioè il lavoro accademico a distanza.

MAI LAVORATO MEGLIO IN 15 ANNI DI DOCENZA

Attenzione: quanto scriverò di seguito vale per l’apprendimento universitario, di certo non per quello della scuola primaria o secondaria, e dà per scontato che tutti gli studenti siano dotati di pc o tablet come, invece e purtroppo, non è stato il caso in queste settimane nelle scuole di altro ordine e grado, e in particolare al Sud, dove il digital divide si è rivelato un problema non solo tecnologico, ma anche sociale e culturale. Dunque e invece: università, tutti provvisti di pc o anche smartphone personale, lezioni a distanza. Risultato: eccezionale. Non l’avrei mai creduto, ma in 15 anni di docenza non ho mai lavorato meglio.

LA SODDISFAZIONE RIPAGA L’IMPEGNO AGGIUNTIVO

Una qualità strepitosa di risposta, interazioni ottime, molta partecipazione: funziona perfino il ricevimento su Skype e sto anche sviluppando un progetto importante con la classe. Lavoro il doppio rispetto al solito, ma la soddisfazione ripaga l’impegno aggiuntivo di gestione, invio link, convocazioni, materiale. Se i gestori delle varie piattaforme sulle quali lavoriamo, da Google Meet a Zoom, migliorassero la cosiddetta “experience”, rendendola meno bidimensionale nell’immagine a scoordinata e lontana nel suono, sarei più che felice di alternare sessioni online e in presenza anche in futuro e sono sicura che questa considerazione valga anche per molti colleghi.

A USCIRNE VALORIZZATO È IL SENSO DELLO STUDIO

Per la prima volta, ho studenti che non solo intervengono composti, chiedendo di “aprire il microfono” via chat e attendendo il proprio turno, ma che inviano suggerimenti di letture e approfondimento a tutti gli altri, leggendo e studiando davvero quanto si propone loro per integrare appunti e testi. Forse sarà per il lockdown che li costringe tutti a casa, dovunque siano (i miei di quest’anno, sono al momento distribuiti su circa 20 Paesi diversi. Una di loro, messicana, ci ha fatto molto ridere raccontando di essere rimasta bloccata dalla sospensione dei voli alla Martinica, dov’era in vacanza di “half term”, e di aver scoperto che si può vivere benissimo per mesi con il contenuto di un trolley organizzato per una settimana sulla spiaggia); forse sarà perché l’accento posto dall’emergenza sulle competenze reali e necessarie per fronteggiarle, mestieri che sembravano scarsamente attraenti come infermieri specializzati, terzo settore, naturalmente medici e docenti, ha reso meno attraenti le professioni inventate, valorizzando invece il senso dello studio (lo scrivo con cognizione di causa, perché alcuni di loro me l’hanno proprio detto, ed erano quasi stupiti).

ALLO STUDIO UNA DIVERSA CALIBRAZIONE DEI CORSI

Le cose vanno talmente bene che, a quanto sono venuta a sapere, i rettori delle principali università italiane stanno pensando a una diversa calibrazione (in gergo “somministrazione”, come se fosse una medicina: decisamente un sostantivo inadatto) dei corsi. In Italia, gli studenti iscritti a corsi di laurea online sono in crescita esponenziale: se nell’anno accademico 2010/2011 il totale degli iscritti era inferiore a 40 mila unità, nel 2017-2018 ha raggiunto e superato i 93 mila iscritti. Il balzo in avanti è stato evidente soprattutto nell’ultimo triennio, per molti motivi. Il primo: negli ultimi anni, sono aumentate le università online di grande caratura e affidabilità (al momento, in Sapienza, è in via di ridefinizione, con una nuova corporate image e una profonda revisione dell’offerta anche per professioni e posizioni manageriali, la realtà ormai decennale di Unitelma, e credo che molti conoscano la Università telematica Niccolò Cusano per la straordinaria qualità giornalistica della sua emittente radiofonica). Il secondo: l’azzeramento dei costi di trasferimento e di mantenimento dello studente fuori sede, ad eccezione degli spostamenti imposti (e ci mancherebbe) per sostenere gli esami o per partecipare a progetti speciali.

L’INTEGRAZIONE TRA AULA E WEB SAREBBE DI GRANDE AIUTO

Ci sono controindicazioni, è ovvio e intuibile, e cioè la mancanza di interazione diretta fra studenti o lo studio infragruppo su piattaforme dedicate (problema superabile con un piccolo miglioramento dell’offerta da parte dei provider a patto però di avere una buona connessione, che purtroppo non tutti hanno, soprattutto in alcune aree del Paese che non sono necessariamente quelle meridionali o disagiate. Il problema dell’Italia resta sempre la banda larga). Però, volendo essere onesti, ad esclusione di certi corsi di alta formazione che formano per esempio sarti o scenografi, tutti gli altri erogano lo stesso tipo di lezione in presenza o per via telematica. Certo, sarebbe bello se anche le lezioni a distanza del futuro si tenessero con lo stesso criterio e le stesse modalità di quelle che svolgiamo in questi mesi, cioè rispettando l’orario, tutti insieme, esattamente come fossimo in aula. Questo attenua molto, praticamente annulla, il senso di straniamento che coglie alcuni fra gli studenti corsi telematici registrati: addirittura, offre ai timidi, protetti dallo schermo, il coraggio di farsi avanti con domande e proposte. Non ci sono dubbi che l’integrazione fra aula e web sarebbe di grande aiuto per alcune realtà accademiche più piccole, costrette da sempre a fare i conti con carenza di personale e di strutture, e vuoterebbe un po’ le aule sovraffollate degli atenei maggiori (tema che in epoca p.c, post coronavirus, sarà di grande rilevanza). L’unico, vero punto, sarà l’impegno richiesto ai docenti: tenere alta l’attenzione per un’ora e mezza online non equivale a farlo de visu, in aula. Non ci si può prendere un minuto di pausa, perché è come farlo in televisione. Due secondi di silenzio e si crea il vuoto. Ma se, come dice la trend forecaster Li Edelkoort, nel futuro iper-digitale e distanziato che ci attende, dovremo diventare tutti un po’ producer di noi stessi, destreggiarci con telecamere, altoparlanti, immagini, queste lezioni a distanza si stanno rivelando una palestra olimpionica.