Dieta globale

Delia Cosereanu
18/01/2011

La ricetta per sfamare tutti: ridurre i consumi del 25%.

Dieta globale

Secondo la relazione della Population division dell’Onu, tra
pochi mesi, nel 2012, la popolazione mondiale raggiungerà quota
7 miliardi. La stessa analisi demografica prevede invece che il
bambino numero 9 miliardi nascerà tra circa 40 anni. Ma
basteranno, nel 20150, le risorse alimentari per tutti?
L’ultimo rapporto Agrimonde, curato dall’Inra
(Istituto nazionale di ricerca agronomica francese) e dal Cirad
(Centro di cooperazione internazionale in ricerca agronomica per
lo sviluppo) dice che nel 2050 si riuscirà a sfamare il
mondo.
Sono lontane le previsioni apocalittiche di Thomas Malthus e Paul
Ehrlich. Uno a fine ‘700 e l’altro nel 1968 ipotizzavano un
futuro spaventoso, con il pianeta distrutto da carestie e guerre,
dove la popolazione cresceva più rapidamente delle
disponibilità alimentari.
COSÌ SI SALVANO LE SCORTE. E
invece tutto questo non dovrebbe succedere, secondo il rapporto
Agrimonde. Ad alcune condizioni. Che richiedono tutte, a
parte il contributo della scienza e della tecnologia, un alto
livello di cooperazione internazionale. Serve, si legge nel
rapporto, «non generalizzare il modello alimentare dei Paesi
industrializzati», «fare la scelta di un’agricoltura
produttiva ed ecologica» e «riequilibrare gli scambi
commerciali internazionali di prodotti agricoli e
agroalimentari».
Altrimenti il rischio è quello di dover aumentare a dismisura la
produzione di cibo per sfamare tutti con il rischio di nuove
crisi alimentari e di un esaurimento delle risorse naturali.

Nei Paesi Ocse 4 mila chilocalorie al giorno a testa

Attualmente, si rileva nel rapporto, ogni abitante della Terra
dispone, mediamente, di una quantità di cibo pari a 3 mila
chilocalorie al giorno rispetto alle 2.500 del 1961. Una cifra
che sarebbe adeguata se non nascondesse profonde disparità. Nei
Paesi dell’Ocse, infatti, ogni persona dispone mediamente di
circa 4 mila chilocalorie (6.300 se si aggiunge il cibo per gli
animali), un livello eccessivo rispetto alle reali necessità,
mentre nell’Africa subsahariana non si raggiungono le 2.500
chilocalorie, un livello insufficiente.
Per raggiungere nel 2050 una disponibilità di 3 mila
chilocalorie al giorno per tutti gli abitanti del pianeta, in
modo sostenibile ed eliminando le disparità, i consumi
dovrebbero crescere del 30% nei Paesi in via di sviluppo mentre
nei Paesi industrializzati dovrebbero diminuire del 25%. Un
risultato raggiungibile, sostengono Inra e Cirad, cambiando le
abitudini alimentari, per esempio privilegiando gli alimenti con
meno calorie e più ricchi in fibre o riducendo i consumi di
carne, e limitando gli sprechi che nei Paesi industrializzati
sono «colossali».
CAMBIANO LE ABITUDINI ALIMENTARI.
«Probabilmente non arriveremo a una riduzione del 25% dei
consumi, come richiesto dal rapporto Agrimonde, ma il
10%, che sarebbe già un buon risultato», ha dichiarato Roberto
Pretolani, direttore del dipartimento di Economia e politica
agraria agro-alimentare e ambientale dell’università di
Milano. «Nei Paesi occidentali questo processo è già iniziato:
stanno cambiando infatti le abitudini alimentari in funzione
delle indicazioni dei medici, basti pensare alla colazione a base
di uova e pancetta degli inglesi», in netta diminuzione negli
ultimi anni.
Per limitare gli sprechi, invece, bisognerebbe impegnarsi un
po’ di più. «Siamo più abituati a consumare che a utilizzare
le risorse alimentari», ha aggiunto Pretolani. Ma anche questa
abitudine sta iniziando a cambiare: «Per la grande
distribuzione, la sovrapproduzione, e dunque lo spreco, è un
costo. Si commercializzano sempre di più le porzioni monodose e
anche questo fa ridurre notevolmente la quantità di cibo che si
compra e poi si butta – oppure si mangia superando la quantità
necessaria al fabbisogno», ha spiegato Pretolani, con effetti
negativi per la salute.

In Occidente 1,3 miliardi di persone sovrappeso

Il rapporto dei due istituti di ricerca francesi parla di 1,3
miliardi di adulti sovrappeso nel mondo industrializzato, di cui
400 milioni di obesi. Se la tendenza attuale dovesse confermarsi,
nel 2030 si conterebbero 3 miliardi di persone sovrappeso e un
miliardo di obesi.
Oltre ai benefici per la salute, il consumo sostenibile
porterebbe vantaggi anche per l’ambiente. Infatti la produzione
alimentare, si osserva nel rapporto, ha forti ripercussioni
sull’uso delle risorse naturali. Da qui la necessità di
adattare i consumi alla tutela dell’ambiente e, in
particolare, di consumare meno carne. Per produrre un chilo di
patate, infatti, sono necessari 100 litri d’acqua mentre per
produrre un chilo di maiale ne servono 4.600, per un chilo di
pollo 4.100, per un chilo di manzo 13 mila.
IL RUOLO DELLA DIETA VEGETALE. «Già da qualche
anno la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per
l’alimentazione e l’agricoltura, ha lanciato
l’allarme, invitando a cambiare alimentazione», ha
dichiarato Stefano Momentè, presidente di Vegan Italia,
associazione nazionale per la diffusione del
veganismo/vegetarismo. A giugno del 2010 è arrivato un ulteriore
monito dell’Onu: solo una dieta vegana mondiale potrà
salvare il nostro pianeta». Infatti, secondo Momentè,
«l’alimentazione vegetariana rappresenta la soluzione più
accessibile, sicura e sostenibile al problema della fame nel
mondo».
Meno drastico Pretolani, che invece ha sostenuto la necessità di
una dieta più equilibrata, con più carne, per gli abitanti dei
Paesi in via di sviluppo. «Se noi abbiamo esagerato con il
consumo delle proteine animali, non vuol dire che dobbiamo
vietarle nei Paesi più poveri. Un’alimentazione esclusivamente
vegetale porterebbe comunque a uno squilibrio. Piuttosto dovremmo
redistribuire il consumo di carne, riducendo il nostro e
aumentando quello dei Paesi in via di sviluppo».